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Simplenote disponibile per Linux

3 aprile 2016

simplenote-2Simplenote è una popolare app che permette di prendere rapidamente delle note, sviluppata inizialmente solo per iOS e Android è ora disponibile anche per Linux e Windows. E la notizia, forse più sorprendente, è che il software è ora completamente open-source.

L’applicativo è sviluppato da Automattic, ovvero la compagnia dietro a WordPress. Automattic ha anche molti altri prodotti degni di nota, ma in questo articolo ci concentreremo solo su Simplenote.

Ecco una schermata di Simplenote.

Ecco una schermata di Simplenote.

Le features di Simplenote

Se non avete mai provato Simplenote vi consiglio di provarlo. Non ha tutte le funzioni del rivale Evernote, ma la lista di cose che si possono fare con questa applicazione è veramente degna di nota, vediamo le principali:

  • Multipiattaforma;
  • Esiste un comando ‘cerca’ per trovare rapidamente una nota;
  • E’ possibile riorganizzare al meglio le note secondo vari parametri;
  • E’ possibile organizzare le note in ordine di data oppure in ordine alfabetico;
  • Le note possono essere sincronizzate tra i vari device collegati al vostro account;
  • Le note possono essere condivise con altri utenti, anche se non hanno un account Simplenote;
  • Le note possono essere modificate da altre persone, anche se non hanno un account Simplenote;
  • Esiste un tema light e un tema dark (nella versione desktop);
  • E’ possibile proteggere ogni singola nota con una password;
  • Non vi sono limitazioni di spazio;
  • Può essere usato anche senza collegamento a internet;

Insomma il software di Automattic è ben più che un semplice programmino per prendere note, è una vera e propria piattaforma che può competere con Evernote. La feature sicuramente più comoda è la possibilità di sincronizzare le note fra più device, è quindi possibile prendere una nota su smartphone e andarla poi a leggere sul tablet o sul pc.

Simplenote può essere usato su Ubuntu, Linux Mint, elementary OS e su moltre altre distro Debian/Ubuntu-based.

L’app è reperibile sul sito ufficiale.

Se la utilizzate fateci sapere la vostra opinione personale nel box dei commenti!

[Fonte]

Matteo Gatti

Fonte: http://www.lffl.org/2016/04/simplenote-disponibile-linux.html

 

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news, software, tipstricks

La scuola al tempo del bonus

25 marzo 2016

bambini-tabletCom’è noto, la la legge 107/2015 di riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione ha istituito quella che formalmente si chiama la Carta elettronica per l’aggiornamento e la formazione del docente di ruolo, ma che sostanzialmente si traduce in un bonus di 500 euro all’anno che il docente può investire in beni o servizi ritenuti utili per la sua formazione professionale.

Sulla strana natura di questo bonus si potrebbe disquisire all’infinito: non si tratta di un semplice aumento di stipendio, che ogni docente avrebbe la libertà di spendere (o di non spendere) come vuole, ma di un finanziamento pubblico che il docente, in quanto dipendente dello Stato, riceve perché sia speso nei termini di legge e adeguatamente rendicontato.

Come spendere, dunque, quei 500 euro? La legge, al comma 121 dell’unico articolo, dice testualmente che la somma può essere impiegata:

  • per l’acquisto di libri e di testi, anche in formato digitale, di pubblicazioni e di riviste comunque utili all’aggiornamento professionale;
  • per l’acquisto di hardware e software;
  • per l’iscrizione a:
    • corsi per attività di aggiornamento e di qualificazione delle competenze professionali, svolti da enti accreditati presso il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca;
    • a corsi di laurea, corsi di laurea magistrale, specialistica o a ciclo unico, inerenti al profilo professionale, ovvero a corsi post lauream o a master universitari inerenti al profilo professionale;
  • per rappresentazioni teatrali e cinematografiche;
  • per l’ingresso a musei, mostre ed eventi culturali e spettacoli dal vivo;
  • per iniziative coerenti con le attività individuate nell’ambito del piano triennale dell’offerta formativa delle scuole e del Piano nazionale di formazione di cui al comma 124.

