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Al Ministero della Difesa il più grande progetto italiano di migrazione a software open source

17 febbraio 2016

Si chiama LibreDifesa e si pone l’obiettivo di migrare circa 150mila postazioni a software libero LibreOffice per la produttività individuale e adottare come standard dei documenti il formato aperto Open Document Format, garantendo così interoperabilità, leggibilità nel tempo e sicurezza nello scambio di documenti.

foto di J. Albert Bowden II in CC www.flickr.com/photos/jalbertbowdenii/5682524083

foto di J. Albert Bowden II in CC www.flickr.com/photos/jalbertbowdenii/5682524083

Annunciato lo scorso settembre con la sottoscrizione da parte dell’ammiraglio Di Biase di un accordo con l’associazione LibreItalia che sostiene la comunità italiana di LibreOffice, il progetto di migrazione a software open source del Ministero della Difesa è il più grande d’Italia e il secondo d’Europa.

LibreDifesa, che coinvolgerà tutte le forze armate della Difesa italiana, sarà coordinato dal Generale Camillo Sileo, del Reparto Sistemi C4I e Trasformazione di Stato Maggiore della Difesa. Tra le principali motivazioni della decisione il risparmio economico in licenze, quantificabile in oltre dieci milioni di euro, e la possibilità di reinvestire le risorse in attività utili a migliorare la produttività degli uffici. Una scelta, insomma, che risponde al motto adottato dalla Difesa “Smart Defence”, ovvero fare di più con meno. Oltre al risparmio, LibreDifesa consente il rispetto della normativa, che impone per le Pubbliche Amministrazioni attraverso l’art. 68 del Codice di Amministrazione Digitale, l’obbligo di preferire software di tipo open source o in riuso rispetto a quello proprietario.

Nel progetto LibreDifesa si è cercata fin da subito interazione e collaborazione con la community italiana di LibreOffice e con altre Pubbliche Amministrazioni che hanno fatto la stessa scelta, al fine di condividere e quindi riusare buone pratiche e materiali da poter adottare, migliorare per poi ricondividere, contribuendo così all’ottimizzazione delle risorse economiche e umane della PA.

Grazie all’accordo siglato con LibreItalia, la Difesa ha potuto organizzare a costo zero, con il contributo volontario dell’associazione onlus, dei corsi di formazione per formatori, referenti informatici e tecnici specializzati in LibreOffice: una squadra di esperti in grado di affiancare i colleghi supportandoli durante la fase di passaggio da Office a LibreOffice. Dalla collaborazione tra Scuola delle Trasmissioni e Informatica dell’Esercito (SCUTI) e LibreItalia nascerà anche un corso e-learning su LibreOffice base e uno finalizzato al conseguimento della Patente Europea del Computer (ECDL) su software libero, rilasciati in licenza copyleft al fine di consentirne il riuso ad altre Pubbliche Amministrazioni e scuole.

Le attività di migrazione – che seguono il protocollo suggerito dalla fondazione indipendente The Document Foundation che gestisce il progetto LibreOffice – stanno procedendo regolarmente e dopo l’analisi preliminare, la comunicazione del progetto ai soggetti coinvolti e la formazione dei formatori interni si sta ora procedendo con l’installazione di LibreOffice presso i primi Enti pilota individuati.

LibreDifesa porta, anche attraverso attività di comunicazione e condivisione del progetto, un forte messaggio di attenzione alla legalità, al risparmio e all’etica. La stretta collaborazione con la comunità LibreOffice, la valorizzazione della contribuzione volontaria messa in campo dall’associazione LibreItalia, la trasparenza del progetto e la volontà di rilasciare materiali in riuso a favore della collettività costituiranno un esempio prezioso per altre PA, non solo italiane.

