Apartheid digitale a scuola

22 luglio 2016

board-1514165_1920La nostra vision sulla scuola è ormai nota da tempo: sogniamo una dove la tecnologia è un potente strumento al servizio della didattica, e quindi della conoscenza, utilizzato da docenti preparati e motivati e da studenti liberi e consapevoli delle possibilità e dei rischi connessi all’uso del . Preparazione, motivazione, libertà e consapevolezza fondate sull’utilizzo di software libero di qualità, perché qualsiasi alternativa finisce per mutilare uno di questi quattro pilastri. Sogniamo una intera generazione cresciuta a pane e software libero. E sappiamo che si può fare, perché sono molte le scuole in cui questo sogno è già realtà.

Per questo restiamo sempre assai contrariati (per usare un eufemismo) ogni volta che una scuola si muove in direzione ostinata e contraria.

Accade in un tranquillo pomeriggio d’estate come tanti, quando sul sito web di una scuola del centro Italia come tante compare l’avviso di una gara d’appalto come tante, nella fattispecie un progetto – cofinanziato tramite fondi strutturali europei nell’ambito del Programma Operativo Nazionale (PON) 2014-2020 – per l’ampliamento delle infrastrutture di rete dell’Istituto. Sembrerebbe davvero una come tante, se non fosse per le clausole contenute in uno degli allegati, precisamente nel capitolato tecnico.

A pagina 15 del documento, tra le caratteristiche tecniche minime degli apparati attivi, per ben due volte, in corrispondenza delle voci “Controller di rete” e “Firewall (Rack Mount)”, viene testualmente dichiarato che non sono accettate Appliance su mini/micro-computer e software Opensource installati come Pf-Sense e similari (pena esclusione).

Di fatto una fetta di mercato viene deliberatamente esclusa non sulla base delle caratteristiche tecniche dei prodotti, bensì sulla base delle caratteristiche della licenza d’uso. Non importa quanto buono possa essere un software, se la licenza d’uso non si paga non lo vogliono; e se è possibile accedere al codice sorgente, non lo vogliono. E se è l’ottimo pfsense, non lo vogliono.

In questa scuola come tante vogliono espressamente pagare la licenza d’uso di un software, non importa se peggiore di un software libero (il capitolato non dice nulla sulla qualità); in questa scuola come tante non vogliono vedere nemmeno una riga del suo codice sorgente; in questa scuola come tante non importa se esiste una legge che impone un’analisi comparativa di tipo tecnico ed economico (non una scelta a priori, dunque) tra diverse tipologie di soluzioni, tra cui anche software libero o a codice sorgente aperto.

Viene facile pensare che in questa scuola come tante, dove sanno benissimo cosa NON volere, forse hanno già scelto cosa volere.

Davvero a qualcuno piace una scuola così?

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/07/22/apartheid-digitale-scuola/

Share

riflessioni, scuola, software

Lepton è ora open source, ecco come funziona

21 luglio 2016
dbox2-1366x600In breve: Dropbox sul suo Tech Blog ha annunciato che il tool per l’image compression Lepton è ora open source. Vi spieghiamo passo passo come funziona la codifica dell’immagine.
Dropbox ha da qualche giorno annunciato di aver reso open source (con licenza Apache) Lepton, il suo tool per la compressione delle immagini JPEG senza perdita di qualità.
Lepton consente di raggiungere un riduzione delle dimensioni dei file del 22% per le immagini JPEG esistenti grazie ad un meccanismo molto complesso. Lepton è in grado di conservare il file originale con una precisione bit per bit. E’ possibile comprimere un immagine JPEG ad una velocità pari a 5 Megabytes/s e di decomprimere la medesima immagine a 15 MB/s.
Un grafico del rate di compressione dell’algoritmo Lepton al lavoro su 10k immagini su un Intel Xeon E5 2560 v2 @2.6GHz

Un grafico del rate di compressione dell’algoritmo Lepton al lavoro su 10k immagini su un Intel Xeon E5 2560 v2 @2.6GHz

Lepton è già in uso presso Dropbox e ha già ridotto ben 16 miliardi di immagini riuscendo a far risparmiare all’azienda diversi petabyte di spazio.

Come funziona JPEG…

Il formato JPEG codifica un’immagine dividendola in una serie di blocchi da 8×8 pixel, ad esempio l’immagine seguente verrebbe codificata come 4 blocchi JPEG.

jpg-image

jpg-image-blocchiGli elementi di ciascun blocco sono shiftati da interi senza segno a interi con segno. Ogni blocco 8×8 può essere visto come un segnale discreto a 64 punti. Tale segnale è dato in input alla trasformata FDCT (discrete cosine transform), della quale ometto la definizione matematica.