Successivamente il MIUR ha fornito anche alcune linee guida (sottoforma di FAQ) più precise e dettagliate, per includere ed escludere elementi dall’elenco. Dunque:

  • sì all’acquisto di computer e tablet, no agli smartphone;
  • sì al cinema (qualunque film), no ai viaggi (qualunque viaggio);
  • sì ai corsi di formazione, anche on-line, no al canone per la linea ADSL o qualunque altro tipo di connessione a internet necessaria per parteciparvi;
  • sì all’acquisto di una LIM (con 500 euro?!?), che è sostanzialmente un videoproiettore più uno schermo più un sensore a infrarossi più una penna a led infrarossi, ma no all’acquisto di un più semplice (ed accessibile) videoproiettore, che insieme a una parete bianca e a qualche altro semplice ed economico accessorio può diventare una WiiLD, cioè…una LIM.

Il bonus, dice la legge, può anche essere utilizzato per “l’acquisto […] di software”. Siamo abbastanza certi che il legislatore intendesse “l’acquisto di licenze d’uso di software commerciali”. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, soprattutto negli estensori delle norme, che le licenze (EULA) che più o meno consapevolmente accettiamo quando installiamo un software proprietario non permettono all’utente di possedere nulla, ma solo di utilizzare i programmi secondo le modalità descritte nelle licenze stesse.

Le FAQ del MIUR specificano ulteriormente che nella categoria in questione vi rientrano tutti i programmi e le applicazioni (disponibili in formato elettronico, disponibili in cloud, scaricabili online o incorporati in supporti quali memorie esterne, CD, DVD, Blue Ray), destinati alle specifiche esigenze formative di un docente, come ad esempio programmi che permettono di consultare enciclopedie, vocabolari, repertori culturali o di progettare modelli matematici o di realizzare disegni tecnici, di videoscrittura, di editing e di calcolo (strumenti di office automation)”.

La cosa è un po’ strana: abbiamo chiarito che il bonus non è un mero aumento di stipendio, non sono soldi del docente, ma fondi che lo Stato investe sulla formazione dei docenti, tanto è vero che lo Stato, in primo luogo nel testo della legge e in secondo luogo nelle succitate direttive ministeriali, impone vincoli precisi, per quanto discutibili (per esempio: ci puoi pagare il cinema per vedere tutti i cinepanettoni del prossimo Natale, ma non un viaggio ad Agrigento per visitare la Valle dei Templi). Ma per quanto riguarda l’acquisto di sistemi informatici, la Pubblica Amministrazione è tenuta a spendere i soldi pubblici nel rispetto del ben noto – almeno per chi ci legge regolarmente – Codice per L’Amministrazione Digitale. Non dovrebbero valere anche per l’utilizzo del bonus da parte degli insegnanti? Non dovrebbero, nell’acquisto di licenze software, procedere all’analisi comparativa delle soluzioni, a norma dell’art.68 della legge suddetta? Ad esempio: spendere il bonus per l’acquisto di licenze di Microsoft Office è sempre lecito? Non bisognerebbe prima valutare se – a norma del comma 1, lettera c) dell’art.68 – esiste un “software libero o a codice sorgente aperto” che corrisponda alle “specifiche esigenze formative” del docente? Di quali caratteristiche di Microsoft Office non presenti in LibreOffice avrebbe bisogno il docente? Se la risposta è “nessuna” allora quella spesa, oltre ad essere ingiustificata, è anche evidentemente contraria alla legge.