Sonia Montegiove, presidente di LibreItalia

Fonte: http://www.forumpa.it/pa-digitale/al-ministero-della-difesa-il-piu-grande-progetto-italiano-di-migrazione-a-software-open-source?utm_source=newsletter

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Standard e open standard, il diavolo si annida nei dettagli

10 febbraio 2016

Magnifier“Sono uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” – Principe Antonio De Curtis (in arte Totò)

Come il più noto commediante italiano, anch’io ho fatto la mia parte per servire la Patria in quel della Provincia Granda, anche se solo per qualche settimana. Lì ho imparato che senza gli 1, in ambito militare le cose si possono fare veramente difficili. Cominciamo con “Alfa, Bravo, Charlie, Delta, Echo, Foxtrot, Golf, Hotel, India, Juliett, Kilo, Lima, Mike, November, Oscar, Papa, Quebec, Romeo, Sigma, Tango, Uniform, Victor, Whisky, X-ray, Yankee, Zulu”. È l’ABC degli standard, anzi, lo standard dell’ABC. È l’alfabeto fonetico, standard NATO. Se non lo conosci a memoria, non puoi comunicare via radio; così è per quasi tutto quanto accade nella vita militare: se sei un militare non hai spazio per ambiguità. Dai gradi (per sapere chi comanda su chi) fino al calibro delle pallottole, tutto è standard.

“Standard”, effettivamente, viene dal francese antico “estandart” o “estandard”, stendardo, bandiera, che in effetti richiama i campi di battaglia e gli eserciti schierati in file ordinate. Ma sbaglieremmo a pensare che solo in ambito militare esistono standard. Come misuriamo il tempo dipende da uno standard, come scriviamo il tempo dipende da uno standard. Come misuriamo qualsiasi cosa dipende da uno standard. È importante ovviamente che le misure siano conosciute e che qualsiasi necessità di conversione tra uno standard e l’altro sia precisa e dichiarata, altrimenti succedono disastri. Se non dico che l’ora in cui fisso una conferenza telefonica corro al massimo il rischio di perdere qualche partecipante; ma se non dico che una pressione è in libbre per pollici quadrati e l’altro pensa che sia (come dovrebbe) in kilogrammi per metro quadro, succedono disastri ben peggiori. Nel 1999 il Mars Polar Orbiter si schiantò al suolo perché alcuni dati di volo vennero inviati in libbre/secondo invece che in newton/secondo, buttando a mare quasi 330 milioni di Dollari USA. La stessa cosa capiterebbe anche a noi se nell’aviazione non ci fossero centinaia di standard, da quelli di sicurezza a quelli sulla navigazione e ai sistemi di identificazione e atterraggio.

Quasi tutto ciò che facciamo, in realtà, si basa sugli standard. È standard la presa con cui colleghiamo il computer alla corrente, è standard la corrente, è standard la codifica dei file, è standard il cavo di rete, è standard la presa di rete (o se usiamo il Wi-Fi, è standard pure quello), è standard il protocollo che stabilisce la connessione e assegna l’identificativo Internet; tutta Internet, da un punto di vista logico, non è che una somma di standard. È standard il formato di file con cui scriviamo il documento che contiene questo articolo. Se guardiamo la televisione, via satellite (DVB), via satellite (DVBT) è tutto uno standard; se guardiamo un filmato su Youtube, pure quello è uno standard (anzi due, uno per il video e uno per l’audio, anzi, tre, uno per il contenitore, WebM, anzi quattro, perché il se e il come il filmato viene mostrato dipende da un altro standard, HTML).

C’è standard e

Chi fa gli standard? Fornire una risposta a questa domanda è praticamente impossibile. Abbiamo standard formali e standard informali (la posta elettronica e molti degli standard di Internet sono delle RFC, mai adottati formalmente e gestiti in larga parte dall’IETF). Esistono poi enti di standardizzazione formale “istituzionali” a livello nazionale (ad esempio UNI in Italia, DIN in Germania, BSI nel Regno Unito, ANSI negli Stati Uniti), a livello europeo (ETSI, CEN), e internazionale (ISO, ITU, IEC). E poi vi sono quelli su base consortile (OASIS, ECMA, Bluetooth, W3C). Un bel guazzabuglio.