L’output della FDCT è un insieme di 64 coefficienti (DCT coefficient) che rappresentano le ampiezze dei segnali base in cui il segnale originale è stato scomposto.

dct-imageUno dei 64 coefficienti del blocco, che assume il nome di DC, rappresenta la luminosità dell’intero blocco 8×8 mentre gli altri 63 coefficienti , detti AC, descrivono tutte le rimanenti caratteristiche dell’immagine.

Sotto potete vedere un’animazione della lettera A che diventa man mano più chiara all’aumentare dei coefficienti AC. L’animazione inizia con il solo DC e aggiunge ogni AC istante per istante.

dct-transform

E come opera Lepton

Lepton per codificare i 63 coefficienti AC inizialmente rappresenta i numeri diversi da zero e successivamente scrive i restanti muovendosi nel blocco sotto rappresentato a zig-zag.

lepton-block

I numeri non sono codificati in binario ma viene usata una codifica detta VP8 che è molto più efficiente in questo contesto.

Per codificare un solo coefficiente AC Lepton lo scrive in binario usando la codifica “Unary“, con questo metodo, ad esempio, tre sarebbe 1110 mentre 5 sarebbe 111110, lo zero finale serve per indicare di smettere di contare. Zero è semplicemente 0.

Il coefficiente DC occupa molto spazio (circa l’8%) pertanto va compresso bene. Molti algoritmi lo posizionano prima dei coefficienti AC mentre Lepton lo posiziona come ultimo elemento del blocco. In questo modo, conoscendo molte informazioni dell’immagine grazie ai coefficienti AC già salvati è possibile predire il coefficiente DC, cosi facendo l’algoritmo sottrae dal vero DC il risultato della predizione e va a immagazzinare solo il delta nel blocco:

                                                            DC-DCpredetto = delta.

Chiaramentem grazie al delta, è possibile tornare indietro e riottenere il coefficiente DC originale.

Tutto questo processo permette di salvare un numero significativamente minore di simboli, diminuendo lo spazio occupato dalle immagini.

Trovate maggiori dettagli su Lepton nel post con l’annuncio ufficiale del rilascio mentre il codice sorgente è disponibile su GitHub qui.

Marco Gatti

Fonte: http://www.lffl.org/2016/07/lepton-ora-open-source.html

Share

hotnews, multinazionali, numeriuno, software, tipstricks

Domy: la domotica sicura e open

19 luglio 2016

homatron_team_piccolaNoi siamo qui per fornirvi i magici servizi della domotica”. Esordiva così un improbabile venditore interpretato da Diego Abatantuono nel film “Buona Giornata”, dove cercava di vendere prodotti ad altrettanto improbabili acquirenti.

La domotica, vocabolo composto da domus (casa) e robotica, raccoglie tutte quelle tecnologie che tendono a migliorare la qualità della vita quotidiana all’interno delle mura domestiche.

Certamente non è argomento nuovo: da diversi anni sono presenti sul mercato prodotti che permettono la telegestione degli impianti domestici, l’accensione o lo spegnimento di tutti gli apparati elettrici di una casa con un semplice telecomando o con uno smartphone.

Naturalmente anche la domotica è stata contagiata in questi ultimi anni dalla moda del Cloud, perché ormai (secondo il pensiero comune) se un servizio o un prodotto non si collega ad una nuvola digitale non è uno strumento moderno e avanzato. In pratica attraverso la domotica cloud è possibile controllare da remoto la propria abitazione, grazie ad un’app da installare sul cellulare e un server centrale che dialogherà con le tecnologie installate in casa.

Tuttavia esistono anche prodotti che non necessitano di collegarsi con un “cervellone elettronico centrale” e che ne fanno un vanto di questa loro soluzione. Uno di questi è Domy, un piccolo hub con un cuore realizzato da Homatron.

Gaetano di Stefano – Socio Fondatore

Gaetano di Stefano – Socio Fondatore

è un sistema di automazione domestica – ci spiega Gaetano Di Stefano uno dei soci fondatori  – che permette di controllare e utilizzare, anche a distanza, tutti i dispositivi elettrici normalmente presenti in un’abitazione. Abbiamo progettato delle periferiche wireless, scegliendo di realizzare esclusivamente dispositivi non già esistenti sul mercato e di integrare nel nostro sistema quelli già esistenti delle migliori tecnologie, in maniera da fornire agli utenti una varietà di scelta anche a costi contenuti. Noi abbiamo realizzato il Concentratore, “cervello del sistema”, ed una serie di periferiche tra le quali dei dispositivi ad incasso che vanno a integrare prese, interruttori, relè e dei regolatori per l’illuminazione”.

