Lasciate stare gli hacker. Antenati di maker e startupper, sono loro i veri eroi della rivoluzione digitale

18 aprile 2016

IMG_7260-1440x1080Ecco come la cultura hands on dell’hacking e l’etica calvinista della cooperazione ci hanno dato la quarta rivoluzione industriale

Oggi si parla tanto di startup, makers e Internet e ci si scorda il contributo che a questi fenomeni hanno dato gli hacker di tutto il mondo. Un contributo di idee e di strumenti, tanto che possiamo dire che la stessa cultura di Internet è coeva alla cultura dell’hacking, come pure che i makers sono solo un altro nome che diamo agli hacker perché fa più fico.

Steven Levy  è stato il primo a riscostruire una storia sistematica dell’hacking e dei suo protagonisti, gli hacker, tratteggiandone le virtù (Hackers: Heroes of the Computer Revolution, 1984).

Hacker, ci racconta Levy, è chi, nel mondo dell’informatica preferisce l’autorevolezza all’autorità, la competenza alle gerarchie, la creatività ai compiti ripetitivi, ma soprattutto chi crede che l’accesso all’informazione e ai computer siano un valore da diffondere e difendere.

Secondo Eric Raymond, autore di La Cattedrale e il Bazar (1997), coautore con Bruce Perens della Open Source DefinitionC’è una comunità, una cultura comune, di programmatori esperti e di maghi delle reti che affonda le radici della sua storia decenni addietro, ai tempi dei primi minicomputer e dei primi esperimenti su ARPAnet. I membri di questa cultura stanno all’origine del termine ‘hacker’. Gli hacker hanno costruito internet. Gli hacker hanno reso il sistema operativo UNIX quello che è oggi. Gli hacker mandano avanti Usenet. Gli hacker hanno fatto funzionare il World Wide Web. Se fai parte di questa cultura, se hai contribuito ad essa e altre persone della medesima ti conoscono e ti chiamano hacker, allora sei un hacker.

Altri hanno interpreato diversamente la figura dell’hacker e anche se hanno avuto più fortuna di altri nel descriverla non è detto che ce ne abbiano restituito la forma complessiva.

Pekka Himanen nel suo L’etica hacker e lo spirito della società dell’informazione (2001), ad esempio ha enfatizzato l’etica calvinista degli hacker, ma probabilmente non ha fatto i conti con le varianti etnografiche e culturali di soggetti che sono più esplicitamente orientati al conflitto e che mettono la propria arte al servizio di una causa comune: la liberazione dell’informazione.

A queste figure mitiche e sfuggenti molti teorici hanno guardato con imteresse e con la difficoltà di coglierne l’essenza, elaborando definizioni che non trovano mai nessuno veramente d’accordo.

Eppure tutti sono convinti che abbia influenzato profondamente lo spirito del nostro tempo.

La “classe hacker” – efficacemente descritta dall’australiano McKenzie Wark nel suo Un manifesto Hacker (2005)  – non esiste, ma la cultura hacker certamente sì. E con altrettanta certezza possiamo dire che ha modellato profondamente la nostra società.

Storicamente la cultura hacker è emersa in rapporto all’uso creativo delle macchine informatiche e le sue origini possono essere rintracciate nei dormitori del Massachussets Insititute of Technology a cavallo degli anni sessanta, quando un gruppo di scavezzacollo che si divertiva a giocare con i trenini elettrici decise che era più divertente farlo coi computer e coniò il termine hacker, per indicare quelli che con un “hack”, una furbata, facevano funzionare meglio software, relais e telefoni.

Da allora la cultura hacker si è espressa come un orientamento a vivere giocosamente il rapporto con macchine, fili elettrici e computer.

La parola hacker, nome con cui in gergo vengono chiamati anche chiamati tagliaboschi, zappatori, e giornalisti da strapazzo, viene dall’inglese “to hack” che soprattutto nelle forme composte “significa tagliare a pezzi, intagliare, spezzare, sfrondare, aprirsi un varco”, che è esattamente quello che i primi hacker facevano: improvvisare soluzioni creative per rendere più veloci ed efficienti i compiti svolti dai computer, sfrondando righe di codice e aprendosi un varco verso la soluzione più veloce, non quella tecnicamente perfetta, ma quella più efficace in un dato contesto.

L’attitudine hacker si è concentrata nella creazione di hardware e software semplici, usabili, economici e versatili, per facilitare la creazione di reti di macchine e di persone.

Motivati dalla sfida intellettuale, dalla passione per la ricerca, dal riconoscimento all’interno della comunità e con l’ambizione di realizzare qualcosa di utile per sé e per gli altri, in quasi mezzo secolo gli hacker ci hanno consegnato strumenti potenti per fare meglio e più velocemente quello che ogni tappa della rivoluzione tecnologica ci offriva.

