#OpenLibri: Didattica Musicale e Software Open Source

5 febbraio 2016

Copertina-recesioni-open-3Il Software Libero e l’ sono diffusi in moltissimi settori: uno di quelli in cui stanno assumendo sempre maggiore peso è la produzione musicale. I programmi open per fare musica sono tanti e soddisfano le esigenze sia dei professionisti che dei semplici amatori, ma c’è un’altra categoria di persone per cui questi applicativi sono utilissimi: gli insegnanti di musica.

Salvatore Livecchi, autore del libro che presentiamo oggi, è proprio un insegnante di materie musicali, che insegna in diversi istituti di Aosta.

Nonostante il titolo possa indurre a pensarlo, “ Musicale e Software Open Source” non è un manuale, in quanto non spiega come installare i vari software (dal sistema operativo ai singoli applicativi), né come utilizzarli, così come non parla quasi per niente di hardware.

Lo scopo del suo libro è di fornire ai lettori delle indicazioni sui software da utilizzare nella propria attività quotidiana, presentando i vantaggi e gli svantaggi delle diverse soluzioni.

L’opera è suddivisa in due parti: nella prima vengono introdotti i concetti di software libero e open source, viene spiegato cosa li distingue dal software proprietario, quale ruolo debba avere la tecnologia nell’insegnamento e quale sia l’importanza dell’uso del FLOSS nella didattica; nella seconda parte vengono illustrati i sistemi operativi ed alcuni software disponibili, suddivisi per categoria (videoscrittura musicale, sequencer, programmazione audio, ecc.). È presente anche un elenco di distribuzioni GNU/Linux specifiche per la produzione multimediale.

Come tutti i libri che parlano di software, anche questo si scontra con il problema dell’obsolescenza delle informazioni: gli applicativi evolvono e cambiano in fretta, le distribuzioni nascono e muoiono ogni giorno e, naturalmente, i supporti cartacei non possono essere aggiornati facilmente come una pagina di un wiki, perciò le informazioni contenute nel testo, perlomeno quelle riguardanti le release dei software e lo stato di attività delle distribuzioni, possono perdere di utilità nel giro di poco tempo.

Nonostante il libro sia rivolto in particolar modo ai docenti, esso si rivela interessante anche per tutte le altre persone che hanno a che fare ogni giorno, per lavoro o per diletto, con il meraviglioso mondo della musica.

Motivi per leggerlo:

  • Offre una buona introduzione a Software Libero ed Open Source
  • Elenca software per diversi livelli di utilizzo, base e avanzato
  • Spiega perché è importante usare il FLOSS nella didattica

Motivi per non leggerlo:

  • Può risultare poco interessante per chi non si occupa di musica
  • Alcune informazioni sono leggermente datate

Recensioni-oper-voto-e-testo-2Francesco Marinucci

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/02/05/openlibri-didattica-musicale-software-open-source/

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hotnews, software

Diventa arredatore d’interni con Sweet Home 3D

1 febbraio 2016

Quante volte la vostra moglie vi ha detto “Chissà come starebbe il divano contro quel muro e la libreria dall’altra parte” e voi a spostare tutti i mobili di casa per vedere l’effetto che si ottiene. Sweet Home 3D vi permette di fare tutto al computer.

Con Sweet Home 3D potete creare le stanze della vostra casa, riempirle di porte, finestre, tavoli, sedie e tutti gli accessori per il bagno e vedere, in anteprima, il risultato, salvarlo in un immagine o un video.

Il programma è in lingua italiana, distribuito in maniera gratuita, il suo utilizzo non richiede particolari conoscenze informatiche, o di architettura, bastano qualche clic del mouse per costruire i muri, una volta creata la stanza si possono trascinare al suo interno i vari oggetti scelti per arredarla.

Oltre alla versione per Windows è disponibile anche per Linux e Mac OS X.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4169.imgDal menu Piano potete iniziare a creare i muri della stanza, dopo posizionate porte e finestre.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4170.imgPoi cominciate ad arredare la stanza, per i mobili e gli accessori che trovate nella parte sinistra della schermata basta trascinarli in un punto della stanza, se volete ingrandirli, ruotarli o spostarli nuovamente basta cliccarci sopra e seguire le indicazioni.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4171.imgPotete vedere l’anteprima dei vari componenti d’arredamento, la stanza, in basso a destra, può essere fatta ruotare, se volete nascondere un oggetto basta togliere il flag dalla sua casellina.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4172.imgSi possono importare, da ArredamentoImporta arredamento, dei nuovi componenti per l’arredamento prelevabili dagli indirizzi presenti in questa pagina.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4173.imgDa Vista 3D si possono creare delle foto o un video della stanza appena arredata.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4174.imgDal box più in basso a destra, muovendovi con le frecce, potrete fare anche un giro virtuale per la vostra stanza, tanto per vedere l’effetto che si ottiene.

diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-4175.imgPotete trovare numerosi tutorial, che riguardano Sweet Home 3D e tutte le sue funzioni, su Youtube.

crazy.cat

Fonte: https://turbolab.it/windows-10/diventa-arredatore-dinterni-sweet-home-3d-700

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numeriuno, software, tipstricks

La Marca monomarca

1 febbraio 2016

FreedomLa scorsa estate aveva destato un certo scalpore la notizia secondo cui il Comune di Pesaro, dopo un primo passaggio (mai completato) all’utilizzo di OpenOffice come strumento di Office Automation, aveva deciso di tornare indietro e stipulare un accordo con per l’acquisto di licenze di Office365 per 600 postazioni di lavoro. Scalpore ma anche molte perplessità, perché si tratta di una scelta in netta controtendenza rispetto alle scelte di altri settori della Pubblica Amministrazione sia italiana (una su tutte la migrazione di 150.000 postazioni a LibreOffice in corso presso il Ministero della Difesa) che internazionale (una su tutte la scelta del governo del Regno Unito di adottare l’ODF come formato standard per la produzione documentale nella Pubblica Amministrazione), e anche per la poca chiarezza con cui un rapporto “indipendente” avrebbe dovuto dimostrare il risparmio conseguente alla scelta in atto.

Il 28 gennaio il sito Informagiovani del comune marchigiano riporta la notizia, pubblicata in precedenza sul sito dell’associazione Informagiovani, secondo cui Microsoft finanzierebbe 20 borse di studio per un corso di formazione, realizzato insieme a Tree e SkipsoLabs, denominato “CTO4STARTUP”. Il corso intende “formare i CTO (Chief Technology Officer) del futuro, in particolare quelli impegnati nella creazione di una startup, su contenuti tecnici e sulla gestione delle persone”. In realtà sembra trattarsi di 20 borse di studio per un corso da 20 posti: nessun altro, oltre ai 20 selezionati e pagati da Microsoft, potrà partecipare, neanche pagando di tasca propria.

In un’intervista a “Corriere Comunicazioni” Fabio Santini, direttore della divisione Direttore della Divisione Developer Experience and Evangelism di Microsoft Italia, illustrando il progetto spiega che “spesso il successo di una startup è strettamente legato non solo all’idea di base ma anche al valore dell’infrastruttura tecnologica che può sostenerne o meno la crescita” e anche che il corso intende “formare le professionalità adeguate per sostenere startup e aziende italiane nel proprio percorso di crescita, cogliendo le opportunità dei trend tecnologici, gestendo in modo sinergico i team e costruendo network di valore”.

Naturalmente nessuno può mettere in dubbio la qualità dell’offerta, né le competenze di chi la propone. Sarebbe come mettere in dubbio la competenza di Volkswagen in fatto di motori, o quella di McDonald’s in fatto di hamburger, o di Chiquita in fatto di banane. Ma se Volkswagen finanziasse un corso di motori destinato a giovani disoccupati, di che motori parlerebbe? Che esperti di motori formerebbe? Per costruire motori per chi? Su quanti tipi di hamburger ci formeremmo in un corso finanziato da McDonald’s? Quali metodi di coltivazione e raccolta delle banane impareremmo in un corso offerto da Chiquita?

È del tutto legittimo che un’azienda promuova i suoi prodotti come meglio crede, ma la “formazione” è una cosa diversa: ha a che fare con l’insegnare a pescare più che con il mettere a disposizione del pesce. Tanto più che oggi la tecnologia in generale e l’ICT in particolare hanno, a livello planetario, sempre più a che fare con strumenti , con formati standard, con concetti come l’interoperabilità, l’aderenza agli standard e la condivisione di informazioni, di dati, ma anche di conoscenza, E il software è conoscenza. Concetti lontani, al limite antitetici a quelli su cui Microsoft ha costruito la sua fortuna economica e la sua egemonia culturale.