Ma a noi, in questa sede, non importa più di tanto come gli standard sono formati e da chi (se non quando succede un problema, come vedremo poi con il famigerato OOXML). Ci importa sapere cosa accomuna gli standard. Tutti gli standard, ufficiali e formalizzati (de jure) o non ufficiali e informali (de facto) si caratterizzano per essere una norma, e infatti un sinonimo dell’attività di creazione degli standard è “normazione” e così si specificano gli enti che se ne occupano. Si tratta di un norma di per sénon cogente, se non quando vi fa espresso riferimento una legge o un atto normativo dello stato o internazionale. Gli standard vengono rispettati perché e in quanto sono diffusamente adottati e non adottarli comporta problemi difficilmente insuperabili. La norma diventa “cogente” se non posso fare altrimenti che seguirla, salvo trovarmi a mal partito (o peggio, violare la legge). Se entro in un ristorante francese e non so il francese, probabilmente non mangio, o corro il rischio di mangiare cose che non volevo.

Norma, dicevamo, dunque regola. Chi di solito fa le regole? Come nello sport, non è mai uno dei giocatori, o almeno non dovrebbe. E come seguire le regole se non le conosco? E mettiamo che le conosco, ma se una volta che le ho imparate, mi si cambiano le carte in tavola, e io non faccio in tempo a prepararmi, ma qualcun altro sì, perché lo sapeva prima? E se ancora, si impone di usare un pallone speciale, ma io non posso allenarmi con quel pallone, salvo poi trovarmelo in campo contro le altre squadre?

Le regole, devono essere fatte in un certo modo, altrimenti qualcuno è nei guai, e qualcun altro ci marcia. Entrano in campo gli standard veramente imparziali e non distorsivi, ovvero gli standard aperti. Siccome ci piace usare l’inglese “Open Standard”.

Standard Aperti

Non esiste una definizione di open standard. Quando si cerca di adottarne una, ci si trova un fuoco di sbarramento fatto di lobbying selvaggio, disinformazia, agenti doppi, non un quadro edificante. Lo dico per esperienza personale, per esserci entrato in occasione di OOXML (ci arriviamo, ci arriviamo…) e in occasione di vari dibattiti in cui si è tentato di trovare una definizione efficace, come nel caso dell’European Interoperability Framework, che in effetti adottò una formulazione quasi accettabile di open standard, e infatti quando si è passati alla versione 2, quella parte è stata rimossa perché contro di essa si sono mossi mari e monti.

Ma chi è intellettualmente onesto non può che rinvenire alcuni tratti fondamentali su cosa definisce uno standard aperto. A partire dal fatto che uno standard aperto è… aperto alla sua adesione da parte di tutti e non crea indebiti vantaggi o posizioni di dominio da parte di qualcuno su qualcun altro. Qui do alcune indicazioni su ciò che uno standard aperto debba rispettare, nella definizione che ho contribuito a fissare per FSFE

Uno standard è aperto quando è accessibile

Questa è facile. Lo standard è una norma, la norma deve essere conosciuta per essere osservata. Lo standard deve essere dunque pienamente conoscibile. Per cui deve essere compiutamente documentato. Gli standard non debbono completamente documentare tutto, ma quello che non documentano deve essere facilmente derivabile da altri standard. Anzi, gli standard devono riutilizzare gli altri standard, dove possibile, e non inventare nuovi modi per parti di esso che siano già standardizzate.

Corollario a questo principio è che uno standard non può fare riferimento a un prodotto, un servizio una tecnologia non standard, o peggio, proprietaria. Uno standard che dovesse indicare “fai questa cosa qui come la fa l’applicazione X del produttore M” non sarebbe uno standard aperto, e non sarebbe uno standard completo.

Tali documenti, poi, debbono essere resi “pubblici”. Ciò non significa che essi non possono essere coperti da copyright e ceduti sotto condizioni proprietarie: tali condizioni non debbono essere discriminatorie o eccedere i costi di formazione dello standard e di produzione del documento, ovvero costi nominali dell’opera. Se munirsi di una copia dello standard dovesse costare eccessivamente, solo chi ha sufficienti disponibilità economiche potrebbero accedervi. Se solo chi ha una qualifica particolare può accedere il documento, questo sarebbe discriminatorio. L’accesso pubblico significa “a chiunque sia disposto a pagare una ragionevole somma, non eccessiva, se richiesta, e senza che qualcuno possa opporre un rifiuto”.