Infatti la cultura hacker ha creato i protocolli su cui ancora viaggia Internet, i sistemi operativi su cui ancora si basano i supercomputer, il software libero, le reti peer to peer e gli strumenti di cooperazione come i blog e i wiki, ed ha cambiato il nostro modo di rapportarci al mondo del sapere, dell’informazione e della tecnologia.

Gli hacker e la cultura dell’innovazione

Ma se appare ovvio il portato di questa cultura in tutte le attività umane che utilizzano i computer, strumenti ubiqui e pervasivi ormai insostituibili, diventati negli anni macchine generatrici di senso e di ambienti di vita, è meno ovvio individuare come i tratti ricorrenti e le caratteristiche peculiari dell’attitudine hacker si inverano oggi nella cosiddetta società della conoscenza e dell’informazione.

Se definiamo l’innovazione come la possibilità di fare quello che ieri era impossibile o impensabile (Granelli, Formenti), e se la condivisione di conoscenze è il motore primo dell’innovazione, capiamo come la cultura hacker e le storie degli hacker hanno strettamente a che fare con essa. In maniera diretta, perché molti hacker sono diventati imprenditori dell’innovazione tecnologica. Steve Jobs e Richard Stallman sono considerati universalmente eroi della rivoluzione informatica, ma bisogna pensare che senza il Napster di Shawn Fanning oggi forse non esisterebbe iTunes; che senza lo Skype di Niklas Zennstrom, useremmo interfacce impossibili per telefonare via Internet invece di Signal; e che senza lo Slashdot di Rob Malda vivremmo un’era pre-blog.

Ma la cultura hacker si rapporta con la conoscenza e l’innovazione in maniera più sottile.

  1. Molti hacker, spesso sconosciuti, dedicano la propria vita a innovare idee, pratiche, strumenti, applicando il proprio metodo – il free-style nella programmazione, il cut-up e il pensiero laterale- a domini noti in maniera innovativa e non sempre ortodossa. È stato il caso di Jerome Rota e Max Morice che con un’operazione di reverse engineering hanno dato al mondo il famoso codec DivX. Oppure il caso di DVD John che ha dato una spinta impensata all’industria della sicurezza violando il codice di protezione CSS dei dischi Dvd.
  2. La produzione di beni materiali adotta sempre più di frequente il metodo dell’apertura e del decentramento come approccio principale del proprio modo di operare, l’etica hacker del lavoro, della cooperazione competitiva e della condivisione, l’orizzonte della comunicazione globale e senza limiti, è ormai tutt’uno con i modelli di produzione prevalenti dell’industria immateriale.
  3. Nei contesti knowledge intensive dove le gerarchie rappresentano un freno alla produzione di idee, dove la cooperazione e il virtuosismo tecnico sono la precondizione per superare routine burocratiche e il decentramento è l’unico modo di lavorare in parallelo su progetti complessi, è evidente come tutta la società sia debitrice dello stile hacker di lavorare.

Quello hacker negli anni si è rivelato un atteggiamento che ha progressivamente reso obsoleta l’organizzazione piramidale aziendale, ponendosi in continua osmosi con l’esterno, fino a delineare forme d’impresa a rete, secondo modelli operativi che incentivano i dipendenti a lavorare fuori dall’impresa, senza distinzione fra tempo di lavoro e tempo libero.

La cultura hacker è diventata una metafora organizzativa dell’industria moderna intesa come sistema connesso, aperto e decentrato.

Ma, anche se non ce ne accorgiamo più, l’influenza di questa cultura sta soprattutto nel metodo applicato alla risoluzione dei problemi, un metodo basato sul libero scambio di informazioni, la libera condivisione di idee e risultati, il libero utilizzo del patrimonio di conoscenze comuni. Vedi la storia di Aaron Swartz e di Science-hub.

Un metodo che, unito all’enorme fiducia degli hacker nella libertà di ricerca, di cooperazione, di competizione, si configura come una concezione “post-calvinista” del lavoro e del mercato.
Per questo sarebbe difficile pensare l’innovazione oggi senza la passione per la condivisione tipica della Republica della Scienza (Karl Polanyi), da loro immaginata.

Ma l’attitudine al fare, il rispetto verso il sapere fare e il sapere implicito, la cultura dell’hands-on sono i precedenti formali e sostanziali della cultura delle startup e dei maker.

