Windows 10 col trucco e con l’inganno?

27 maggio 2016

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L’altro giorno mi è giunta questa mail disperata:

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La seconda cosa che ho pensato (la prima è stata cercare di aiutare il mio amico, meno a suo agio di me con la tecnologia, a trovare una soluzione al suo 0xc0000142 che gli consentisse di lavorare) è stata: chi mai può “costringere” un utente a passare con la forza a se questi dichiara espressamente di trovarsi benissimo con Windows 7?

Un paio di giorni dopo mi sono imbattuto in questo articolo che descrive l’ultima discutibile (per molti ingannevole, ai confini del malware) trovata di Microsoft per spingere gli utenti di Windows ad aggiornare a Windows 10, gratuitamente fino al 29 luglio.

Sorvolando sui dettagli tecnici, la sostanza è questa: finora gli utenti di Windows 7 o 8.1 avevano ricevuto una invadente finestra di notifica che proponeva di scaricare Windows 10 come fosse un aggiornamento di sistema fra i tanti. “Invadente” significa che l’unico modo per chiudere la finestra era quello di cliccare sulla “x” in alto a destra, che da sempre (da sempre!) nei sistemi operativi Microsoft è l’icona del pulsante che chiude le finestre. Niente pulsante “annulla”, o “no, grazie”: le uniche opzioni tra cui scegliere erano “Aggiorna adesso” oppure “aggiorna stanotte” (perché non direttamente domattina? Non ci è dato di sapere). “Invadente” significa anche che, pur avendo chiuso la finestra di notifica, la relativa icona con il logo di Windows 10 rimaneva, come una spada di Damocle, a fare mostra di sé nella barra di sistema. Finora, quindi, tutto sommato gli utenti sufficientemente contenti di Windows 7 o 8.1 se l’erano cavata abbastanza bene. Finora.

Da qualche giorno, invece, Microsoft ha deciso di modificare la procedura – e quindi la finestra di notifica – quel tanto che basta, “in modo da assomigliare ad un malware”, secondo Brad Chacos, autore dell’articolo citato. Ora l’aggiornamento a Windows 10 è considerato dal sistema un “aggiornamento raccomandato”, come fosse una qualsiasi patch di sicurezza del sistema corrente; verrà quindi scaricato e installato alla data e all’ora indicata nella finestra. L’utente distratto, o scocciato da tanta quotidiana insistenza, è portato a fare come tutti i giorni da sei mesi, ovvero chiudere la finestra cliccando sulla solita “x” in alto a destra, che da sempre (da sempre!) chiude qualsiasi finestra di Windows, cosa che in questo caso, invece, equivale ad acconsentire all’installazione del fantomatico “aggiornamento raccomandato”, ritrovandoci la mattina dopo con il nuovo Windows 10 che non volevamo affatto.

Il fatto che nella finestra incriminata ci sia una clausola in piccolo che consenta di cancellare l’installazione programmata dell’aggiornamento, come pure il fatto che, una volta installato, esista il modo di ritornare indietro disinstallando l’aggiornamento in questione è irrilevante, come pure è irrilevante qualsiasi giudizio sul valore di Windows 10, su cui ognuno è libero (libero!) di farsi una sua personale opinione, leggendo recensioni o addirittura provandolo direttamente.

I metodi finora usati per spingere l’utente a passare a Windows 10 – l’offerta gratuita, la continua presenza della finestra di notifica, il cambiamento concepito deliberatamente per indurre all’errore l’utente riluttante – non sembrano avere precedenti nella storia dell’informatica: analoghi tentativi per spingere un utente ad installare qualcosa contro la sua volontà si registrano solo tra i virus, i malware e simili.