Volendo generalizzare il discorso ai sistemi informatici in genere (quindi anche all’hardware), verrebbe da chiedere a quel nutrito gruppo di insegnanti che si sono catapultati negli Apple Store a comprare l’ultimo modello di iPad con i soldi del bonus, se non esistano dispositivi più economici in grado di assolvere ugualmente alle funzioni richieste o se l’acquisto risponda invece a ragioni diverse dalle necessità di “aggiornamento” e “formazione” dei docenti per cui la “Carta” è stata istituita. A meno che non si confonda l’essere “aggiornati” con l’essere semplicemente “alla moda”.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/03/25/la-scuola-al-tempo-del-bonus/

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linux, microsoft, multinazionali, news, riflessioni, scuola

Nuovo CAD e software libero: una relazione complicata?

2 febbraio 2016

Time For Transparency Message Meaning Ethics And Fairness

Un documento scritto e condiviso in Google Drive gira in Rete da qualche giorno come fosse merce di contrabbando: qualcuno vocifera sia il “nuovo Codice di Amministrazione Digitale”, quello che sembrerebbe essere stato approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri lo scorso 21 gennaio. “Al di là – fa notare l’esperto di diritto delle nuove tecnologie Carlo Piana – della consueta mancanza di trasparenza e di discussione pubblica su provvedimenti delicati e di sistema, un problema di lunga data nei provvedimenti legislativi delegati, in cui solo gli amici degli amici hanno la possibilità di dire la loro, le modifiche proposte al hanno almeno due rilevanti problemi”. E forse anche più di due se non ci si sofferma soltanto, come faremo in questo articolo, sugli aspetti legati alla diffusione del in Pubblica Amministrazione.

Il vecchio CAD conteneva il “famoso” (per gli appassionati dell’) art. 68 (da leggere al n. 55 della bozza) recante “analisi comparativa delle soluzioni”, rimasto dopo la presunta modifica purtroppo “monco”, vista l’abrogazione dei commi 2, 2-bis e 4.

Ai sensi dell’abrogato comma 2 le Pubbliche Amministrazioni, nella predisposizione o acquisizione dei programmi informatici, dovevano adottare soluzioni informatiche quanto possibile modulari e basate sui sistemi funzionali resi noti ai sensi dell’art. 70 (banca dati programmi informatici riutilizzabili), che assicurassero l’interoperabilità e la cooperazione applicativa e consentissero la rappresentazione dei dati e documenti in più formati, di cui almeno uno di tipo aperto. “L’accento posto dalla disposizione alla modularità, all’interoperabilità e cooperazione applicativa e alla rappresentazione in formato aperto – afferma la giurista Fernanda Faini – era opportuno e apprezzabile: non è immediatamente intuibile la ratio alla base della soppressione del comma stesso (che non sembra recuperato in altre disposizioni)”. Viene abrogato anche il comma 4 relativo al repertorio dei formati aperti utilizzabili dalle Pubbliche Amministrazioni e delle modalità di trasferimento dei formati e il comma 2-bis che prevedeva una comunicazione tempestiva da parte delle PA all’Agenzia per l’Italia digitale delle applicazioni informatiche e delle pratiche tecnologiche e organizzative utilizzate, anche ai fini di riuso. “Tale abrogazione – continua la Faini – potrebbe non doversi intendere come vera e propria soppressione, ma come esigenza di semplificazione e sistematicità, dal momento che resta l’art. 70 relativo alla banca dati sul riuso.”: di conseguenza Faini sulla norma conclude: “Il favor per le soluzioni disponibili e open resta (rimangono i commi 1-bis e 1-ter con una modifica che non impatta su questo aspetto), anche se l’accento su alcuni aspetti significativi non è più presente (data l’abrogazione del comma 2), viene eliminato un riferimento esplicito al repertorio dei formati aperti (forse però da considerarsi riassorbito nella banca dati sul riuso) e si indebolisce la cogenza del riuso di soluzioni per le amministrazioni centrali”.