Da una parte perché molti di loro hanno cominciato a costruirsi in casa gli strumenti informatici, assemblando schede e periferiche, scrivendo codice (vedi la lettera agli hobbisti indirizzata a Bill Gates), dall’altra perché dai garage degli homebrewers sono nate grazie a piccoli finanziamenti e poi a capitali di rischio le più grandi aziende informatiche del mondo come startup oppure acquisite dai grandi colossi delle telecomunicazioni. Insomma, in una parola, la cultura delle startup e dei maker deve tutto agli hacker e alla loro cultura.

Ma, se possiamo dire che l’hacker è diventato il prototipo del knowledge worker dell’economia informazionale, c’è un aspetto della sua cultura che non è ancora stato assimilato, ed è il rapporto che essa intrattiene con la proprietà.

Gli hacker considerano da sempre la proprietà intellettuale un ostacolo al dispiegarsi delle potenzialità della cooperazione sociale basata sulle macchine, e questo è il motivo della loro profonda avversione nei confronti dei recinti che impediscono l’accesso agli Information Commons, i beni comuni della conoscenza.

Anche per questo gli appartenenti alle comunità hacker, riconosciuti come hacker dai loro pari, se la ridono alla grossa quando qualcuno prova a definirli come white, gray, o black hat hacker, un metodo di categorizzazione di tipo criminologico dove la gradazione del colore passa dal buono al cattivo.

L’unica distinzione che veramente gli interessa è quella con i cracker, cioè con chi viola codici e sistemi informatici protetti per procurare un vantaggio unicamente a se stessi.

ARTURO DI CORINTO

Bibliografia ragionata

Fonte: http://www.chefuturo.it/2016/04/hacker-eroi-informatica-antenati-startupper/

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numeriuno, riflessioni, software

Prendilo, è gratis (la prima volta) /2

15 aprile 2016

efsa-1-34-1294-minSe uno ha imparato a contare soltanto fino a sette
vuol mica dire che l’otto non possa esserci.
Jovanotti

Delle recenti strategie di marketing messe in atto dalle major del software, che regalano prodotti e servizi alle scuole nella speranza di formare futuri utenti paganti, abbiamo già parlato qui.

Ovviamente anche le università rientrano in questi piani commerciali. Microsoft, ad esempio, ha lanciato il suo programma Microsoft Educator Grant, destinato ai docenti universitari e ai loro studenti. Il programma offre accesso gratuito ai servizi cloud Microsoft Azure per il docente e gli allievi del suo corso. Secondo le intenzioni di Microsoft “il programma Microsoft Educator Grant nasce con l’obiettivo di dare ai professori e agli studenti nel contesto universitario l’opportunità di sfruttare tutti i vantaggi di Microsoft Azure, usufruendo, in ambito didattico, di una piattaforma di servizi cloud avanzata come quelle utilizzate dalle grandi aziende”.

Dato che normalmente l’account di accesso a Microsoft Azure viene venduto a 250 dollari al mese per il docente e a 100 dollari al mese per ogni studente, sembra un’ottima cosa.

Invece no. Per diverse ragioni:

  1. l’account docente è gratis solo per un anno, gli account studente addirittura solo per sei mesi; alla scadenza bisognerà pagare i canonici 250 $/mese e i 100 $/mese per mantenerli attivi. Se non si provvede entro 90 giorni, tutti i dati verranno semplicemente eliminati. In realtà è abbastanza verosimile che, trattandosi di strumenti messi in piedi a scopo didattico, dopo un semestre uno studente non ne abbia più bisogno, come non ne ha bisogno il docente dopo un anno, ma a chi piacerebbe sapere che il materiale con cui hai preparato un esame sta per sparire per sempre e non potrà più essere usato né consultato, se non pagando cifre non propriamente trascurabili?
  2. l’università non è un’azienda privata, ma è l’istituzione che fa della condivisione della conoscenza, insieme alla ricerca scientifica, uno dei fondamenti della sua esistenza. La condivisione della conoscenza non si può avere se non in un contesto di neutralità tecnologica (o almeno di pluralismo) e di utilizzo di standard aperti. Può la conoscenza essere rinchiusa in “scatole” private e disponibile addirittura a tempo determinato? Che succederebbe se lo stesso destino di quei dati, cancellati dopo un anno, fosse riservato – per dire – anche alle biblioteche universitarie, così ricche di saperi, in molti casi secolari, liberamente accessibili a chiunque?
  3. chi ci guadagna veramente da questa offerta? Gli studenti? Non molto: avere imparato ad usare uno strumento tra i tanti, proprietari e liberi, che il mercato propone, solo perché regalato, in generale non è un buon biglietto da visita da presentare sul mercato del lavoro. I Docenti? Forse: la disponibilità di una soluzione bell’e pronta e che non grava sulle casse sempre troppo vuote degli atenei è una tentazione troppo forte, ma lascia aperti gli interrogativi posti al punto precedente. Chi propone l’offerta? Sicuramente: uno studente (non pagante) che si forma su un dato strumento sarà portato a pensare che quello sia l’unico esistente, o comunque il migliore sul mercato, e sarà quindi un probabile futuro utente (pagante) di quello strumento, anche semplicemente perché lo sa già usare.