Per fare un paragone, esiste forse una casa automobilistica che, all’uscita di un nuovo modello di utilitaria, eserciti una qualche pressione sui possessori di un modello precedente per spingerli a cambiare automobile, magari con l’inganno? Il problema si porrebbe, al limite, il giorno in cui venisse dichiarata la cessazione dell’assistenza e della produzione di pezzi di ricambio originali, non certo per la disponibilità di un modello nuovo. Immaginate cosa succederebbe se, andando a fare una normale revisione, anziché firmare l’apposito modulo l’ignaro automobilista firmasse a sua insaputa un contratto per la sostituzione dell’automobile.

Ci rendiamo conto che gli esempi non sono molto calzanti: l’auto si possiede, Windows no: compriamo solo il permesso di usarlo, mica possiamo pretendere che faccia quello che vogliamo noi!

Ci rendiamo anche conto di aver raccontato una storia incomprensibile agli utenti abituali di sistemi operativi liberi, quali sono i sistemi Linux: utenti che il proprio sistema operativo, invece, lo possiedono, possono usarlo come vogliono, copiarlo, studiarne i sorgenti, modificarlo e ridistribuire allo stesso modo le versioni modificate; utenti consapevoli che ad ogni aggiornamento di sistema verranno aggiornati coerentemente tutti i programmi che dipendono dall’aggiornamento stesso, ritrovandosi sempre un sistema coerente di versioni di software a prova di “errore 0xc0000142”; utenti che, anche quando qualcosa non funziona come dovrebbe (il software libero è libero, non perfetto: se no si chiamerebbe software perfetto), hanno sempre quella piacevole, indescrivibile sensazione di essere rispettati.

(Foto Microsoft Sweden, CC BY 2.0)

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/05/27/windows-10-col-trucco-linganno/

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grandefratello, microsoft, multinazionali, riflessioni, software

Saldare è semplice, ecco come fare!

24 maggio 2016

saldare-sempliceVuoi imparare a saldare?
Vuoi realizzare delle ottime saldature?
Vuoi insegnare ad altri come saldare?

Sono felice di annunciare che ho realizzato la traduzione in italiano di:

Soldering is Easy (Saldare è semplice)
(seguite il link per prelevare la versione in italiano)

un fumetto che insegnerà a chiunque le basi della saldatura.

Sette pagine che spiegano in dettaglio come fare una buona saldatura anche a chi non ha mai saldato!

Il lavoro originale in lingua inglese è stato curato da:

Pagina di riferimento: http://mightyohm.com/soldercomic

Il fumetto in inglese (ed altri argomenti molto interessanti) sarà incluso nel libro: How to Make Cool Things with Microcontrollers (For People Who Know Nothing) di prossima pubblicazione.
Il libro è stato realizzato da Mitch Altman e Jeff Keyzer edito da No Starch Press.

Il fumetto è rilasciato sotto licenza Creative Commons (Attribution-ShareAlike), quindi si è liberi di insegna con questo fumetto, tradurlo, usalo, diffonderlo, coloralo ed è fondamentalmente fare tutto ciò che vi pare!

Michele Maffucci

Fonte: http://www.maffucci.it/2011/12/28/saldare-e-semplice-ecco-come-fare/

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Whatsapp approda su (non tutti) i desktop

20 maggio 2016

whatsapp-1357489_1280Di Whatsapp si fa sempre un gran parlare: è normale, avendo superato il miliardo di utenti attivi mensili. Molto spesso si va a finire sul confronto con Telegram: anche questo è normale, soprattutto in Italia, terra di dualismi esasperati almeno dai tempi di Coppi e Bartali.

Da qualche tempo , che prima era venduta con canone annuale, viene distribuita con licenza gratuita, sebbene NON sia un software open source (per il semplice fatto che il suo codice sorgente è vietato toccarlo e anche solo leggerlo). , invece, fin dalla sua nascita nel 2013 è software libero distribuito con licenza GNU/GPL: il suo codice si può leggere, toccare, copiare, modificare, ridistribuire allo stesso modo.