Ma che fine fa allora l’open source in Italia proprio nel momento in cui il Parlamento europeo, nella Risoluzione che ha dato seguito a quella sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell’Unione (2015/2635(RSP)), ha ribadito la propria posizione in merito alla sostituzione sistematica di software proprietari, sostenendo la necessaria migrazione verso soluzioni software open source, attraverso l’introduzione di un criterio di scelta obbligatoria delle soluzioni open a favore di quelle proprietarie in tutte le future procedure di appalto per il settore ICT?

“E’ vero – sottolinea la giurista Morena Ragone – che questo punto non è stato toccato all’interno dell’art. 68, laddove la scelta dell’apertura resta una delle possibili e prevalenti alternative della valutazione tecnico-economica delle soluzioni disponibili sul mercato; ma la mancata previsione dei formati aperti quale significato prospettico ha? E poi, a cosa si interfaccia, ora, la definizione dell’art. 68, comma 3, dove il “formato dei dati di tipo aperto” è “un  formato  di  dati reso pubblico, documentato esaustivamente e neutro rispetto agli strumenti tecnologici necessari per la fruizione dei dati stessi”?

Come sottolinea Carlo Piana “Abolire il secondo comma dell’art. 68, quello che impone (giustamente) alle pubbliche amministrazioni di privilegiare soluzioni che rispettino l’interoperabilità e la cooperazione applicativa è come rimuovere un potente motore di concorrenza nei servizi realizzati dalle pubbliche amministrazioni, e di compartecipazione del mercato nell’offerta di soluzioni che si interfaccino con tali servizi. L’interoperabilità è un imperativo ampiamente rimarcato nell’European Interoperability Framework: ancora una volta avevamo una norma all’avanguardia e che ci faceva primeggiare, andiamo ad abolirla in nome di cosa?”

Altro aspetto su cui poi fare una riflessione è il fatto che, dalle modifiche effettuate, si andrebbe a privare AGID del compito di offrire un parere, a chiunque sia interessato, sul rispetto delle linee guida nella valutazione comparativa e sul giudizio di impossibilità di adottare soluzioni in riuso o software libero. “Anche se si tratta di un parere poco richiesto – continua Piana – poteva essere l’occasione di una moral suasion nei confronti dell’Amministrazione a rispettare il vincolo normativo, che viene così di fatto svuotato. Se si aggiunge l’incremento esponenziale dei costi dei contenziosi amministrativi, sembra che l’imperativo sia quello di “non disturbare il manovratore”.
Questo documento che potrebbe anche essere, per il carattere di non ufficialità, uno scherzo di Carnevale, va quindi in direzione opposta rispetto a quanto anche il Parlamento Europeo ha stabilito. “L’equazione del Parlamento – sostiene Morena Ragone – è molto chiara: aperto uguale trasparente, trasparente uguale più sicuro.

Allora perché la scelta del Governo di depotenziare l’art. 68?”

Perché invece che incentivare (anche controllando e sanzionando) l’applicazione di un articolo che invitava all’uso del software libero da parte delle PA lo si svuota di contenuti importanti? Perché piuttosto che guardare ad altre virtuose realtà europee che adottano formati aperti come standard per i documenti della PA (ad esempio il Regno Unito) si tolgono i riferimenti ai formati aperti e alla necessità di interoperabilità? Perché di openness, partecipazione, trasparenza si parla solo nei convegni e all’atto pratico per capire come nasce una riforma bisogna affidarsi a spacciatori di bozze rubate?

La risposta agli esperti che non siamo riusciti a individuare nei nomi (forse per la stessa trasparenza di cui sopra?) che si sono seduti ai tavoli di innovazione digitale in cui si sono scritte le proposte di modifica. Esperti che ci auguriamo non abbiano una reazione alla Zalone maniera del cado dalle nubi.

Il presidente del Consiglio Renzi ha affermato che ”Questi decreti entrano in vigore, ragionevolmente, a Pasqua”. Sarà per questo che avrà pensato di lasciare una sorpresa circa la “nuova” (non necessariamente migliore) PA digitale?