Ma è davvero quello che vogliamo?

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/04/15/prendilo-gratis-la-volta-2/

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microsoft, multinazionali, riflessioni

Nantes o Caserta?

8 aprile 2016

0o1a9274-2800-minDai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno.
Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita
(Proverbio cinese)

Nantes, 290 mila abitanti, sesta città della Francia, ad aprile 2016 avrà ufficialmente completato la migrazione di tutti i computer della Pubblica Amministrazione da Microsoft Office a . Più o meno contemporaneamente il comune (attualmente commissariato) di Caserta, 76 mila abitanti, settantunesima città dell’Italia, avrà completato l’acquisizione di 37 licenze per l’uso di Microsoft Office 2016 Standard.

Detta così, la notizia è già abbastanza sconvolgente: Eric Ficheux, responsabile del progetto di migrazione francese, ha dichiarato che semplicemente “Libreoffice adesso è la norma” a Nantes, punto. Ma la vera sorpresa, almeno per chi è abituato a ragionare solo in termini contabili, è che Nantes alla fine spenderà più di Caserta: il capoluogo della Loira ha infatti stanziato 200.000 euro, mentre Caserta ne spenderà poco meno di 10.000. Ma i numeri, da soli, dicono poco, dicono il prezzo ma non il valore: tutti sappiamo dire se costa più una berlina di lusso o un’utilitaria, ma sappiamo stabilirne il valore?

Caserta ha deciso – dando per scontata, senza averla vista, l’analisi comparativa delle soluzioni a norma di legge – di spendere i suoi soldi per farsi concedere da Microsoft il diritto di utilizzare un prodotto software commerciale per la produzione documentale dei suoi uffici. E nient’altro. Nantes, invece, secondo le informazioni riportate su Joinup, ha scelto di investire i duecentomila euro per contribuire attivamente allo sviluppo di LibreOffice collaborando alla correzione di bug e allo sviluppo di nuove funzionalità che verranno condivise e quindi eventualmente implementate nella versione ufficiale di LibreOffice. La nota non lo dice ma, trattandosi di un progetto di migrazione a regola d’arte, ulteriori risorse si suppone che siano state dedicate alla comunicazione, alla formazione del personale e alla soluzione di eventuali problemi di compatibilità. Alla fine del processo, quindi, Nantes si ritroverà ad aver innescato processi virtuosi di collaborazione, di crescita umana e professionale del personale, di acquisizione e condivisione di consapevolezza e conoscenze, di utilizzo di formati standard aperti per la produzione e la pubblicazione di documenti, processi che avranno effetti positivi tangibili sulla qualità del servizio che la sua Pubblica Amministrazione offre alla collettività; Caserta, invece, nonostante gli slogan pubblicitari associati alla vendita di nuovi prodotti software, avrà semplicemente… comprato licenze d’uso. Nantes avrà un sistema amministrativo complessivamente migliore di quello che aveva prima, evoluto e in grado di utilizzare gli strumenti (liberi) a disposizione; Caserta avrà soltanto una nuova versione della suite da ufficio. Niente formazione, niente collaborazione, niente condivisione, niente utilizzo di formati aperti.

Eppure, a giudicare dalla qualità dei documenti prodotti, viene da pensare che anche nella città della Reggia ci sarebbe bisogno di un po’ di formazione, e anche della revisione di qualche procedura: infatti stampare su carta una determina, aggiungere a mano numeri di protocollo, date e firme, scansionare il foglio per produrre file PDF raster da pubblicare nell’albo pretorio online non ci sembra l’ultimo grido in fatto di tecnologia. Viene anche da sperare che i diecimila euro di licenze non servano solo per produrre (male) quel genere di documenti: anziché comprare del pesce, non sarebbe stato più utile investire per imparare a pescare?