Le persone, soprattutto le nuove generazioni, dovrebbero essere poste nelle condizioni di scegliere liberamente, di trovare la propria “frequenza di risonanza”. Come ha scritto il prof. Davoli, “Ogni studente ha proprie capacità e propri talenti innati, ha frequenze proprie di risonanza. Deve essere esposto a quanti più domini del sapere e metodologie sia possibile. Quando incontrerà una vibrazione simile ad una delle proprie frequenze inizierà a risuonare, e sarà l’inizio di una magnifica avventura”.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/02/01/la-marca-monomarca/

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microsoft, multinazionali, openofficeorg, riflessioni

FermoLUG News – Febbraio 2016 – Numero 3

1 febbraio 2016

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Microsoft, il sonno della ragione

29 gennaio 2016

Naturalmente, non parlo dell’azienda, che continua a beneficiare degli effetti delle decisioni lungimiranti prese da Bill Gates quando era il leader (mai eguagliato per visione e capacità) del colosso di Redmond. Decisioni che hanno generato quell’ecosistema che continua a tenere in piedi, anche se con difficoltà crescenti, quel modello “chiuso” dal quale è praticamente impossibile uscire, perché è entrato nelle abitudini quotidiane della maggioranza delle persone.

Parlo dei trent’anni di “distrazione collettiva” di tutti i Paesi, tra il 1985 e il 2015, che hanno lasciato nelle mani di – perché era comodo e non obbligava a pensare e prendere decisioni – il governo tecnologico della cosa pubblica, a partire – e questo è l’aspetto più grave – dalla scuola. Senza questo sonno della ragione, non sarebbe mai riuscita ad arrivare all’attuale situazione di monopolio di fatto, che ormai rappresenta un costo insostenibile, e non solo sotto il profilo economico, per la comunità.

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Prendiamo, per esempio, il formato dei documenti creati da Microsoft Office. In pura teoria, a partire dalla versione 2007 si tratta di un formato standard, per cui il problema dell’interoperabilità con gli altri software non si dovrebbe porre, perché i documenti dovrebbero essere facilmente riconducibili alle specifiche depositate presso la International Standards Organization (meglio nota come ISO).

E invece, non solo ciascuna versione di Microsoft Office dalla 2007 in avanti (Office 2007, Office 2010, Office 2013 e Office 2016) crea una versione diversa di documenti che dovrebbero essere standard – e quindi sempre uguali, a parità di contenuti – ma rende praticamente impossibile la creazione dell’unica versione “standard” (chiamata “Strict”) in quanto la lega a un comportamento non standard dell’utente. Naturalmente, Microsoft Office utilizza come formato di base la sua versione “creativa” dello standard.

Purtroppo, il solo fatto che esista un formato di Microsoft Office che risponde, in pura teoria, al concetto di standard, rappresenta per tutti i governi – con l’unica, e virtuosa, eccezione del Governo del Regno Unito – motivo sufficiente per evitare di pensare e prendere una decisione a difesa dei cittadini, ovvero il passaggio al formato ODF (Open Document Format), l’unico standard per i documenti autenticamente standard.

Il Governo del Regno Unito ha stimato che i costi nascosti dovuti alla mancata interoperabilità ammontano a qualche punto percentuale della propria spesa totale in information technology, di 16 miliardi di sterline all’anno.

Questi costi vengono ridotti quasi a zero (i problemi di interoperabilità che derivano da errori nella creazione dei file non possono essere eliminati) passando a ODF, perché i documenti ODF – a parità di contenuti – sono identici, e vengono letti da tutti i software compatibili nello stesso modo (e gli eventuali problemi di lettura sono riconducibili al software, e non al formato).

Al contrario, il formato OOXML cambia tra due diverse versioni di Microsoft Office, per cui i documenti vengono letti correttamente solo dalla stessa versione del software (e quindi da una minoranza degli utenti). Questo è talmente vero che i problemi di interoperabilità tra due diverse versioni dello stesso software vengono ormai considerati un male necessario, e gli utenti stentano a credere che sia possibile eliminarli passando a un altro formato (e come se non bastasse, un formato creato da un consorzio di aziende e non dalla “grande” Microsoft).

Purtroppo, gli utenti ignorano completamente l’esistenza del lock-in, e con loro anche i governanti che dovrebbero vegliare sulle istituzioni che rappresentano gli utenti, e dovrebbero proteggerle dagli effetti del lock-in. Infatti, se per un utente la fuga dal lock-in ha un costo in termini di tempo (io ho “perso” delle ore per fare la conversione di tutti i miei documenti dai formati Microsoft a ODF), per una istituzione ha un costo sia in termini di tempo sia in termini di debito tecnologico, perché l’istituzione continua a utilizzare una tecnologia obsoleta che non ha lo scopo di innovare ma solo quello di perpetuare se stessa.