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/02/02/cad-software-libero-relazione-complicata/

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general, grandefratello, hotnews, news, riflessioni

Linux Foundation lascia indietro la community?

26 gennaio 2016

La celebre fondazione del Pinguino modifica il regolamento interno estromettendo, di fatto, i membri del consiglio eletti dalla community. Un passo pericoloso, dice qualcuno, mentre i dirigenti difendono la mossa

Roma – Tempesta in vista per Linux Foundation, l’organizzazione dedicata alla promozione e alla standardizzazione di Linux e del software open source che a dire dello sviluppatore Matthew Garrett si è chiusa a riccio lasciando fuori i rappresentati della community di volontari. Tutto come prima, risponde invece il CEO Jim Zemlin.

Garrett ha evidenziato un importante cambiamento apportato allo statuto interno della Fondazione per quanto riguarda l’elezione dei membri del consiglio che gestisce l’organizzazione, un organo che d’ora in poi dovrà di fatto accogliere solo le personalità indicate dalle aziende interessate a Linux per motivi di mero business.

Lo sviluppatore rivela che, fino a pochi giorni or sono, l’elezione del consiglio veniva ripartita tra 10 elementi indicati dai membri “platinum” della Linux Foundation (costo di iscrizione: 500.000 dollari all’anno), 3 dai membri “gold” (100.000 dollari), 1 dai membri “silver” (5.000-20.000 dollari) e 2 dai membri individuali (99 dollari) appartenenti alla community.

Il “grosso” delle decisioni della Fondazione è insomma vincolata alle esigenze delle corporazioni tecnologiche più importanti (Intel, NEC, IBM, HPE e Samsung sono tutti membri Platinum), ma ora anche la partecipazione simbolica della community è stata eliminata assieme alla possibilità di eleggere membri del consiglio da parte dei singoli partecipanti alla Fondazione.

Per Garrett la decisione di modificare lo statuto non è un cambiamento positivo, ma il CEO Jim Zemlin ha risposto ufficialmente alle preoccupazioni – e alle prevedibili polemiche emerse in questi giorni – parla di un’evoluzione in linea con le altre organizzazioni più importanti della “comunità e dell’industria” del FOSS. Le reazioni, neanche a dirlo, sono state tutto fuorché positive.

Alfonso Maruccia

Fonte: http://punto-informatico.it/4298158/PI/News/linux-foundation-lascia-indietro-community.aspx

UrlNews: https://mjg59.dreamwidth.org/39546.html

UrlNews2: http://techrights.org/2016/01/21/linux-foundation-coup/

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hotnews, linux, news

Grazie Ian

31 dicembre 2015

Ian_Murdock“Non ho paura di morire, in qualsiasi momento capiterà, non m’importa… Perché dovrei aver paura di morire? Non ce n’è ragione, prima o poi te ne devi andare.” (“The Great Gig in the Sky”, Album “The Dark Side of the Moon” – Pink Floyd)

Muore , il padre di Debian.

Molto si scriverà sulle cause e sulle circostanze, ancora non del tutto chiare, che aggiungono tristezza e amarezza alla sua scomparsa. Chiedo venia, non mi soffermo su questo.

Molto altro si scriverà sulle origini del nome della distribuzione, sulla sua storia. Molti tweet, molti post sui blog. E’ del tutto legittimo.

Una parte del mondo ieri è rimasta letteralmente senza fiato davanti a questa notizia.

Appartengo a quella parte del mondo, insieme a molti altri, ma come se si trattasse della scomparsa di un amico caro, piuttosto sento la necessità solo di tornare indietro con i ricordi e di sospendere un poco nel tempo questo amaro momento.

Nelle community open source ognuno di noi ha la propria distribuzione GNU/Linux preferita. Quindici anni fa si discuteva con molta passione su questo argomento, direi ben più di oggi: chi preferiva la purezza tecnica della Slackware, chi la garanzia e compatibilità Red Hat, altri l’ottimizzazione della Gentoo, oppure il supporto della Suse… Altri preferivano .