Sebbene la gratuità di Whatsapp sia stata vista da molti sostenitori del software libero come una sventura che avrebbe ucciso Telegram, credo che in realtà sia stato un vantaggio. Infatti prima molte discussioni naufragavano nell’assunto per cui Whatsapp, essendo a pagamento, era “sicuramente” migliore, più “professionale” e sicura. È incredibile considerare il modello di business di un software come un elemento tecnico che la renda automaticamente migliore o peggiore, ma tant’è. Oggi finalmente possiamo confrontare le funzioni e le prestazioni di Whatsapp e Telegram a parità di prezzo, e questo è generalmente un vantaggio per Telegram: infatti oggi le discussioni vengono ben presto spostate dai sostenitori di Whatsapp sul versante della sicurezza per farle naufragare nell’assunto per cui, siccome il software lato server è proprietario per entrambi, dal punto di vista della sicurezza sono “almeno” pari. Un gran passo avanti, no?

All’inizio dell’anno sul suo blog ufficiale Whatsapp aveva annunciato la versione web del suo client, con cui “per la prima volta, milioni di voi avranno la possibilità di usare WhatsApp sul proprio browser”. Gli utenti Telegram già ce l’avevano da due anni, ma pazienza, l’importante è arrivarci. Resta comunque un interrogativo: l’utente Whatsapp troverà normale che se Whatsapp non è attivo sul suo smartphone, perché magari è spento o non c’è campo, Whatsapp web non funziona? L’utente Telegram no, perché la sua versione web funziona a prescindere, e tutte le sue conversazioni sono sincronizzate alla prima occasione.

Qualche giorno fa il blog ufficiale di Whatsapp ha annunciato il rilascio della versione per computer della sua applicazione di messaggistica, “un nuovo (!) modo per rimanere in contatto sempre e ovunque – sul telefono o sul computer, a casa o al lavoro”. Nuovo per i suoi utenti, naturalmente, perché quelli di Telegram hanno la loro versione desktop da almeno un paio d’anni, stando alle statistiche di Github.

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Siamo subito andati sulla pagina dei download per scaricare la versione del programma per il nostro sistema operativo, ma non l’abbiamo trovata, perché… non c’è. Esistono versioni per Mac OS X (10.9 e successive) e per Microsoft Windows (8 e successive, sia 32 che 64 bit), ma non per sistemi operativi GNU/Linux. Evidentemente c’è una parte di quel miliardo di utenti che viene considerata non sufficientemente numerosa da meritare eventuali sforzi di sviluppo dell’applicazione per il loro sistema operativo. E non c’è niente da fare: trattandosi di software proprietario, nessuno tranne i proprietari potranno mettere mano al codice per averne una.

Fortunatamente la parte dei 100 milioni di utenti Telegram che usa sistemi operativi Linux sui propri PC è invece considerata degna di avere una versione desktop del programma. La versione desktop di Telegram, che è anch’essa software libero rilasciato con licenza GPL v.3, esiste infatti più o meno da quando esiste Telegram stesso, ed esiste per Windows (anche in versione portable, che non richiede installazione ma può essere usata così com’è), per Mac OS (non è specificata la versione e non posso verificare se funziona a prescindere) e per Linux sia nella versione 32 bit che 64 bit.

Dunque, tra le molte ragioni per amare Telegram, ne abbiamo una in più: il rispetto e la considerazione per l’utente, chiunque esso sia.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/05/20/whatsapp-approda-non-tutti-desktop/

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Con 48 milioni di articoli Science-Hub è diventato il Napster della ricerca scientifica

17 maggio 2016

scihubLa fondatrice kazaka del sito difende il diritto alla conoscenza di chi non può pagare il copyright e l’editoria scientifica insorge

Rendere disponibile la ricerca scientifica di ogni tipo e ad ogni latitudine, per favorire lo sviluppo della conoscenza e dell’attività accademica a livello globale. Questo in estrema sintesi l’obiettivo del movimento per l’Open Access, filosofia e pratica di attivisti, ricercatori e bibliotecari di tutto il mondo.