Com’è nato Domy? Come vi è venuta l’idea di usare software libero?

Homatron aveva sviluppato un primo sistema domotico basato su server Windows su periferiche costruite da altri. Continuare ad investire su questa strada avrebbe comportato i soliti rischi di Windows come ad esempio aggiornamenti imposti che non ti fanno più funzionare nulla o Silverlight messo in obsolescenza anche se utilizzato come base di tutta la grafica.

Io ho proposto un sistema aperto, basato su Debian, capace di connettersi a tutto ciò che è aperto e non solo. Abbiamo rifatto tutto utilizzando Javascript e Websocket, MQTT e quanto di aperto c’è a disposizione. Inoltre sentendosi la mancanza di alcuni device non esistenti sul mercato, li abbiamo progettati e realizzati “motorizzandoli” con panStamp.

Come nasce Hamatron e quanti siete attualmente?

Homatron nasce nel 2009 con la “mission” di portare la domotica in tutte le case ed è divenuta start-up innovativa. È ampiamente partecipata essendo in 11 soci, alcuni di grande esperienza, ma con una forte componente giovanile che ci ha permesso nel 2012 di chiedere ed ottenere un finanziamento pubblico.

L’azienda si avvale, oltre che della collaborazione dei soci di cui 5 sono abitualmente operativi, anche di 4 dipendenti e di consulenti esterni secondo le necessità. Inoltre spesso la società ospita stagisti, che danno un contributo importante: alcuni degli attuali dipendenti hanno iniziato come stagisti. 

Attualmente lo staff del marketing/commerciale conta due figure, quello amministrativo altre 2 e gli altri (8 al momento considerando anche gli stagisti) si occupano di ricerca, sviluppo e produzione.

In tutto questo cosa come si inserisce l’Open Source e il Software Libero? 

È un po’ una filosofia di vita. A nostro parere il modello open source ha degli aspetti fondamentali. Per esempio la possibilità di modificare secondo nostra necessità e implementare con funzionalità aggiuntive, grazie al codice liberamente disponibile, il che porta un valore aggiunto che spesso consente di implementare facilmente il software open source in ambiente di produzione ad agevolare il “deploy”. Inoltre le comunità open source fanno un ottimo lavoro nella ricerca, individuazione e risoluzione di vulnerabilità e nel veloce rilascio di patch di sicurezza, spesso a velocità doppia rispetto ai produttori di software commerciale. I limitati costi e il modello di distribuzione ci permettono di dedicare maggiori parti del nostro budget per fare ciò che ci interessa davvero: personalizzazioni, funzionalità e innovazioni. L’open source è l’unico sistema che, avvalendosi della cooperazione fra vari soggetti, permette alle PMI di competere con le multinazionali.

Contribuite alle comunità di Software Libero? Se sì in quale modo?

Sì, nella misura che anche noi mettiamo a disposizione codici e protocolli dei nostri dispositivi, in modo da consentire piena autonomia a chi voglia metterci mano. Ovviamente chi viene a lavorare con noi è “costretto” ad avvicinarsi al mondo open source, e questo spesso permette una crescita personale e un ampliamento di vedute e prospettive. Siamo di parte: l’open source non ha bisogno di convincere nessuno, se uno pensa la scelta vien da sé.

Avete adottato un modello di business e calcolato i tempi di ritorno degli investimenti della vostra attività?

Il modello di business è basato sulla vendita dei sistemi che integrano i prodotti di nostra produzione e di quelli integrati prodotti da terze parti. Per esempio per quanto riguarda i sistemi di antifurto abbiamo scelto di integrare prodotti con consolidata presenza sul mercato. Prevediamo di raggiungere il pareggio fra entrate ed uscite entro 10 mesi ed il rientro dall’investimento in 4 anni.

Il mercato come sta rispondendo?

Non nascondo che siamo in un momento di stallo: siamo pronti con tutta la parte tecnologica, dobbiamo realizzare solo i contenitori per le schede elettroniche e pensare al lancio sul mercato. Purtroppo i fondi scarseggiano e gli stampi sono molto costosi: ci siamo lanciati in un crowdfunding su Kickstarter, un po’ per i fondi un po’ per capire il tipo di risposta al prodotto.