 

(esempio di documento creato a Caserta con strumenti “evoluti”)

casertaMarco Alici

Fonte: http://linkis.com/www.techeconomy.it/2/7Ilms

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LibreOffice, riflessioni, software

Software libero al “Villaggio dell’Infanzia”

7 aprile 2016

Dopo alcuni anni di assenza, il 7 e 8 maggio Grottazzolina (FM) tornerà ad essere il “Villaggio dell’Infanzia”. Grazie all’impegno organizzativo dell’associazione “Arte Per Crescere”, per due giorni il piccolo centro dell’entroterra fermano sarà invaso dai bambini e da intere famiglie: “Faremo trascorrere due giornate tra laboratori, attività in strada, concerti, spettacoli e formazione per genitori, educatori ed insegnanti”, spiega Katy Nataloni, referente dell’Associazione. “Ci sarà un convegno importante con il Garante per l’Infanzia, nel quale si parlerà della tutela del bambino e del ruolo del futuro educatore legato alla riforma della Legge 107, che verrà presentata dalla Senatrice Francesca Puglisi; si parlerà di formazione specifica dell’educatore, all’interno della quale siano incluse anche le arti e altri linguaggi di comunicazione. Toccheremo anche il tema della sicurezza a scuola da zero a 6 anni, poi una serie di workshop formativi legati a varie tematiche.”

In questo contesto ci sarà posto anche per l’informatica e il software libero e open source. Infatti, sebbene gli strumenti informatici siano oggi alla portata di tutti fin dalla più tenera età, tuttavia manca, in generale, la consapevolezza necessaria alla scelta degli strumenti giusti e l’educazione al loro corretto utilizzo.

Per questo il FermoLUG, con il patrocinio di LibreItalia, sarà presente domenica 8 maggio con uno spazio espositivo dove si imparerà a crescere a pane e software libero. In questo spazio sarà possibile conoscere la storia e i valori alla base della nascita di importanti progetti open source, come la condivisione della conoscenza, la collaborazione e l’importanza delle comunità che si occupano del loro sviluppo.

Verranno messi a disposizione dei computer con diverse versioni del sistema operativo GNU/Linux, dove chiunque potrà toccare con mano la facilità d’uso, comprendere la sicurezza del sistema (che rende inutile, per esempio, l’uso di programmi antivirus), vedere la quantità e qualità di programmi – liberi, a sorgente aperto e senza costi di licenza – a disposizione per i bambini e per tutta la famiglia: apprendimento, gioco, navigazione web, posta elettronica, videoscrittura e produttività individuale. Ci sarà anche la possibilità di conoscere Raspberry Pi, il famoso mini-computer economico nato in Inghilterra proprio per favorire l’insegnamento dell’informatica, della programmazione e dell’elettronica di base nelle scuole. Infine si potrà entrare nel mondo della stampa 3D attraverso il progetto RepRap che, grazie allo sviluppo di stampanti 3D open source, ha reso questa tecnologia alla portata di tutti contribuendo a quella che autorevoli analisti hanno chiamato “la terza Rivoluzione Industriale”.

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.libreitalia.it/software-libero-al-villaggio-dellinfanzia/

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Aggiornamenti software non pervenuti?

6 aprile 2016

security_G1bhXPPu-minEra marzo 2013 quando la nostra redazione pubblicava la notizia che in Australia nel collegamento tra Sydney e Melbourne veniva battuto il record mondiale di velocità su internet, con un traffico dati che viaggiava a mille miliardi di bit al secondo (un terabit/s).

Era invece gennaio 2016 quando proprio l’ospedale di Melbourne (la seconda città Australiana per numero di abitanti), era vittima di un grave attacco malware ad opera del QBot Virus, un worm che sfrutta una vulnerabilità di e che ha tenuto impegnato per molte ore tutto il personale dell’Ospedale mettendo a rischio le informazioni sensibili dei malati ed il funzionamento dei macchinari medici.

E sempre nei primi mesi di quest’anno un altro grave episodio balzava alla cronaca, quello che è stato battezzato come il “cyber-attacco bancario del secolo”, ossia la campagna hacker chiamata Carbanak che ha fruttato ai criminali che l’hanno messa in atto un miliardo di dollari. Tale attacco pur sfruttando gli Advanced Persistent Threats, o APT, non si basava su vulnerabilità zero-day, ma su bug conosciuti, approfittando di sistemi non aggiornati, vulnerabili e imprudenza degli utenti.

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Fonte: blog.kaspersky.it/carbanak-colpo-da-1-miliardo-di-dollari/5622/

Nel 2011 il “Security Intelligence Report (SIRv11)” di Microsoft riportava che solo l’uno per cento degli exploit, nella prima metà dell’anno, ha sfruttato vulnerabilità zero-day. Il resto dei problemi è dovuto in gran parte a sistemi non aggiornati e ad attività di social engineering. Dal 2011 ad oggi però poco è cambiato se nel Rapporto Clusit 2015 si legge “ .. ancora nel primo semestre 2015 le vulnerabilità note e le tecniche di attacco più banali, ovvero più facili da contrastare, sono quelle che hanno causato più incidenti”. Infatti come si vede dalla tabella qui sotto, mentre gli attacchi “zero-day” rispetto al 2014 hanno avuto un forte calo, le vulnerabilità note e gli SQL Injection (quindi database dei siti web non aggiornati) sono in crescita. Lo stesso Report Annuale sulla Sicurezza Cisco del 2015 afferma che i portali web (CMS – Content Management System) fanno parte dei sistemi più attaccati (11% del totale).