Negli ultimi vent’anni progetti di condivisione della conoscenza scientifica quali la Public Library of Science, la Directory of Open Access Journals, o il leggendario database di “pre-print” arXiv, hanno trasformato il panorama scientifico e la vita quotidiana di milioni di ricercatori. Un quadro che ha ricevuto forte spinta, non va dimenticato, dall’impegno in prima persona di Aaron Swartz, l’attivista-programmatore statunitense scomparso poco più di tre anni fa, e co-autore nel 2008 del Manifesto della guerriglia open access.

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Ma nonostante i passi in avanti compiuti finora, resistono ancora, molti, troppi lucchetti imposti alla conoscenza accademica da grandi gruppi editoriali come Reed Elsevier che ha un fatturato annuale superiore al miliardo di dollari, e un margine di profitti intorno al 37%. Motivo per cui va montando l’opposizione a queste pratiche e aumentano le iniziative tese a ribadire che di fatto “siamo tutti custodi della conoscenza”.

Cos’è e come funziona Science-Hub

È in questo contesto che nasce Sci-Hub, fondato nel 2011 dalla ricercatrice kazaka Alexandra Elbakyan, recentemente finita nell’occhio delle autorità Usa con l’esplicita accusa di “pirateria”. Sci-Hub non è altro che una biblioteca virtuale di circa 48.000.000 di saggi e articoli scientifici accessibili attraverso un unico sito in maniera facile e veloce.

Come spiega un lungo articolo su Big Think, appropriatamente intitolato “Ecco il Robin Hood della scienza”, in realtà Sci-Hub ricorre a vari algoritmi per aggirare i tipici paywall delle riviste scientifiche e rendere in tal modo disponibile la conoscenza scientifica a ricercatori, studiosi, esperti ma anche semplici curiosi e cittadini al fuori del giro delle grandi università o centri specializzati nord-americani che possono permettersi le cospicui tariffe e condizioni imposte dagli editori.

«Sci-Hub rappresenta la somma dell’accesso istituzionale di svariate università – letteralmente un mondo di conoscenza»

Usando la chiave d’accesso donata da accademici che studiano all’interno di istituzioni abbonate ai vari “journal”, Sci-Hub localizza le ricerche presenti nei database di editori quali JSTOR, Springer, Sage ed Elsevier, per consegnarle al richiedente nel giro di pochi secondi. Non senza inviarne una copia a Library Genesis, database di contenuti “liberati” che dal 2012 ha aperto le porte a materiale accademico e oggi conta oltre 48 milioni di ricerche scientifiche.

Questa procedura è andata mano mano sostituendo quella che Elbakyan definisce una «pratica molto arcaica»: i ricercatori “meno fortunati” usano hashtag #icanhazpdf su Twitter per chiedere ad altri benevoli ricercatori di scaricare certo materiale sotto chiave e poi inoltrarglielo. Una “liberazione della conoscenza” manuale e macchinosa, mentre oggi l’automazione di Sci-Hub esaudisce «centinaia di migliaia» di richieste simili in un batter d’occhio. La stima totale dei visitatori del sito, secondo Elbakyan, supera i 19 milioni.

Di fatto, Sci-Hub sta facendo per gli articoli scientifici quello che Napster ha fatto per la musica.

Motivo per cui l’estate scorsa il gruppo editoriale Elsevier ha presentato querela presso i giudici di New York chiedendone l’immediata chiusura e un risarcimento danni pari a svariati milioni di dollari per presunte infrazione al copyright. La relativa ingiunzione di chiusura è stata aggirata, per ora, con il passaggio a un nuovo dominio.