Uno standard è aperto quando è gestito imparzialmente

La partecipazione alla formazione degli standard da parte delle imprese e degli altri operatori interessati è una elemento essenziale nella formazione degli stessi. Solo chi conosce un campo di applicazione può avere idea di cosa può essere standardizzato e come. Di solito si adottano le scelte operative più intelligenti dei primi che hanno affrontato il problema. Il principio base è dunque quello del raggiungimento di un consenso tra tutti gli operatori.

Uno standard “buono” è normalmente uno standard formato democraticamente, in cui tutti gli interessati hanno avuto modo di dire la loro e nessuno prevale in modo abnorme sugli altri partecipanti. In realtà questa non è una regola necessaria. Esistono buoni standard in cui la tecnologia è stata fornita unilateralmente da un operatore, il quale la ha compiutamente descritta in maniera standard (esiste uno standard su come si scrivono gli standard) e ha concesso a tutti il permesso di usare tale tecnologia. È il caso del PDF, che è stato “donato” da Adobe e formalizzato in uno standard ISO (ISO 19005). Qui la genesi non è certo imparziale, ma una volta che il formato è stato proposto come standard aperto, la conduzione ulteriore dello stesso è affidata a comitati tecnici in sede ISO, la cui partecipazione – come per tutti i comitati tecnici di ISO – è aperta a tutti.

Dunque, originalmente o successivamente a una “donazione”, lo standard è affidato a un ente imparziale, non legato o dominato da un attore dominante, ad accesso democratico.

Uno standard è aperto quando non discrimina

Uno standard dovrebbe essere il tecnologicamente neutro possibile, ovvero non privilegiare ingiustificatamente una piattaforma rispetto a un’altra, una tecnologia rispetto a un’altra, un’impresa piuttosto che un’altra, per quanto possibile. Dunque dovrebbe osservare un principio di prudenza nel non prevedere l’adozione di tecnologie esterne e non standard, o peggio, la necessità di ottenere il permesso da qualcuno per utilizzare tutta o parte della tecnologia necessaria.

Condizione necessaria e sufficiente per implementare uno standard dovrebbe essere necessario unicamente conoscere lo standard (e gli standard di riferimento sui cui lo stesso si basa). Il resto dovrebbe essere solo “delivery”.

Standard e brevetti: questo matrimonio non s’ha da fare (rinvio)

Siccome uno standard diventerà una norma, e soprattutto negli standard tecnologici più uno standard è utilizzato, più tende ad essere utilizzato (effetto di rete) a prescindere anche da quanto merito tecnico esso abbia, sono ovvie le interazioni tra standard e concorrenza. Pertanto, per quanto possibile, gli standard dovrebbero essere privi di condizioni legali che tendano a privilegiare le offerte di alcuni a scapito di altri, e soprattutto dovrebbero evitare quella che si chiama “patent holdup”, ovvero la posizione di supremazia di chi ha brevetti essenziali per l’implementazione di uno standard.2

E qui, sovente, casca l’asino. In difetto di una precisa politica che consenta l’utilizzo degli standard a tutti, indipendentemente dal modello di business e di licenze, occorre che vi siano chiare regole sia per chi contribuisce agli standard (dichiarare l’esistenza di propri brevetti, impegnarsi a licenziarli sotto determinate regole), sia per chi approfitta delle lacune o delle imprecisioni degli enti di standardizzazione per porsi in posizione di controllo, spesso identica a quella dei famigerati troll.

Questo è un campo di indagine molto complesso, che sospendiamo solo momentaneamente.

OOXML e altri orrori

OOXML è lo standard documentale XML spinto (per usare un eufemismo) da Microsoft. La storia è molto lunga ed è anche in certo modo la summa di ciò che non si dovrebbe fare in una standardizzazione. Lo standard serve a codificare i documenti di Microsoft Office in formato XML (altro standard).

Lo standard soprattutto evidenzia difetti in tutte le aree di cui ho parlato sopra, forse (e dico forse) con l’unica esclusione dell’interferenza di brevetti.