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Il dato che ne risulta è che nonostante la tecnologia faccia passi da giganti, l’Internet of Thing stia diventando quotidianità, la tecnologia Smart e Wearable un qualcosa che ci fa restare connessi in ogni luogo, la questione degli aggiornamenti e dei sistemi sicuri è un qualcosa che sentiamo ancora lontana.

WINDOWS XP

Sappiamo benissimo che il supporto e gli aggiornamenti di Windows XP sono scaduti ad aprile 2014 e che il suo antivirus non è più aggiornato da luglio 2015, ma nonostante ciò ancora oggi Windows XP è presente per il 10,9% dei sistemi operativi utilizzati, di poco sopra a Windows 8.1 (9,56%), sotto a Windows 10 (14,15%) e Windows 7 (51,89%) (fonte: netmarketshare.com).

Windows XP è presente in molte aziende, in molti uffici e strutture pubbliche, in molti ospedali. Interessante a tal proposito l’analisi e l’esperimento riportato su questo articolo da Paolo Giardini. Come vedete a fronte di 128 documenti scaricati dal sito “governo.it” e dall’analisi dei suoi metadati, 31 file riportavano l’indicazione dei sistemi operativi con i quali erano stati prodotti. E di questi 31 ben 16 provenivano da Windows XP.

Ho voluto replicare l’esperimento per attualizzarlo ed integrarlo. Ho provveduto ad analizzare i metadati dai documenti scaricati dal sito comune.venezia.it, altro grosso ente pubblico. Delle centinaia di documenti scaricati, 90 mi hanno permesso di estrarre il sistema operativo con cui sono stati prodotti/modificati. La situazione che è comparsa è la seguente: 34 Windows XP, 50 Windows Server 2000, 3 Windows 98, 1 Mac OS, 2 Windows NT 4.0. I dati incredibili parlano da soli.

Restando in tema di Windows XP desidero fare una precisazione: gli sportelli bancomat non hanno Windows XP classico come lo conosciamo noi. Moltissimi hanno invece un sistema operativo basato sul Kernel di Windows XP ma chiamato Windows Embedded POSReady 2009 che viene appunto installato su postazioni Bancomat, macchine compatte, registratori di cassa. E proprio per l’uso che ne viene fatto a questo sistema Microsoft concede la possibilità di ricevere gli aggiornamenti fino al 09 Aprile 2019. Pur non essendo una procedura supportata e autorizzata da Microsoft (ovviamente :-D), è stata trovata una tecnica che attraverso una modifica al Registro di Sistema di Windows XP SP3, permette anche ad esso di ricevere gli aggiornamenti di fino al 2019 come se si trattasse di Windows Embedded POSReady. Essendo comunque i due sistemi diversi la procedura non è esente dal creare instabilità al sistema in talune condizioni.

WINDOWS SERVER 2003

Il 14 luglio 2015 è terminato il supporto di Microsoft a Windows Server 2003 e Windows Server 2003 R2. Molto importante anche questo aspetto perché qui si tratta di sistemi operativi server, che come tali si trovano a gestire i dati cruciali di un’azienda. Dati contabili, gestionali, database, configurazioni di rete, archivi documentali, tutte informazioni molto delicate e che nessuna azienda vorrebbe mai perdere che saranno vulnerabili se non si è migrati ad altro sistema operativo.

WINDOWS 7 e WINDOWS 10

L’importanza che deriva dall’avere sempre sistemi e programmi aggiornati è anche visibile nella gestione degli aggiornamenti dei sistemi operativi di casa Microsoft da Windows 7 in poi. Questo infatti ha visto per gli utenti consumer l’update forzato al Service Pack 1, mentre ancora facoltativo per gli Amministratori di rete. Per quanto riguarda Windows 10, la versione Home installa obbligatoriamente gli aggiornamenti senza necessità del consenso utente. E’ attivata la funzione di aggiornamento automatico che non può essere disattivata dagli strumenti di gestione del sistema. Per le altre versioni di Windows 10, di norma possedute dalle aziende, rimane la scelta in capo agli Amministratori di installare o meno i singoli aggiornamenti.

LEGISLAZIONE SULLA PRIVACY

Oltre all’aspetto della sicurezza, è importante considerare che sistemi operativi non aggiornati pongono le aziende in una condizione di violazione della normativa italiana sulla privacy, non garantendo più le misure minime di sicurezza.