Perché scegliere Domy?

La prima parola che vorrei fosse associata dagli utenti a Domy è sicurezza. Noi abbiamo deciso di non ricorrere al cloud, tecnologia di gran moda ma ad esclusivo vantaggio dei cloud-provider, pericolosa ed intrinsecamente insicura per gli utenti e se volete approfondire date un’occhiata al nostro articolo: Domy, il sistema cloud free. Il nostro hub coDomynsente di effettuare tutto ciò che fanno i sistemi cloud ma più velocemente, in maniera sicura e abbattendo drasticamente i rischi di furto o utilizzo non autorizzato dei dati.

Antonio Faccioli
Share

hardware, hotnews, numeriuno, software

Un volo tra le nuvole

8 luglio 2016

“Il Marketing è come il bikini: sembra che faccia vedere tutto,
ma nasconde le parti più importanti.”

Clouds

Sembra quasi di rivivere i tempi in cui Sony inventò, insieme al suo Walkman, il bisogno (indotto, giacché prima non lo si aveva, dall’abile Marketing Sony) di ascoltare musica per la strada. All’improvviso sembrò come se nessuno potesse più vivere senza quelle cuffie, perfino chi la musica, fino ad allora, l’ascoltava sì e no dallo stereo di casa. Il Cloud: ormai non si parla d’altro, almeno negli ambienti informatici. Considerato da molti (spesso sono gli stessi che la vendono, in verità) l’ultima frontiera, lo stato dell’arte della tecnologia, viene quasi da chiedersi come abbiamo potuto, fino ad ora, vivere senza.

Ma di che si tratta esattamente? Com’è usuale in questa rubrica, la facciamo semplice a costo di perdere qualcosa in precisione: tu hai un PC, ma i tuoi file e/o le tue applicazioni sono su un altro computer. In mezzo c’è Internet, che permette al tuo PC di accedere ai tuoi file e/o di eseguire le tue applicazioni “come se” fossero sul tuo PC. Dove siano esattamente non lo sappiamo: sotto un cavolo, in cielo, fra le nuvole, “in the clouds“, appunto.

La gran comodità di questa tecnologia è che puoi accedere ai tuoi dati e/o alle tue applicazioni – spesso attraverso un’interfaccia web, da un semplice browser – anche da un altro PC, o addirittura da un dispositivo diverso da un PC, come un tablet o uno smartphone. Ma si sa, le comodità hanno un prezzo da pagare:

  • l’assenza di una connessione Internet rende tutto molto più difficile, al limite impossibile. Se usate la posta elettronica solo in modalità webmail, attraverso il browser (la posta e il software per accedervi risiedono sul computer di un altro, quindi è un servizio “cloud”) sapete bene di cosa stiamo parlando;
  • siccome i tuoi file sono sul computer di un altro (il fornitore del servizio), devi compiere un atto di fede: devi fermamente credere che quell’altro non vada a ficcare il naso nei tuoi files, magari indicizzandone i contenuti e spifferandoli in giro al miglior offerente;
  • se si tratta di applicazioni, devi fermamente credere che il servizio funzioni sempre, o almeno funzioni quando ti serve. La cronaca recente mostra che si tratta sempre di fiducia ben riposta.

Qualche volta i servizi cloud mostrano dettagli e comportamenti a dir poco curiosi:

  • se usate Google Drive, il servizio di memorizzazione offerto dal colosso di Mountain View, certamente saprete che, oltre ad essere gratuito entro certi limiti di spazio, comprende anche la scansione per la ricerca di eventuali virus, dei files che state per scaricare sul vostro dispositivo locale. Peccato però che a quelli di Google interessino solo i file più piccoli di 25 MB! Se ad esempio state scaricando un archivio compresso da 30 MB zeppo di file infetti, verrete avvertiti che dovrete cavarvela da soli. Utente avvisato…

Google-Drive

  • Se usate Dropbox per tenere sincronizzati i vostri file su diversi dispositivi, e magari amate accedervi dalla comoda interfaccia web anziché utilizzare l’apposita applicazione, certamente avrete notato che Dropbox permette di visualizzare il contenuto di moltissimi tipi di file: immagini, video, ma anche file di testo, documenti, fogli di calcolo e presentazioni. Non solo: da qualche tempo il servizio comprende anche la possibilità di editare file avvalendosi dell’integrazione con Microsoft Office Online. Ufficialmente viene dichiarata la possibilità di editare i formati di Microsoft Office (.docx .xlsx .pptx), cosa peraltro alquanto ovvia; in realtà il software gestisce anche formati diversi, come i formati standard OpenDocument, ma questo non viene dichiarato, e la cosa è molto meno ovvia. Un dettaglio, certo. Tu chiamale, se vuoi…”distrazioni”.