Non era una questione di “fedeltà” all’una o all’altra distribuzione, come se si trattasse della squadra del cuore. Piuttosto era “sentire” una determinata distribuzione, non solo come quella adatta allo scopo per cui doveva essere utilizzata (desktop, server ecc.), ma anche come quella più o meno aderente alla propria filosofia, al proprio carattere.

Debian è la distribuzione più importante del mondo ed il merito di aver compiuto il primo passo di questa meraviglioso cammino è tutto dell’allora ventenne(!) Ian Murdock.

Lo dico ora con un pizzico di presunzione, una determinazione maggiore rispetto a quella che usavo nelle disquisizioni che si tenevano molti anni fa. E non solo perché la storia ci ha inequivocabilmente dimostrato che Debian sia la mamma del più alto numero di distribuzioni figlie (compresa la usatissima Ubuntu, basta guardare questo grafico e notare da sinistra a destra il peso di ciascuna di esse).

Ciò che mi va di fare oggi insieme a voi, quindi, è ricordare il manifesto Debian, scritto da Ian nel gennaio 1994, e che vi invito caldamente a leggere (o rileggere dopo svariati anni, per qualcuno di noi).

E’ solo per questo manifesto che molti, moltissimi, compreso il sottoscritto, hanno inequivocabilmente adottato Debian come la propria distribuzione.

Scriveva Ian:

Debian Linux è un tipo del tutto nuovo di distribuzione Linux. Invece di essere sviluppata da una persona o da un gruppo singolo, come sono state sviluppate in passato le altre distribuzioni Linux, Debian è sviluppata apertamente secondo lo spirito di Linux e di GNU. Lo scopo principale del Progetto Debian è finalmente quello di creare una distribuzione che sia degna di Linux. Debian è realizzata attentamente e coscienziosamente e sarà mantenuta e supportata con la stessa cura.
[…]
Il processo di creazione di Debian è aperto per assicurare che il sistema ottenuto sia della più alta qualità e rifletta le esigenze della comunità degli utenti. Coinvolgendo altre persone, con un ampio bagaglio di capacità e conoscenze, Debian è in grado di svilupparsi in maniera modulare.

Parole che rapiscono subito.

Si afferma non solo lo spirito di un uomo, ma il vero spirito della community, che si impegna solennemente a dare vita, tutti insieme, a questo progetto meraviglioso, un sogno che al tempo sembrava inarrivabile: una distribuzione GNU/Linux aperta, mantenuta, curata, attraente, facile da usare, totalmente libera e diffusa in ogni dove. Scusate se è poco: letteralmente una rivoluzione.

Prosegue ancora Ian sul modo in cui distribuire Debian:

È anche il tentativo di creare una distribuzione non commerciale che sia in grado di competere effettivamente sul libero mercato.
[…]
Una tale distribuzione è essenziale per il successo del sistema operativo Linux sul libero mercato e deve essere realizzata da organizzazioni in posizione tale da promuovere e sostenere con successo il software libero senza la pressione di profitti o rientri.
[…]
Con il semplice fatto che distribuirà Debian, viene inviato al mondo il messaggio che Linux non è un prodotto commerciale e non lo sarà mai, ma questo non significa che Linux non potrà competere commercialmente.

Qui il taglio netto di Debian: l’indipendenza e la libertà del progetto e l’ingresso come no-profit nel mercato mondiale. Caratteristiche che il progetto ha mantenuto con impegno e serietà.

Conclude infatti Ian nel suo manifesto:
È arrivato il momento di concentrarsi sul futuro di Linux, piuttosto che allo scopo distruttivo di arricchirsi a spese dell’intera comunità Linux e del suo futuro. Lo sviluppo e la distribuzione di Debian potrebbero non essere la risposta ai problemi che ho descritto nel Manifesto, ma spero che servirà almeno ad attirare l’attenzione su queste problematiche abbastanza per permettere che vengano risolte.