Andiamo in ordine sparso. Il primo peccato capitale è che si tratta di uno standard che viene adottato su proposta di una e una sola azienda, senza che vi sia una che sia una implementazione di esso che sia in qualche modo completa. E ciò non lo è stato per diversi anni. Soprattutto quando esiste un diverso standard (ISO IEC IS 26300 – ODF) per esattamente lo stesso dominio. Le buone pratiche vorrebbero che Microsoft si mettesse in gioco e spingesse perché tale standard evolva fino a coprire le esigenze non coperte dallo stesso. Invece lo rimpiazza con un secondo standard completamente nuovo.

Lo standard poi si limita a riflettere pari-pari il comportamento delle applicazioni di Microsoft, non a descrivere le funzioni in astratto e a risolverle in modo astratto e imparziale. Arriva persino a codificare gli errori, fenomenale fu quello di ripetere l’omissione dell’anno non bisestile negli anni zero dei secoli non divisibili per quattrocento, che è la modalità in cui si contano le date nel calendario Gregoriano (che è anch’esso uno standard: ISO 8601.3 Ciò solo per un bug mai corretto di Microsoft Excel.

Lo standard venne proposto con una procedura accelerata (“Fast Track”) nonostante ci fossero molte perplessità sull’esperibilità di tale procedura e in vari enti nazionali (ISO è un ente “federato” in cui partecipano gli enti nazionali, in Italia l’ente nazionale competente era Uninfo, in seno a UNI) si sollevarono centinaia di osservazioni, che vennero risolte in modo molto grossolano in un “Ballot Resolution Meeting” in quel di Ginevra, segno che lo standard doveva essere approvato più o meno ad ogni costo. Le stesse procedure nazionali lasciarono molti perplessi, me compreso. In Italia, ad esempio, nei mesi precedenti alla votazione, si osservò un’impennata di iscrizioni ad Uninfo a cui molti hanno attribuito un significato preciso: quello di un tentativo di modificare gli equilibri in gioco per far passare (o non passare, ma in misura assai minore) lo standard, al di là del suo merito tecnico. Lo standard stesso era composto da circa 6000 pagine, che probabilmente nessuno dei partecipanti (se mai qualcuno) ha letto integralmente.

Ma al di là di tali episodi, su cui ognuno manterrà le proprie opinioni, è il concetto stesso che si possa standardizzare a partire da un’applicazione singola per creare uno standard che non è condiviso, ma replica in maniera ossessivamente pedissequa ciò che fa un’applicazione, a detrimento di tutte le altre, a fare a pugni con la stessa concezione di standard. Il fatto che il principale sponsor di quello standard fosse una società che proprio in quel periodo era stata condannata per condotte abusive esattamente per la creazione di standard di fatto usati in modo anticoncorrenziale, anche se in ambiti non sovrapponibili, lascia alquanto perplessi circa tale standard.

Non che gli altri siano indenni da critiche. Lo vedremo nella prossima puntata.

  1. Per ulteriori letture in tema di standard, vedi i vari contributi su Techeconomy da parte, tra gli altri, di Italo Vignoli. Vedi anche di Simone Aliprandi “Apriti Standard”.
  2. Per un’ottima analisi, si veda Dolmans, Maurits (2010) ‘A Tale of Two Tragedies – A plea for open standards, and some comments on the RAND report’, IFOSS L. Rev., 2(2), pp 115 – 138 DOI: 10.5033/ifosslr.v2i2.46 con una mia introduzione.
  3. Per un’interessante disamina, se interessati, si può consultare la pagina di Wikipedia.

Carlo Piana

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/02/10/standard-open-standard-diavolo-si-annida-nei-dettagli/

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Diventa arredatore d’interni con Sweet Home 3D

1 febbraio 2016

Quante volte la vostra moglie vi ha detto “Chissà come starebbe il divano contro quel muro e la libreria dall’altra parte” e voi a spostare tutti i mobili di casa per vedere l’effetto che si ottiene. Sweet Home 3D vi permette di fare tutto al computer.

Con Sweet Home 3D potete creare le stanze della vostra casa, riempirle di porte, finestre, tavoli, sedie e tutti gli accessori per il bagno e vedere, in anteprima, il risultato, salvarlo in un immagine o un video.

Il programma è in lingua italiana, distribuito in maniera gratuita, il suo utilizzo non richiede particolari conoscenze informatiche, o di architettura, bastano qualche clic del mouse per costruire i muri, una volta creata la stanza si possono trascinare al suo interno i vari oggetti scelti per arredarla.

Oltre alla versione per Windows è disponibile anche per Linux e Mac OS X.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4169.imgDal menu Piano potete iniziare a creare i muri della stanza, dopo posizionate porte e finestre.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4170.imgPoi cominciate ad arredare la stanza, per i mobili e gli accessori che trovate nella parte sinistra della schermata basta trascinarli in un punto della stanza, se volete ingrandirli, ruotarli o spostarli nuovamente basta cliccarci sopra e seguire le indicazioni.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4171.imgPotete vedere l’anteprima dei vari componenti d’arredamento, la stanza, in basso a destra, può essere fatta ruotare, se volete nascondere un oggetto basta togliere il flag dalla sua casellina.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4172.imgSi possono importare, da ArredamentoImporta arredamento, dei nuovi componenti per l’arredamento prelevabili dagli indirizzi presenti in questa pagina.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4173.imgDa Vista 3D si possono creare delle foto o un video della stanza appena arredata.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4174.imgDal box più in basso a destra, muovendovi con le frecce, potrete fare anche un giro virtuale per la vostra stanza, tanto per vedere l’effetto che si ottiene.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4175.imgPotete trovare numerosi tutorial, che riguardano Sweet Home 3D e tutte le sue funzioni, su Youtube.

crazy.cat

Fonte: https://turbolab.it/windows-10/diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-700

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Facebook apre in Irlanda un data center completamente green e open

25 gennaio 2016

Facebook aprirà un nuovo data center stavolta in Irlanda, precisamente a Clonee: il centro, il secondo in Europa dopo quello aperto in Svezia nel 2013, sarà alimentato al 100% da attraverso energie rinnovabili, per la precisione energia eolica in analogia con quanto accade proprio a Luleå in Svezia. La strutttura irlandese dovrebbe diventare operativa tra il 2017 e il 2018.

Ciò che rende unico il nuovo , però, è anche un altro aspetto più prettamente legato alle tecnologie: si legge nel comunicato di Facebook , che non solo “sarà pieno di tecnologia all’avanguardia, rendendolo così il più efficiente ed ecosostenibile al mondo” ma “tutti i rack, i sever e gli altri componenti sono stati progettati da zero e sono parte dell’, una grande alleanza di aziende nata per creare infrastrutture economicamente vantaggiose e per condividerle in modalità open source”.

Una mossa estremamemente significativa, anche per le altre aziende competitor del settore IT, che conferma l’impegno del colosso americano nell’Open Compute Project, cui sta contribuendo con iniziative integrate. Lo scorso dicembre, ad esempio, ha deciso di rendere open il design dei server con cui gestisce i processi di intelligenza artificiale, uno degli asset su cui il social sta puntando per il futuro. Una mossa significativa che apre al mondo open e che mette a disposizione delle aziende e alla community dei ricercatori e sviluppatori, le avanzate tecnologie delle macchine , questo il loro nome in codice. Si tratta di strumenti che gestiscono i servizi di “machine learning” del social network, ovvero quelli che “imparano” le abitudini degli utenti della piattaforma, di fatto le informazioni più care a Facebook e al suo business. Big Sur, peraltro, ha un altro vantaggio non da poco: non richiedendo sistemi di raffreddamento speciali, è anche un modello di server assolutamente più economico rispetto ad altre soluzioni hardware proprietarie.

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/01/25/facebook-apre-irlanda-un-data-center-completamente-green-open/?platform=hootsuite

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Grazie Ian

31 dicembre 2015

Ian_Murdock“Non ho paura di morire, in qualsiasi momento capiterà, non m’importa… Perché dovrei aver paura di morire? Non ce n’è ragione, prima o poi te ne devi andare.” (“The Great Gig in the Sky”, Album “The Dark Side of the Moon” – Pink Floyd)

Muore , il padre di Debian.

Molto si scriverà sulle cause e sulle circostanze, ancora non del tutto chiare, che aggiungono tristezza e amarezza alla sua scomparsa. Chiedo venia, non mi soffermo su questo.

Molto altro si scriverà sulle origini del nome della distribuzione, sulla sua storia. Molti tweet, molti post sui blog. E’ del tutto legittimo.

Una parte del mondo ieri è rimasta letteralmente senza fiato davanti a questa notizia.

Appartengo a quella parte del mondo, insieme a molti altri, ma come se si trattasse della scomparsa di un amico caro, piuttosto sento la necessità solo di tornare indietro con i ricordi e di sospendere un poco nel tempo questo amaro momento.

Nelle community open source ognuno di noi ha la propria distribuzione GNU/Linux preferita. Quindici anni fa si discuteva con molta passione su questo argomento, direi ben più di oggi: chi preferiva la purezza tecnica della Slackware, chi la garanzia e compatibilità Red Hat, altri l’ottimizzazione della Gentoo, oppure il supporto della Suse… Altri preferivano .

Non era una questione di “fedeltà” all’una o all’altra distribuzione, come se si trattasse della squadra del cuore. Piuttosto era “sentire” una determinata distribuzione, non solo come quella adatta allo scopo per cui doveva essere utilizzata (desktop, server ecc.), ma anche come quella più o meno aderente alla propria filosofia, al proprio carattere.

Debian è la distribuzione più importante del mondo ed il merito di aver compiuto il primo passo di questa meraviglioso cammino è tutto dell’allora ventenne(!) Ian Murdock.

Lo dico ora con un pizzico di presunzione, una determinazione maggiore rispetto a quella che usavo nelle disquisizioni che si tenevano molti anni fa. E non solo perché la storia ci ha inequivocabilmente dimostrato che Debian sia la mamma del più alto numero di distribuzioni figlie (compresa la usatissima Ubuntu, basta guardare questo grafico e notare da sinistra a destra il peso di ciascuna di esse).

Ciò che mi va di fare oggi insieme a voi, quindi, è ricordare il manifesto Debian, scritto da Ian nel gennaio 1994, e che vi invito caldamente a leggere (o rileggere dopo svariati anni, per qualcuno di noi).

E’ solo per questo manifesto che molti, moltissimi, compreso il sottoscritto, hanno inequivocabilmente adottato Debian come la propria distribuzione.

Scriveva Ian:

Debian Linux è un tipo del tutto nuovo di distribuzione Linux. Invece di essere sviluppata da una persona o da un gruppo singolo, come sono state sviluppate in passato le altre distribuzioni Linux, Debian è sviluppata apertamente secondo lo spirito di Linux e di GNU. Lo scopo principale del Progetto Debian è finalmente quello di creare una distribuzione che sia degna di Linux. Debian è realizzata attentamente e coscienziosamente e sarà mantenuta e supportata con la stessa cura.
[…]
Il processo di creazione di Debian è aperto per assicurare che il sistema ottenuto sia della più alta qualità e rifletta le esigenze della comunità degli utenti. Coinvolgendo altre persone, con un ampio bagaglio di capacità e conoscenze, Debian è in grado di svilupparsi in maniera modulare.

Parole che rapiscono subito.

Si afferma non solo lo spirito di un uomo, ma il vero spirito della community, che si impegna solennemente a dare vita, tutti insieme, a questo progetto meraviglioso, un sogno che al tempo sembrava inarrivabile: una distribuzione GNU/Linux aperta, mantenuta, curata, attraente, facile da usare, totalmente libera e diffusa in ogni dove. Scusate se è poco: letteralmente una rivoluzione.

Prosegue ancora Ian sul modo in cui distribuire Debian:

È anche il tentativo di creare una distribuzione non commerciale che sia in grado di competere effettivamente sul libero mercato.
[…]
Una tale distribuzione è essenziale per il successo del sistema operativo Linux sul libero mercato e deve essere realizzata da organizzazioni in posizione tale da promuovere e sostenere con successo il software libero senza la pressione di profitti o rientri.
[…]
Con il semplice fatto che distribuirà Debian, viene inviato al mondo il messaggio che Linux non è un prodotto commerciale e non lo sarà mai, ma questo non significa che Linux non potrà competere commercialmente.

Qui il taglio netto di Debian: l’indipendenza e la libertà del progetto e l’ingresso come no-profit nel mercato mondiale. Caratteristiche che il progetto ha mantenuto con impegno e serietà.

Conclude infatti Ian nel suo manifesto:
È arrivato il momento di concentrarsi sul futuro di Linux, piuttosto che allo scopo distruttivo di arricchirsi a spese dell’intera comunità Linux e del suo futuro. Lo sviluppo e la distribuzione di Debian potrebbero non essere la risposta ai problemi che ho descritto nel Manifesto, ma spero che servirà almeno ad attirare l’attenzione su queste problematiche abbastanza per permettere che vengano risolte.

A mio avviso esiste oggi un modo del tutto sostenibile di fare business con l’open source e le parole di Ian su questo punto possono suonare come radicali ed oltranziste, per certi versi in analogia a quelle di Richard Mattew Stallman, che proprio in quegli anni fondava la Free Software Foundation.

Piuttosto, il progetto Debian ha efficacemente controbilanciato il modello mondiale di produzione e distribuzione del software, ridando vita e realizzando i principi stessi delle community.

Il mondo Linux non sarebbe stato lo stesso senza Ian, che con capacità, lungimiranza ed altruismo ha aggregato una comunità di persone imponente e legata da ideali comuni, a cui ha dato voce, risposta alle esigenze e libertà. E molti di questi utenti, compreso il sottoscritto, non sarebbero gli stessi. Ne ho assoluta consapevolezza.

Oggi Debian dunque rappresenta molto più di un semplice Sistema Operativo: viene liberamente distribuita con oltre 43000 pacchetti, programmi già compilati e impacchettati in modo tale da permettere installazioni facili in ogni dove.

Grazie Ian, grazie di tutto. Solo questo.

Andrea Castellani

Fonte: http://techeconomy.it/2015/12/31/grazie-ian

Annuncio di Debian su comp.os.linux.development: https://groups.google.com/forum/#!msg/comp.os.linux.development/Md3Modzg5TU/xty88y5OLaMJ

Prosegui la lettura…

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Un canale Telegram LibreItalia

30 dicembre 2015

untitledDopo un primo periodo di test, possiamo presentare ufficialmente il nostro canale Telegram LibreItalia, che ci consente di inviare direttamente messaggi e file multimediali a tutti gli iscritti oltre che condividere notizie riferite alla nostra associazione, agli eventi che organizziamo e al mondo LibreOffice in generale.

A differenza delle chat private, il canale pubblico consente di vedere soltanto i messaggi senza possibilità di rispondere. Per ricevere le notizie LibreItalia è sufficiente iscriversi al canale tramite questo link oppure dallo smartphone cercando @libreitalia su Telegram.

Il nostro canale, al momento gestito dai soci Enio Gemmo e Giordano Alborghetti, rappresenta un’altra modalità di comunicazione delle nostre iniziative e un ulteriore modo per restare in contatto non soltanto con i nostri soci.

Un buon proposito per il nuovo anno è sicuramente quello di iscrivervi!

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.libreitalia.it/un-canale-telegram-libreitalia/

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Storie di successo: Ubuntu nella scuola media Fracassetti-Betti di Fermo

27 aprile 2011
Dalla newsletter italiana Ubuntu: “Un nuovo felice caso di adozione di Ubuntu nelle scuole si è concretizzato a Fermo, presso la Scuola Media Fracassetti-Betti, dove il nostro sistema operativo preferito equipaggia da pochi giorni i computer dell’aula multimediale dell’Istituto, a disposizione di docenti e alunni.
L’iniziativa è nata da un’idea del prof. Cristian Minnucci, docente di Matematica e Scienze e utente di Software Libero, che ha proposto un progetto di riorganizzazione del parco informatico già a disposizione della scuola, comprensivo di computer più e meno obsoleti, ormai in disuso e parzialmente non più funzionanti. Il Dirigente Scolastico, il prof. Carlo Verducci, ha accolto con entusiasmo la proposta e da lì, grazie alla collaborazione con il FermoLUG ( http://www.linuxfm.org/ ), che ha fornito assistenza tecnica per i lavori, nel giro di alcune settimane si è proceduto a fare un inventario dell’hardware ancora funzionante, ad assemblare i computer, e infine ad installare e configurare Ubuntu 10.04 LTS e la rete locale.
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