CONSIGLI GENERALI

È fondamentale tenere presente che mantenere tutti i sistemi aggiornati ci mette al riparo non solo da malware e criminali, ma anche da bug che creano instabilità e mal funzionamenti, guasti e violazioni della normativa sulla privacy. Dovremmo pertanto:

  1. Utilizzare solo sistemi operativi e software originali e conformi alle normative
  2. Aggiornare periodicamente ogni software installato su un sistema informatico, i singoli programmi, le applicazioni sugli smartphone, i driver ed i firmware delle periferiche. Impostare precise politiche aziendali che prevedano anche una verifica periodica degli aggiornamenti di ogni software e sistema. Non fidarsi di aggiornamenti automatici ma verificare verificare che i sistemi siano sempre aggiornati e nel caso non lo fossero aggiornare manualmente.
  3. Non “Jailbreakkare” l’iPhone o effettuare il “root” sui dispositivi Android perché espone a problemi di sicurezza. Potendo scaricare app dagli store non ufficiali è possibile incappare e scaricare malware. Inoltre tali dispositivi potrebbero avere dei punti di accesso che in condizioni normali non avrebbero e rendere vulnerabile così il dispositivo per i criminali.
  4. Scaricare sempre le app dagli store ufficiali e anche da questi scaricarle solo dopo aver preso informazioni da altri utenti o amici che già le utilizzano. Fare attenzione alle applicazioni che hanno il nome simile a quello che davvero si sta cercando perché potrebbero non fare quello che ci si aspetta. Verificare inoltre che il produttore del software sia davvero chi deve essere.
  5. Non dimenticarsi dei device smart (Smartphone, SmartTV, ..) o dei Wearable o delle auto moderne. Tutto quello che è connesso ad internet sicuramente avrà la possibilità e la necessità di essere aggiornato.
Antonio Sagliocca
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grandefratello, microsoft, multinazionali

Simplenote disponibile per Linux

3 aprile 2016

simplenote-2Simplenote è una popolare app che permette di prendere rapidamente delle note, sviluppata inizialmente solo per iOS e Android è ora disponibile anche per Linux e Windows. E la notizia, forse più sorprendente, è che il software è ora completamente open-source.

L’applicativo è sviluppato da Automattic, ovvero la compagnia dietro a WordPress. Automattic ha anche molti altri prodotti degni di nota, ma in questo articolo ci concentreremo solo su Simplenote.

Ecco una schermata di Simplenote.

Ecco una schermata di Simplenote.

Le features di Simplenote

Se non avete mai provato Simplenote vi consiglio di provarlo. Non ha tutte le funzioni del rivale Evernote, ma la lista di cose che si possono fare con questa applicazione è veramente degna di nota, vediamo le principali:

  • Multipiattaforma;
  • Esiste un comando ‘cerca’ per trovare rapidamente una nota;
  • E’ possibile riorganizzare al meglio le note secondo vari parametri;
  • E’ possibile organizzare le note in ordine di data oppure in ordine alfabetico;
  • Le note possono essere sincronizzate tra i vari device collegati al vostro account;
  • Le note possono essere condivise con altri utenti, anche se non hanno un account Simplenote;
  • Le note possono essere modificate da altre persone, anche se non hanno un account Simplenote;
  • Esiste un tema light e un tema dark (nella versione desktop);
  • E’ possibile proteggere ogni singola nota con una password;
  • Non vi sono limitazioni di spazio;
  • Può essere usato anche senza collegamento a internet;

Insomma il software di Automattic è ben più che un semplice programmino per prendere note, è una vera e propria piattaforma che può competere con Evernote. La feature sicuramente più comoda è la possibilità di sincronizzare le note fra più device, è quindi possibile prendere una nota su smartphone e andarla poi a leggere sul tablet o sul pc.

Simplenote può essere usato su Ubuntu, Linux Mint, elementary OS e su moltre altre distro Debian/Ubuntu-based.

L’app è reperibile sul sito ufficiale.

Se la utilizzate fateci sapere la vostra opinione personale nel box dei commenti!

[Fonte]

Matteo Gatti

Fonte: http://www.lffl.org/2016/04/simplenote-disponibile-linux.html

 

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news, software, tipstricks

Più Windows 10 per tutti. Anzi, no

1 aprile 2016

handsonNel campo dei sistemi operativi per personal computer, com’è noto Microsoft detiene da anni un monopolio di fatto, essendo Windows venduto già installato sui PC di praticamente tutte le marche, esclusa Apple che vi installa in esclusiva il suo Mac OS X. Esistono ottime alternative (Chromebook, computer venduti senza sistema operativo o con distribuzioni Linux preinstallate), ma bisogna andarsele a cercare.