A mio avviso esiste oggi un modo del tutto sostenibile di fare business con l’open source e le parole di Ian su questo punto possono suonare come radicali ed oltranziste, per certi versi in analogia a quelle di Richard Mattew Stallman, che proprio in quegli anni fondava la Free Software Foundation.

Piuttosto, il progetto Debian ha efficacemente controbilanciato il modello mondiale di produzione e distribuzione del software, ridando vita e realizzando i principi stessi delle community.

Il mondo Linux non sarebbe stato lo stesso senza Ian, che con capacità, lungimiranza ed altruismo ha aggregato una comunità di persone imponente e legata da ideali comuni, a cui ha dato voce, risposta alle esigenze e libertà. E molti di questi utenti, compreso il sottoscritto, non sarebbero gli stessi. Ne ho assoluta consapevolezza.

Oggi Debian dunque rappresenta molto più di un semplice Sistema Operativo: viene liberamente distribuita con oltre 43000 pacchetti, programmi già compilati e impacchettati in modo tale da permettere installazioni facili in ogni dove.

Grazie Ian, grazie di tutto. Solo questo.

Andrea Castellani

Fonte: http://techeconomy.it/2015/12/31/grazie-ian

Annuncio di Debian su comp.os.linux.development: https://groups.google.com/forum/#!msg/comp.os.linux.development/Md3Modzg5TU/xty88y5OLaMJ

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Nuove tecnologie e software libero a scuola

20 dicembre 2015

Nell’ambito delle attività volte all’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale, l’Istituto Comprensivo “Cestoni” di Montegiorgio (FM), che riunisce scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado di alcuni piccoli comuni dell’entroterra fermano, ha organizzato per giovedì 17 dicembre un incontro formativo rivolto agli insegnanti, dal titolo “CODING E PENSIERO COMPUTAZIONALE”.

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Davanti a una quarantina di insegnanti provenienti dalle varie scuole dell’istituto, Francesco Paolantoni, informatico, ha dato dimostrazione delle attività di coding interattivo per ragazzi proposte dal sito programmailfuturo.it e code.org. A seguire, Marco Alici, vicepresidente del FermoLUG e socio LibreItalia, ha proposto una riflessione dal titolo “Il valore educativo delle nuove tecnologie e del software libero”.

Nuove tecnologie

Partendo da semplici esempi concreti di tecnologie – nuove nel momento in cui sono apparse, come la stampa a caratteri mobili, la penna a sfera, ecc – di indubbio e assodato valore educativo, si è arrivati a mostrare le analoghe potenzialità del software libero come strumenti per aumentare la qualità e le possibilità della proposta formativa scolastica.

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fermolug, meeting, news, scuola

Caffè gratis…già pagato. Il diavolo si annida nei dettagli

1 dicembre 2015

Immaginate questa scena: la scuola dei vostri figli vi manda una circolare in cui si informa che la Provincia ha stipulato un contratto in base al quale tutti gli studenti potranno usufruire, gratis, di cialde di caffè (facciamo decaffeinato), cappuccino, cioccolata, thè, latte eccetera, di una nota e pregiata marca, e di una machinetta, utilizzabile dallo studente e dai membri della famiglia – fino a cinque – in comodato d’uso gratuito per tutto il corso degli studi, alla fine del quale la macchinetta verrà ritirata e le cialde eventualmente rimaste potranno essere solo guardate e annusate, ma non utilizzate. Immaginiamo che la Provincia abbia appaltato questo servizio spendendo 1.250.000 (unmilioneduecentocinquantamila) euro in tre anni, tutto regolare, trasparente e documentato.