Science Hub non mette tutti d’accordo, ma trova molti sostenitori

Un trend tutt’altro che isolato, quindi, con il sostegno che si espande a macchia d’olio: oltre 150.000 ricercatori hanno pubblicamente annunciato il boicottaggio nei confronti di Elsevier proprio per le tariffe esorbitanti e altre pratiche che portano alla bancarotta le stesse biblioteche universitarie (inclusa perfino la Harvard University, non certo una povera università del terzo mondo). E in una recente lettera ai giudici Usa, la stessa Elbakyan rimarca le basi etiche, non legali o commerciali, con cui va interpretata la sua iniziativa.

«È vero che Sci-Hub raccoglie donazioni, ma non facciamo pressioni per averle. Elsevier invece ricorre al racket: se non paghi, non puoi leggere le ricerche».

L’articolo su Big Think chiude spiegando che, in attesa di ulteriori decisioni legali, Sci-Hub rimane accessibile da ogni parte del mondo e sfoggia una nuova versione in inglese, con oltre 48 milioni di ricerche a libera disposizione e un manifesto contro le norme sul copyright.

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«L’uccello è scappato dalla gabbia, e se Elsevier crede di potercelo rimettere, si sbaglia di grosso».

Da notare che in pochi giorni l’articolo ha raccolto oltre 150 commenti:

secondo qualcuno, c’è un grosso lavoro redazionale per organizzare le ricerche ed è quindi giusto pagarle, altri ribadiscono invece l’urgenza di avere accesso libero e gratuito a quel materiale

Un accesso per incentivare il progresso scientifico secondo una modalità che, ricordano, era esattamente la funzione originaria del copyright. Una discussione che conferma l’ampio interesse su tali temi, ben oltre l’ambito accademico o degli addetti ai lavori. (Leggi anche su Chefuturo!: “Cosa ci insegna il diario di Anna Frank su copyright, pubblico dominio e content mining“)

Il dibattito ha suscitato una vasta eco, ripresa anche da un altro popolare scritto in circolazione online in questi giorni, in cui si chiarisce fra l’altro che «Elbakyan è in parte protetta dal fatto di vivere in Russia e di non avere alcuna proprietà in Usa, per cui se Elsevier dovesse anche vincere la causa, sarebbe molto difficile ottenere dei soldi come risarcimento danni». Concludendo che, pur se sarà davvero interessante vedere come andrà a finire questa battaglia legale per il precedente che rappresenta, «se c’è una cosa di cui il mondo ha sempre pìu bisogno è la conoscenza scientifica» accessibile a tutti.

Ovvio quindi che le pratiche “open” emergano con forza, come pure l’urgenza di rivedere l’intero settore dei journal accademici. Un quadro in continuo divenire in cui va ricordato, insieme al caso di Sci-Hub e analoghe iniziative in corso, che lo studente colombiano Diego Gomez rischia tuttora il carcere per una tesi caricata online e la stessa decisione di Aaron Swartz di scaricare milioni di articoli da JSTOR, probabilmente per renderli disponibili al mondo (pur se non potremo mai saperlo con certezza), solo per poi rischiare 35 anni di galera e un milione di dollari di multa. Ciò in base al famigerato Computer Fraud and Abuse Act ancora in vigore negli Usa, e la terribile persecuzione giudiziaria che ne seguì fu, con ogni probabilità, la causa scatenante che lo spinse al suicidio l’11 gennaio 2013, a soli 28 anni.

Interventi di disobbedienza civile e azione diretta in applicazione della filosofia secondo cui l’informazione è potere e non può né deve restare accentrata nelle mani di pochi. Nell’articolo di Big Think, Elbakyan infatti conclude: «Quando ho letto le notizie su Aaron per la prima volta, ho pensato: questo ragazzo potrebbe essere il mio miglior amico e alleato».

Ne sentiremo ancora parlare.

Andrea Zanni

*Ha collaborato Bernardo Parella

Fonte: http://www.chefuturo.it/2016/02/science-hub-napster-ricerca-scientifica/

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Per imparare a suonare il violino serve uno Stradivari?

13 maggio 2016

music-1283851_1920La storia

L’anno scorso ho cercato di dare il mio contributo a questo progetto di realizzazione di un’aula informatica libera. Se qualcuno pensasse che il mio impegno non sia stato del tutto disinteressato, trattandosi della media dei miei figli (uno è già in prima), avrebbe senz’altro ragione: avevo tutto l’interesse affinché la dei miei figli avesse un’aula computer quantomeno funzionante, e funzionante con , e mi sono impegnato ben volentieri per agevolare questo processo. Alzi la mano chi non vuole il meglio per i propri figli.

Durante la fase di installazione di programmi aggiuntivi, oltre quelli presenti di default nella distribuzione Linux prescelta e quelli aggiunti di nostra iniziativa, ci è stato espressamente richiesto di installare anche DraftSight.

Il rivale povero di AutoCAD

Si tratta di un programma di disegno CAD bidimensionale, creato e distribuito da Dassault Systèmes, multinazionale francese nota per Catia, SolidWorks e altri prestigiosi software per la progettazione e la produzione industriale. È distribuito con costi di licenza molto accessibili per utilizzi professionali e con licenza d’uso gratuita per studenti e per utilizzo personale, pur rimanendo comunque a tutti gli effetti un software proprietario. L’interfaccia utente, la serie di strumenti e un workflow molto simili al costoso rivale AutoCAD, ma soprattutto la sua compatibilità in lettura e scrittura con il formato AutoCAD dwg, che sta al disegno tecnico come il formato .doc sta alla produzione documentale, ne fanno un software molto in voga negli ambienti che necessitano di strumenti di questo tipo.

Si è già discusso altrove delle possibilità – peraltro assai scarse, al momento – di utilizzo di strumenti liberi nel disegno 2D e 3D a livello professionale. Ma la domanda che ci siamo posti subito è: davvero una scuola ha bisogno di DraftSight? Ce lo siamo chiesto e lo abbiamo chiesto ai nostri interlocutori, presentando i programmi liberi (QCAD e LibreCAD) alternativi ad esso. La risposta che ci hanno dato è stata più o meno: “sì, serve perché è molto simile a quello che i ragazzi si troveranno ad usare una volta entrati nel mondo del lavoro, quindi devono imparare ad usarlo”.

Invece no.

Ragioniamo: a cosa serve un CAD 2D a scuola? Essenzialmente, nelle ore di tecnologia, a familiarizzare con alcuni concetti base, come il disegno di enti geometrici su un piano cartesiano, la conoscenza di strumenti di disegno di primitive come punti, linee, poligoni, cerchi e curve, e l’utilizzo di strumenti tipici del CAD bidimensionale, come l’aggancio a punti notevoli (estremi o punto medio di un segmento, centro di una circonferenza o di un arco…), la possibilità di disegnare linee parallele o perpendicolari, gli strumenti di spostamento e di copia di oggetti, di taglio e di estensione delle linee, eccetera. Un ragazzo che per la prima volta entra in questo mondo deve prima di tutto acquisire questo paradigma, che è un po’ diverso dal classico disegno tecnico su carta, lasciando al software il cruccio di mostrare il punto medio di un segmento anziché doverlo determinare con squadra e compasso, e liberando quindi la mente per la parte creativa del disegno tecnico. Ora tutto questo, a questo livello, è indipendente dal software utilizzato. Il fatto che AutoCAD (o il suo “rivale povero” DraftSight) gestisca lo snap in modo un po’ diverso (molto meno di quello che si crede) o che le icone dei vari strumenti di disegno e di editing siano disposte in modo diverso e accessibili attraverso un flusso di lavoro diverso è assolutamente irrilevante. Chi si avvicina per la prima volta a un software non ha nessuna idea del fatto che ne esista un altro che fa le cose in modo diverso da questo. La possibilità che un ragazzo possa accedere liberamente e senza costi di licenza ad un qualunque programma con cui possa tirare linee per qualche ora o disegnare la pianta quotata della sua cameretta, magari cominciando il lavoro a scuola e finendolo a casa, dove potrebbe utilizzare lo stesso software, salvando i suoi file in un formato (DXF) ragionevolmente (se non completamente) aperto, è di gran lunga prioritaria rispetto al problema di replicare un ipotetico ambiente di lavoro, che è un falso problema sia perché non tutti da grandi faranno progettazione, men che meno su un CAD bidimensionale, sia perché gli strumenti che troveranno tra cinque o dieci anni non avranno probabilmente molto in comune con quelli attuali (pensate solo a com’era AutoCAD due o tre lustri fa), per cui ha veramente ben poco senso preoccuparsene.

Per imparare a guidare non serve un’ammiraglia, serve un’utilitaria dove capire come si comportano l’acceleratore e il freno, e come si cambiano le marce; per imparare a suonare il violino non serve uno Stradivari, serve un violino da studio dove esercitarsi con la tecnica; per imparare a usare un CAD non serve un CAD professionale, ma serve un CAD che funziona per capire come funziona. E magari – quello sì – serve un insegnante che lo conosca.

LibreCAD a scuola va benissimo: è semplice, leggero, libero e gratuito, ha tutto quello che serve per un utilizzo di base quale è quello scolastico e permette di imparare come funziona lui e come funzionano i programmi più complessi ed evoluti.

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Epilogo

Com’è finita la storia?

Basti sapere che:

  • la maggior parte dei computer di quell’aula è costituita da vecchie macchine a 32 bit;
  • per ragioni di uniformità si era già deciso di installare una identica versione (a 32 bit) del sistema operativo su tutti i PC dell’aula, compresi i pochi recenti a 64 bit;
  • Per ragioni che ignoriamo, una versione di DraftSight a 32 bit esiste solo per Microsoft Windows: per MacOS e Linux esistono solo binari precompilati a 64 bit.

E vissero tutti ugualmente felici e contenti.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/05/13/per-imparare-a-suonare-violino-serve-stradivari/

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Storia di una disavventura con software proprietario

4 maggio 2016

In lista soci LibreItalia un “signor Mario Rossi” ci racconta la sua disavventura con il software proprietario Inventor. L’abbiamo voluta riportare perché la morale insegna qualcosa sulla differenza tra sofware libero e proprietario. Leggete e lasciateci un parere nei commenti anche voi.

Al lavoro uso Autodesk Inventor. Ai clienti Subscription Autodesk offre la possibilità di aggiornare il software ad ogni rilascio, uno all’anno. Significa che ogni anno devi scaricare (no, niente più DVD o chiavetta, solo a richiesta) una dozzina di GB, che diventano una trentina una volta scompattati, e fare una nuova installazione (una trentina di GB se installi tutto), esportando dalla vecchia release  le tue personalizzazioni e reimportandole nella nuova.
Ovviamente anche il formato dei file è legato alla versione: significa che nel momento esatto in cui crei (o salvi) un file .ipt con una data versione del software, non potrai aprirlo (!) con una versione precedente. D’altronde non fa così anche MS con Office? È tutto normale per chi ha visto sempre e solo quello, ma chi conosce apt-get upgrade non riesce a concepirlo.

Io non riesco a concepirlo, per questo non avevo più aggiornato Inventor dalla versione 2011. Non voglio questo tipo di rogne: finché funziona, non si tocca.

Un bel giorno ho problemi con un dei miei due HD (non quello principale), per cui decido di cambiarli entrambi e di passare a SSD. Ho clonato il disco vecchio nel nuovo (con Acronis), ma al riavvio Inventor 2011 rifiuta di avviarsi: bisogna registrare di nuovo la licenza (evidentemente è legata all’HD), ma la registrazione non funge. L’assistenza mi informa che la subscription “copre” fino a tre versioni precedenti a quella corrente, che è la 2016. Quindi il mio Inventor 2011 non si avvierà mai più.

Con molto e non celato (nemmeno a quelli dell’assistenza) rammarico scarico e installo Inventor 2016. Ovviamente non ho esportato le personalizzazioni dalla vecchia (non per colpa mia, ma questo è irrilevante), per importarle nella nuova c’è una procedura che ad oggi non ho ben capito. A volte va, a volte no, ma questo è veramente un problema mio.

Anche a casa ho installato Inventor 2011 (la licenza lo permette). Per quanto detto sopra, sono consapevole che non potrò più aprire a casa un file creato in ufficio. Quindi decido di installare Inventor 2016 anche a casa. I molti tentativi fatti naufragano davanti alla mancanza di spazio nell’HD. Neanche il tentativo di avviare l’installazione da un HD esterno funziona: l’installer di
Autodesk vuole che i file di installazione risiedano sul disco C., dove purtroppo io ho appena lo spazio per l’installazione, non posso copiarci pure la trentina di GB dell’installer.

Visto che i miei due HD casalinghi da 500GB hanno 6 anni, decido di approfittare e acquisto due SSHD da 1TB. Come ho già raccontato a qualcuno, la clonazione dei due HD con Clonezilla risulta assolutamente facile e priva di problemi. Clono, sostituisco, avvio, e sia Windows 7 che sta sul primo hd) che Ubuntu (che sta sul secondo) partono senza nessun problema.
Una cosa mi appare “strana”: mi sarei aspettato di dover fare qualche cambiamento di impostazione a mano, magari da una live, perché sia grub che Ubuntu stesso gestisce gli HD utilizzando i loro UUID, anziché i nomi dei dispositivi. Invece, dopo qualche giro su Google, capisco che Clonezilla clona tutto, ma proprio tutto, UUID compresi: quindi i nuovi HD hanno gli stessi UUID dei vecchi. Meglio così.

Stamattina avevo tempo da dedicare alla sistemazione di Inventor, che era rimasta in sospeso. Ho un HD nuovo, ergo mi aspetto che Inventor 2011 non si avvii più e devo quindi installare la versione 2016. Dopo la clonazione ho ben pensato di ampliare la partizione di C, quindi adesso ho spazio da vendere.

Ma?
Ma quanto descritto al paragrafo precedente mi fa sorgere un sospetto, un terribile, atroce presentimento che deve essere subito verificato. Lancio Inventor 2011 e… si avvia perfettamente!

Da questa esperienza ho imparato che:
1.a. Autodesk lega la licenza all’UUID del disco;
1.b. Se clono l’UUID del vecchio hd sul nuovo, è probabile che Inventor 2011 si riavvii anche in ufficio (probabilmente il nuovo no, ma posso richiedere una nuova licenza);
2.a. Clonezilla clona l’UUID del disco, Acronis no;
2.b. Clonezilla funziona meglio di Acronis;
3. Se avessi usato Clonezilla anche in ufficio, anche lì Inventor 2011 si sarebbe riavviato senza lamentele e non avrei avuto nessuno (NESSUNO!) dei problemi che, a cascata, mi hanno portato fino all’aggiornamento – forzato – di Inventor in ufficio;
4. Nessuno dei software proprietari nominati in questa mail dimostra di comportarsi come l’utente si attende che si comporti; tutti i software proprietari suddetti si sono comportati nel modo (controintuitivo) “consumistico” deciso dal produttore;
5. Tutti i software liberi nominati in questa mail dimostrano un comportamento conforme alle attese dell’utente, anche inconsapevolmente (non sapevo che Clonezilla “risolve” da solo la preoccupazione degli UUID).

Altre conclusioni le lasciamo ai pazienti lettori arrivati fino a qui

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.libreitalia.it/storia-di-una-disavventura-con-software-proprietario/

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FermoLUG News – Maggio 2016 – Numero 6

1 maggio 2016

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