Nel settore mobile (smartphone e tablet), invece, il discorso è ben diverso:

  • per quanto riguarda i sistemi operativi, Android è il leader indiscusso del mercato, con una quota che negli ultimi tre anni si è mantenuta tra il 70 e l’80%;

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  • per quanto riguarda i produttori di dispositivi, il mercato è guidato da Samsung, ma non si tratta affatto di un monopolio: Samsung detiene all’incirca solo un quarto del mercato, con decine di altri concorrenti a spartirsi la fetta più grossa.

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Ci piace pensare che la natura open source di Android abbia a che fare con questo stato di cose: pur con i suoi difetti (nessuno è perfetto), da molti anni il robottino verde è lì a disposizione di chiunque voglia mettere sul mercato uno smartphone, in una situazione di più libera concorrenza che nel settore dei PC. In questa classifica Windows Phone si attesta al di sotto del 3%. Di fatto Microsoft, almeno per ora, nonostante l’acquisizione del settore Devices & Services di Nokia e la creazione del marchio , ha perso la partita nel settore mobile.

Il recente lancio di Mobile avrebbe dovuto aiutare ad invertire la tendenza, almeno nelle intenzioni della casa di Redmond, sanando vecchie “ferite” create nel 2012 dall’uscita del suo predecessore Windows Phone 8, incompatibile con la versione 7 e quindi non installabile in nessuno degli smartphone già in circolazione ma solo nei modelli di nuova uscita. Quindi chi avesse voluto un nuovo Windows Phone avrebbe dovuto acquistare un nuovo telefono. Niente di particolarmente strano in questo, è abbastanza usuale che nuovi sistemi operativi non supportino vecchio hardware. Ma quella volta gli affezionati del marchio non l’avevano presa molto bene.

Nel novembre 2014, invece, Microsoft aveva annunciato che tutti gli apparecchi equipaggiati con Windows Phone 8 avrebbero ricevuto ufficialmente l’aggiornamento a Windows 10 Mobile.

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Nel frattempo sullo store Microsoft le descrizioni di tutti i modelli venduti con Windows 8 riportavano tra le specifiche tecniche la rassicurante dicitura: “upgradeable to Windows 10 when available”, che è come dire: comprate pure il modello che vi piace, avrete comunque Windows 10. Ottimo.

Invece no.

Recentemente è stato reso noto l’elenco dei modelli che beneficeranno dell’aggiornamento: l’elenco non comprende molti dei modelli che inizialmente erano indicati come aggiornabili nello store, come detto prima; molti di quei modelli erano stati inclusi nel programma Windows Insider Preview, grazie al quale gli utenti Windows 8 avevano potuto scaricare versioni beta del nuovo sistema operativo, contribuendo quindi come veri e propri beta-tester volontari e fornendo quindi un feedback sulle nuove funzionalità e sulle prestazioni del sistema, ma poi sono stati ritenuti non idonei.

Da chi? A precisa domanda del possessore di un Lumia 1020 – uno degli esclusi – Gabriel Aul, Vice presidente della divisione Windows and Devices Group di Microsoft, risponde in un tweet che la scelta è dettata dall’alta percentuale di segnalazioni di problemi di prestazioni e da bassa percentuale di voti in una non meglio precisata statistica di gradimento; dati probabilmente raccolti nella sperimentazione suddetta. È un po’ come dire: voi testate il prodotto, noi decidiamo se vi soddisfa. Uno strano modo di fare community, concetto evidentemente poco familiare in certi ambienti. C’è gente che ha comprato uno smartphone nella certezza, confermata dal produttore nelle specifiche tecniche, di ricevere l’aggiornamento a Windows 10; c’è gente che ha testato il prodotto sul proprio dispositivo e magari, accontentandosi delle prestazioni pur di avere un sistema più aggiornato, era convinta che avrebbe avuto l’aggiornamento definitivo all’uscita ufficiale e invece se l’è visto negare. Un’idea di utente-cliente che chi ha frequentato almeno un po’ il mondo del software libero, dove la libertà dell’utente di decidere cosa fare e come farlo è data per scontata, davvero fatica a comprendere e a ritenere accettabile. Una politica commerciale che difficilmente, temiamo, farà alzare la quota di mercato di Microsoft nel settore mobile al di sopra di quel misero 3% su cui attualmente galleggia.

Verrebbe da domandarsi cosa accadrebbe nel mondo dei PC se, anziché trovare solo macchine con sistema operativo preinstallato, l’utente avesse realmente la possibilità di scegliere.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/04/01/piu-windows-10-tutti-anzi-no/

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