Non avrebbero ragione, i genitori, ad arrabbiarsi con la Provincia per aver sperperato unmilioneduecentocinquantamila euro del contribuente (cioè soldi nostri) per un servizio di dubbia utilità e che di gratis non ha proprio niente? Non avrebbero ragione a protestare perché, magari, preferirebbero scegliere la marca del caffè e il modello della macchinetta anziché vedersi imporre un preciso modello di macchinetta e una precisa marca di cialde, per giunta incompatibili con la macchinetta che hanno già a casa, che invece usa un formato standard di cialde? Non avrebbero ragione ad indignarsi per la incomprensibile limitazione d’uso delle cialde rimanenti?

Adesso smettete di immaginare e sostituite le cialde e la macchinetta della nota marca con il pacchetto Office365 Plus Pro di , la vostra provincia con la Provincia Autonoma di Bolzano Alto Adige e la scuola dei vostri figli con l’Istituto Tecnico Economico in lingua tedesca “Heinrich Kunter” di Bolzano. Lasciate invariato tutto il resto, compresa la cifra di unmilioneduecentocinquantamila euro in tre anni. Tutto regolare, trasparente e documentato.

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Come è spiegato nella lettera, il servizio consiste in una licenza per l’uso di una casella di posta elettronica personale, di programmi del pacchetto Office365 e di spazio di archiviazione cloud. In pratica i ragazzi possono avere una mailbox a loro nome e possono scrivere le loro ricerche con MS Word e salvarle su uno spazio accessibile da internet. Finita la scuola i file potranno essere accessibili solo in lettura, e i programmi utilizzabili con funzionalità limitate.

Non avrebbero ben più ragione, i genitori, ad arrabbiarsi, protestare, indignarsi? Come si può promuovere un tale servizio come Kostenloses (gratuito) dopo aver speso tutti quei soldi?

Il decreto legislativo n.82/2005, meglio noto come “Codice dell’Amministrazione Digitale (C.A.D.), all’art.68 impone di scegliere soluzioni software dopo aver effettuato una valutazione comparativa delle diverse soluzioni disponibili sulla base dei seguenti criteri:

a)    costo complessivo del programma o soluzione quale costo di acquisto, di implementazione, di mantenimento e supporto;

b)    livello di utilizzo di formati di dati e di interfacce di tipo aperto nonché di standard in grado di assicurare l’interoperabilità e la cooperazione applicativa tra i diversi sistemi informatici della pubblica amministrazione;

c)    garanzie del fornitore in materia di livelli di sicurezza, conformità alla normativa in materia di protezione dei dati personali, livelli di servizio tenuto conto della tipologia di software acquisito.

Ora, per quanto ci si sforzi, risulta davvero difficile, in mancanza di informazioni in merito, immaginare una valutazione comparativa che renda accettabile una soluzione come quella scelta dalla Provincia di Bolzano, per quanto autonoma essa possa essere:

a)    come può una soluzione da  unmilioneduecentocinquantamila euro essere vincente dal punto di vista del costo complessivo?

b)    come può una soluzione che utilizza formati di dati di tipo proprietario essere preferibile ad una soluzione che utilizza formati di dati e di interfacce di tipo aperto?

c)    come può una soluzione di tipo SaaS (quale è Microsoft Office365) per il software e una soluzione di tipo cloud per l’archiviazione dei dati (e delle email) essere vincente dal punto di vista della sicurezza e protezione dei dati personali?

Questione casella di posta elettronica a parte (quanti dei genitori degli studenti di quella scuola non hanno già una casella di posta?), non sarebbe preferibile, oltre che di gran lunga più semplice, scegliere una soluzione come LibreOffice, installandolo senza costi di licenza sui PC delle scuole (come peraltro stanno facendo, con soddisfazione, tanti istituti scolastici) e invitando gli studenti a fare altrettanto sui propri computer? In questo modo, oltre a favorire la buona pratica dell’utilizzo di formati standard di tipo aperto, si sarebbero liberate ingenti risorse economiche da poter destinare a formazione, didattica e altri investimenti realmente utili alla scuola e agli studenti.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2015/12/01/caffe-gratisgia-pagato-diavolo-si-annida-dettagli/

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