Dropbox-768x304Per amor di cronaca segnaliamo anche di avere avuto qualche problema – non sappiamo se dovuto al browser o al codice di Dropbox – con il pulsante di apertura del file: dovrebbe presentare (sempre, crediamo, ma a volte non compariva) un menù a discesa da dove poter scegliere se aprire il nostro file .odt di prova con la nostra applicazione desktop predefinita (nella fattispecie LibreOffice) o con Microsoft Word Online di cui, se non altro per la sua insensata interfaccia utente, probabilmente continueremo a fare piacevolmente a meno.

Word-Online-768x442

Abbiamo visto che i servizi offerti dalla “nuvola” possono essere strumenti utili in molte situazioni, ma non sono la Panacea descritta da molti uffici marketing: possono essere pieni di insidie, di rischiosi atti di fede da compiere e dettagli da non trascurare.

Utente avvisato…

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/07/08/un-volo-le-nuvole/

Share

filesystem, grandefratello, LibreOffice, microsoft, multinazionali, openofficeorg, riflessioni, software, tipstricks

FermoLUG News – Luglio 2016 – Numero 8

1 luglio 2016

Scarica la Newsletter del FermoLUG in formato opuscolo!

120px-Liferea.svg20160701-fermolugnews_008-libreoffice

Share

fermolugnews

Diario della migrazione: giorno 5, definire il formato per lo scambio dei documenti

30 giugno 2016

usb-key-1212110_1920Parlare di openness e libertà digitale in PA significa non solo parlare di programmi open source, ma focalizzare l’attenzione sul concetto di formato aperto standard, che consente di eliminare il lock-in da fornitore e da software. É il caso per esempio del formato , Open Document Format, uno aperto basato su una versione XML pubblicamente accessibile ed implementabile, conforme alla ISO/IEC 26300 e dal 2007 divenuto italiano con la sigla UNI CEI ISO/IEC 26300. Adottato anche dal Regno Unito come dei documenti per la Pubblica Amministrazione, garantisce interoperabilità e leggibilità nel tempo del prezioso patrimonio documentale di cui dispone la PA. Ed è per queste ragioni che la Difesa italiana lo ha adottato come suo per lo scambio di documenti.

Con la pubblicazione di una direttiva interna la Difesa non ha solo spiegato le ragioni dell’adozione di tale formato, ma ha contestualmente definito alcune regole per la corretta produzione dei documenti da scambiare oltre che per la scelta del tipo di carattere, visto che non tutte le font sono libere da diritti (tanto per fare un esempio una delle più utilizzate in quanto font di default in Office, Calibri, si può usare soltanto se si è in possesso di una licenza del prodotto).

Quali le ragioni dell’adozione di uno standard aperto?

Nell’ottica di efficientamento dell’azione amministrativa e di ricerca di economie di scala – si legge nella parte introduttiva – la Difesa si sta orientando all’adozione, in alcuni settori, di software aperto, non legato a licenze proprietarie che comportano il pagamento di canoni fissi…In un’ottica di lungo periodo, l’importanza dell’utilizzo di formati aperti assume particolare rilevanza anche a fronte del processo di dematerializzazione attualmente in atto”.

Come a dire, visto che la maggior parte dei documenti oggi nasce (e forse non morirà neppure) digitale, è necessario utilizzare formati di salvataggio che ne consentano l’accesso senza vincoli nel lungo periodo. E quando si parla di vincoli, ci si riferisce al fornitore del software tramite il quale il documento è prodotto e al software deputato alla produzione (libero o proprietario che sia).

Questo concetto del resto è ripreso da una delle definizioni più chiare di formato aperto, ovvero quella di Bruce Perens, che fissa sei requisiti fondamentali per l’individuazione di uno standard aperto: disponibilità, massimizzazione della possibilità di scelta dell’utente finale, nessuna royalty da versare per l’implementazione dello standard, nessuna discriminazione verso gli operatori impegnati ad implementare lo standard, estensibilità o scomponibilità in sottoinsiemi, assenza di pratiche predatorie. Requisiti fondamentali se pensiamo all’importanza che oggi rivestono i documenti digitali.