Il Governo della Francia si è svegliato dal sonno della ragione, e ha aggiornato il repertorio dei formati aperti. Il Governo dei Paesi Bassi si sta muovendo in modo simile. Purtroppo, le speranze che questo avvenga anche in Italia sono flebili, in quanto coloro che dovrebbero vegliare sul tema non sono a conoscenza nemmeno del fatto che OOXML non è – allo stato dei fatti – uno standard. Secondo loro, il problema non merita nemmeno un approfondimento… E il sonno della ragione continua.

Italo Vignoli

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/01/29/microsoft-sonno-della-ragione/

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microsoft, riflessioni

Linux Foundation lascia indietro la community?

26 gennaio 2016

La celebre fondazione del Pinguino modifica il regolamento interno estromettendo, di fatto, i membri del consiglio eletti dalla community. Un passo pericoloso, dice qualcuno, mentre i dirigenti difendono la mossa

Roma – Tempesta in vista per Linux Foundation, l’organizzazione dedicata alla promozione e alla standardizzazione di Linux e del software open source che a dire dello sviluppatore Matthew Garrett si è chiusa a riccio lasciando fuori i rappresentati della community di volontari. Tutto come prima, risponde invece il CEO Jim Zemlin.

Garrett ha evidenziato un importante cambiamento apportato allo statuto interno della Fondazione per quanto riguarda l’elezione dei membri del consiglio che gestisce l’organizzazione, un organo che d’ora in poi dovrà di fatto accogliere solo le personalità indicate dalle aziende interessate a Linux per motivi di mero business.

Lo sviluppatore rivela che, fino a pochi giorni or sono, l’elezione del consiglio veniva ripartita tra 10 elementi indicati dai membri “platinum” della Linux Foundation (costo di iscrizione: 500.000 dollari all’anno), 3 dai membri “gold” (100.000 dollari), 1 dai membri “silver” (5.000-20.000 dollari) e 2 dai membri individuali (99 dollari) appartenenti alla community.

Il “grosso” delle decisioni della Fondazione è insomma vincolata alle esigenze delle corporazioni tecnologiche più importanti (Intel, NEC, IBM, HPE e Samsung sono tutti membri Platinum), ma ora anche la partecipazione simbolica della community è stata eliminata assieme alla possibilità di eleggere membri del consiglio da parte dei singoli partecipanti alla Fondazione.

Per Garrett la decisione di modificare lo statuto non è un cambiamento positivo, ma il CEO Jim Zemlin ha risposto ufficialmente alle preoccupazioni – e alle prevedibili polemiche emerse in questi giorni – parla di un’evoluzione in linea con le altre organizzazioni più importanti della “comunità e dell’industria” del FOSS. Le reazioni, neanche a dirlo, sono state tutto fuorché positive.

Alfonso Maruccia

Fonte: http://punto-informatico.it/4298158/PI/News/linux-foundation-lascia-indietro-community.aspx

UrlNews: https://mjg59.dreamwidth.org/39546.html

UrlNews2: http://techrights.org/2016/01/21/linux-foundation-coup/

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hotnews, linux, news

I buoni consigli e il cattivo esempio

25 gennaio 2016

happy childrens group in schoold have fun and learning leassos

Fine anno di grande fermento per tutte le scuole: il 15 gennaio 2016 è scaduto il termine per la presentazione del piano triennale dell’offerta formativa (PTOF). La legge di riforma del sistema scolastico (n.107/2015), entrata in vigore lo scorso luglio, lo descrive come “il documento fondamentale costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle istituzioni scolastiche ed esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa e organizzativa che le singole scuole adottano nell’ambito della loro autonomia”. Un documento importante, insomma. In realtà la legge stessa lo voleva pronto “entro il mese di ottobre” ma, appunto, data la sua importanza, il termine è stato saggiamente prorogato per dar modo a dirigenti scolastici e docenti di metterlo a punto nel migliore dei modi. D’altra parte, come espressamente richiesto al comma 5 dell’art.1, “ai fini della predisposizione del piano, il dirigente scolastico promuove i necessari rapporti con gli enti locali e con le diverse realtà istituzionali, culturali, sociali ed economiche operanti nel territorio; tiene altresì conto delle proposte e dei pareri formulati dagli organismi e dalle associazioni dei genitori e, per le scuole secondarie di secondo grado, degli studenti”. Come si sarebbe potuto fare in tre mesi?

I buoni consigli

Tra le tante iniziative di supporto messe in campo, l’ANP (Associazione Nazionale Dirigenti e Alte Professionalità della ), sindacato dei dirigenti scolastici, fornisce sulle pagine del suo sito web un vero e proprio vademecum per la stesura del PTOF. Si tratta di materiale frutto di una serie di seminari tenuti nei mesi scorsi in giro per l’Italia: presentazioni (in realtà il link pare essere errato, puntando ad altro), linee guida che aiutano a selezionare i contenuti e addirittura un modello di PTOF parzialmente compilato che il dirigente può completare con i contenuti adeguati alle necessità della propria scuola. Sicuramente tanti buoni consigli che molti dirigenti potrebbero trovare utili per la stesura del PTOF per il loro istituto.

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Il cattivo esempio

Ma in quella pagina salta subito all’occhio una serie di pratiche che non sono di buon esempio per chi legge.

  1. L’uso improprio di nomi di prodotti software commerciali per indicare formati di file
    “Powerpoint” non è sinonimo di “presentazione multimediale”, ma è il nome di un programma commerciale – Microsoft PowerPoint, appunto – per realizzare presentazioni multimediali. Nativamente produce file in formato .pptx. Analogamente, “Word” non è sinonimo di “documento di testo”, ma è il nome commerciale di un programma – Microsoft Word, appunto – per la produzione di documenti di testo. Nativamente produce file in formato .docx. Entrambi fanno parte, insieme ad altri, del pacchetto di programmi Microsoft Office.
    L’uso improprio di questi termini è un pessimo biglietto da visita per chi lavora nel mondo della cultura in generale e dell’insegnamento in particolare: la proprietà di linguaggio è un valore da custodire e da tramandare. Inoltre induce a pensare che Microsoft PowerPoint sia l’unico strumento per fare presentazioni multimediali e Microsoft Word l’unico strumento per redigere documenti di testo, e quindi che la scuola debba necessariamente essere dotata di questi  – costosi – strumenti per poter creare quei file (falso), o anche solo per poterli aprire (falso) o comunque essere sicuri di visualizzarli in modo corretto (vero). Infine rappresenta una forma di pubblicità a prodotti commerciali, che sul sito di una associazione di dirigenti scolastici stona molto, esattamente come stonerebbe la pubblicità di una marca di penne biro, o di quaderni, o di carta igienica, o di crociere ai Caraibi.
  2. L’uso di formati proprietari per la condivisione di file.
    I file scaricabili nella pagina in questione sono stati realizzati – si era già capito – utilizzando Microsoft Office, e sono nel formato predefinito con cui Microsoft Office salva i file.
    Niente di male in questo, se non costringesse di fatto anche chi li dovesse leggere e li volesse visualizzare in maniera corretta a possedere una qualche licenza dello stesso programma. Perché il formato di Office, OOXML, sarà pure diventato rocambolescamente uno standard, ma implementare correttamente uno standard descritto in più di 5000 pagine di norma è un’impresa ardua (anche per gli estensori della norma, con risultati che possiamo immaginare), ben più che implementarne uno da “sole” 768 pagine quale è lo standard Open Document Format, usato da LibreOffice e da decine di altri software; niente di male se i file non fossero destinati a dirigenti scolastici o comunque al mondo della scuola, lasciando quindi erroneamente presupporre che MS Office faccia parte – o debba far parte – della dotazione di tutte le scuole.
    Lo sappiamo, e ne abbiamo già parlato altre volte: c’è molta confusione su questi temi, non solo nel mondo scolastico, figlia delle cattive consuetudini e della carenza di corretta informazione. Microsoft Office si è sempre usato, più o meno legalmente (a volte “meno”, anche all’insaputa degli utenti), nelle scuole e nelle case, tanto che i programmi sono divenuti sinonimi dei formati dei file. Ce lo siamo sempre trovato più o meno consapevolmente installato nei computer che usiamo, tanto da arrivare a pensare che non esistano, non possano esistere computer che ne siano privi, come i bambini di città che credono che i pomodori nascano nei supermercati o, peggio, come gli eroinomani che non possono immaginare una vita senza la “roba”.
    Ma oggi il mondo prova ad andare diversamente, non foss’altro che per l’esistenza in Italia di una legge che obbliga le Pubbliche Amministrazioni a scegliere sulla base di criteri ben precisi, primo fra tutti: la libertà.
    Se il mondo ci prova, dovremmo cercare tutti di assecondarlo. E la scuola dovrebbe sempre, per prima, dare il buon esempio, usando formati aperti (possibilmente i migliori, dato che esistono) e (ne esiste di ottima qualità) salvo fondate ragioni contrarie, delle quali in questo specifico caso… registriamo l’assenza.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/01/25/buoni-consigli-cattivo-esempio/

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riflessioni, scuola, software

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