L’obiettivo della presente direttiva – si legge nel documento – è quello di assicurare l’indipendenza dalle piattaforme tecnologiche, l’interoperabilità tra sistemi informatici, la durata nel tempo dei dati in termini di accesso e di leggibilità”. Semplice, efficace e molto di buon senso. Forse troppo visto che altre Pubbliche Amministrazioni non prendono neppure in considerazione il problema, spesso confondendo uno standard de facto con uno standard de jure.

Cosa si fa nel giorno quinto di migrazione?

Si definiscono i formati di scambio dei documenti.

Così come riportato nella direttiva della Difesa occorre stabilire i formati di salvataggio dei documenti in ingresso e in uscita. Nel caso specifico, la direttiva stabilisce che “documenti che non necessitano di essere modificati dall’utente (es. delibere, determine, bandi, regolamenti), dove è necessario preservare anche l’aspetto grafico e l’impaginazione” sono salvati nel formato PDF/A, idoneo anche all’archiviazione a lungo termine; “documenti che l’utente deve poter compilare ovvero modificare, ad esempio facsimili di dichiarazioni o moduli di domanda” e “documenti salvati nei formati previsti dalla precedente direttiva (.rtf)” dovranno essere salvati tutti in ODF.

E i documenti che arrivano dall’esterno? In questo caso la direttiva dice che nel caso di “documenti salvati in formati diversi da quanto normato, si dovrà procedere con la loro conversione digitale/digitale, ai sensi di quanto previsto dall’art. 23-bis del CAD, per il successivo utilizzo ed eventuale protocollazione e conservazione, avendo cura, ove previsto dalle norme in vigore, di preservare l’originale informatico”.

Insomma una direttiva da archiviare su cose buone fatte in PA per poterla riusare e non solo ammirare.

schemalibredifesaSonia Montegiove

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/30/diario-della-migrazione-giorno-5-definire-formato-standard-aperto-lo-scambio-documenti/

 

Share

hotnews, LibreOffice, numeriuno, openofficeorg, riflessioni, software

VTE CRM

27 giugno 2016

vte immagineNasce nel 2011 su iniziativa dei fondatori di CRM Village, Davide Bonamini e Davide Giarolo, con lo scopo di creare una soluzione CRM open Source di tipo enterprise con base in Europa.
Da allora, in pochi anni, il brand si è diffuso a livello internazionale grazie alle numerose partnership e ad un’ampia community di utilizzatori.
Accedi alla demo online:
http://demo.crmportal.it (username: demo – password: 12345678)

VTECRM è una soluzione unica nel suo genere in quanto:
• È la prima applicazione di CRM Open Source di matrice Europea
• È disponibile sia in versione community che in versione business in modo da consentire agli utilizzatori il massimo grado di adattamento alle proprie esigenze
• Permette un utilizzo completo in base al contesto d’uso ed ai bisogni degli utilizzatori tramite le interfacce WEB, MOBILE e Customer Portal
• Conta oltre 13 mila installazioni e moltissimi plugin per l’ integrazione con gestionali, e-commerce ed applicazioni terze
• È trasparente ed il codice è completamente visualizzabile
• Può essere esteso a tutti i processi di gestione del cliente tramite la creazione da interfaccia di moduli specifici e la connessione a database esterni
• Offre la massima libertà al cliente sia in termini di offerta commerciale che in termini di trasparenza e vincoli associati
• Integra nativamente il calendario e la posta per uso singolo e condiviso
• Consente personalizzazioni avanzate tramite le librerie ed i kit di sviluppo (SDK)

Attraverso VTE CRM puoi gestire i processi aziendali:
Acquisizione del cliente nel seguente modo: Il Lead proveniente da diversi canali viene assegnato e gestito dalla forza commerciale. Può quindi essere convertito in Azienda, Contatto ed Opportunità commerciale.
Gestione delle trattative: Il cliente viene gestito tramite le opportunità che si trasformano in preventivi e quindi ordini di vendita.
I processi di marketing: Tramite le campagne marketing ed i target è possibile organizzare le liste clienti, lead, contatti al fine di attivare newsletter, campagne di telemarketing ed eventi.
Assistenza Clienti (Customer Service): Tramite il modulo di assistenza clienti è possibile gestire i processi di richiesta supporto da parte di clienti via customer portal o tramite i canali tradizionali.
Collaborazione e Smart Working: Tramite i moduli di collaborazione e condivisione informazioni interne all’organizzazione è possibile scambiarsi velocemente informazioni tra il team stesso e/o verso i clienti.

Share

fermolug, software

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi