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Alfabeto Open: N come NethServer

26 aprile 2016

girl-1252760_1280“Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni;
e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita” 

William Shakespeare

Oggi narriamo una storia.

Inizia da un “coltellino svizzero” molto valido, che avremo modo di apprezzare descrivendo le sue caratteristiche e la sua utilità. Ma il resto del racconto, soprattutto il finale, quello in parte è ancora da scrivere…e spero che lo scriveremo noi.

Procediamo con ordine, allora.

C’era una volta un gruppo di 3 amici, giovani appassionati di Linux e di informatica, che nel 2003 fonda un’azienda marchigiana, la Nethesis. La loro idea è chiara: semplificare e standardizzare progetti open source complessi, per creare prodotti alla portata di tutti. Su questo obiettivo muovono il loro modello di business.

Si affianca via via il contributo di altre persone e la realtà iniziale cresce con forza e positività, la stessa che purtroppo uno dei tre soci iniziali è costretto a lasciare in eredità, dopo la sua prematura scomparsa nel 2008.

Nel 2010 nasce la community del progetto NethServer, che da vita all’omonima distribuzione Linux. La distribuzione è libera, in quanto lo sviluppo è rilasciato sotto licenza GPL3, e diventa la base su cui l’azienda marchigiana (parte integrante della community) offre i suoi prodotti aggiuntivi.

NethServer è una distribuzione “all-in-one”, cioè offre molti servizi modulari su un solo server, ed è basata su CentOS (quindi compatibile Red Hat Enterprise Linux).

È dedicata alle piccole e medie imprese, ma come vedremo è anche molto utile a scuola.

Questi i suoi punti di forza: è semplice da configurare tramite un’interfaccia web moderna e dinamica, che rende non necessarie le competenze Linux per la sua amministrazione (così come rende praticamente impossibile comprometterne il funzionamento). Ha un’installazione semplificata e tanti moduli già pronti, installabili con un click, coprendo una serie numerosissima di necessità come:

  • Directory condivise per reti Windows e Linux (basato su SAMBA).
  • Primary Domain Controller e Workstation (gestione centralizzata degli utenti)
  • Firewall (basato su Shorewall)
  • Web Filter e Antivirus (per la protezione ed il filtraggio dei contenuti della navigazione web, basato su Squid, ClamAV antivirus e SquidGuard URL blacklist)
  • HotSpot (captive portal per la gestione degli accessi Wi-Fi con relativa autenticazione)
  • Groupware (gestione calendario ed agenda indirizzi condivisi, attraverso il web browser, lo smartphone ed i tablet oppure attraverso client email come Thunderbird, basato su SOGo)
  • Cloud privato (fornisce accesso universale ai file via web da computer e dispositivi mobili, basato su ownCloud)
  • Dashboard NethGUI (utilizzo di cruscotti grafici per il controllo delle funzionalità)
  • Bandwidth, Latency Monitor and Packet LossMonitor (monitoraggio della larghezza di banda, del consumo di banda e della qualità del collegamento Internet)
  • Full Data Backup e Supporto a UPS (backup di tutti i dati del server e delle configurazioni e funzioni di supporto/monitoraggio del gruppo di continuità elettrica connesso al server)
  • …e molto altro

Insomma, NethServer offre molto più di un valido aiuto per risolvere a livello centralizzato le problematiche tipiche della gestione degli utenti in rete, che non sono propriamente banali.

Fin qui tutto chiaro?

Entra in questo punto del racconto un’altra storia, che si intreccia con la precedente. Protagonista un altro gruppo di amici, giovani appassionati di Linux e di informatica, che si raccoglie attorno ad una associazione: il Linux Users Group di Bergamo.

Anche loro hanno un’idea chiara: semplificare al massimo la gestione dei laboratori informatici a scuola da parte dei professori, rendendo la manutenzione del tutto autonoma (e la scuola tecnicamente indipendente).

Loro sono un’associazione no-profit, come i numerosissimi GNU/Linux Users Group sparsi in tutta Italia, e stanno cercando una soluzione utile alle scuole, sostenibile e libera, come è nel loro scopo sociale e nel loro DNA di associazione.

LugMap_Italia

Si mettono quindi nei panni dell’utente finale, tenendo conto del fatto che le scuole per l’infanzia, le primarie e le secondarie di primo grado non hanno personale tecnico IT di supporto, ed intuiscono che la manutenzione del laboratorio dovrà essere alla portata di chiunque (o quasi).

Nasce così il progetto Linux va a scuola”, subito applicato con successo presso l’Istituto Comprensivo “Mastri Caravaggini” di Caravaggio (BG) e presso l’Istituto Comprensivo “Gabriele Camozzi” di Bergamo.

La scelta tecnica ricade proprio su NethServer, a cui però aggiungono altre funzionalità indispensabili, come:

  • l’installazione e la configurazione semi-automatica dei PC client, che attraverso l’utilizzo di PXE Boot e di Ansible, consente di ottenere l’autoriparazione (!) delle postazioni. Grazie a questa soluzione, ogni postazione riceve via rete dal server del laboratorio quanto necessita per il ripristino totale del sistema operativo (Edubuntu) e delle numerose applicazioni (come LibreOffice), applicando automaticamente le configurazioni necessarie e senza intervento da parte dell’operatore
  • la gestione centralizzata lato server degli applicativi e degli aggiornamenti su tutti i PC client (si definisce a livello centralizzato cosa installare e cosa rimuovere)
  • la mappatura in automatico della home dell’utente (pam_mount) nella gestione dei profili utente (roaming profiles), salvati sul server ed accessibili da ogni postazione: in pratica, ogni studente ha le proprie credenziali di accesso (gestite a livello del server con funzione di Domain Controller) che può utilizzare su qualunque PC del laboratorio, trovando sempre il suo “ambiente”, cioè i suoi documenti e le sue impostazioni. Grazie inoltre alla condivisione delle cartelle di rete, non c’è più bisogno della classica chiavetta USB che gira per la classe per poter condividere documenti
  • l’integrazione dell’applicativo Epoptes, che permette la gestione di tutti i PC del laboratorio consentendo assistenza remota di un PC, la diffusione del proprio schermo su tutti i PC (o solo su quelli selezionati, ad esempio per mostrare i contenuti di una lezione), l’accensione e lo spegnimento di tutti i PC… e molto molto altro.

Va detto, inoltre, che il progetto è stato ben disegnato con un’architettura funzionale, flessibile e scalabile, individuando una release “master” (una struttura di base comune, pubblicata su GitHub) da cui derivare tutte le diverse installazioni e configurazioni (branch) per le diverse esigenze.

Attraverso Vagrant si ha l’opportunità di ricreare in locale l’intera installazione, anche solo per testare comodamente il progetto in una macchina virtuale (ad esempio con Virtualbox), magari prima di metterlo in produzione.

Ciò non bastasse, i ragazzi del LUG di Bergamo prevedono che il metodo di “migrazione” ai loro laboratori informatici liberi contempli:

  • il Corso base, che ha come destinatari tutti i docenti che utilizzeranno il laboratorio
  • il Corso tecnico, i cui destinatari saranno i responsabili del laboratorio
  • il Corso su LibreOffice, curato in collaborazione con l’associazione LibreItalia

Bene.

Ed ora, come ricorderete, veniamo al finale del racconto.

Secondo voi come va a finire?

In coerenza con l’aforisma iniziale, io lo immagino senza dubbio così.

  1. Alcuni LUG italiani, meno “pigri” e più capaci tecnicamente, intuiscono la portata del progetto e capiscono (anche) di poter dare una mano alle scuole locali. Raccolgono dunque la sfida e si mettono in contatto con Emiliano Vavassori e Paolo Finardi del BgLUG, scrivendo a info@bglug.it. Si crea così un primo gruppo scelto e distribuito di LUG sul territorio nazionale (ma non solo LUG, le associazioni che si occupano di software libero sul territorio sono davvero tante!);
  2. nasce un blog per raccontare questa nuova avventura. Iniziano i lavori ed il Bergamo LUG trasferisce al gruppo iniziale le proprie competenze tecniche e metodologiche sull’implementazione del progetto. C’è un preciso e duplice obiettivo primario: creare una buona pratica di riuso replicando l’esperienza su una scuola del proprio territorio e, contemporaneamente, restituire al progetto originale i primi miglioramenti (arricchimento della documentazione tecnica, correzione di eventuali bug e apporto di miglioramenti tecnici al modello, aumento della maturità generale ecc.);
  3. il gruppo realizza i primi casi di successo distribuiti, grazie anche ad una delicata attività di supporto e coordinamento di Bergamo, documentando e condividendo le attività svolte nel blog, in modo che chiunque possa rimanere informato, quasi in tempo reale, dell’intero percorso;
  4. il progetto “linux va scuola” diventa best practice nazionale, pronto per essere replicato con semplicità grazie alla documentazione completa e libera, pubblicata dal progetto e dalle prime buone pratiche di riuso appena raccolte;
  5. qualsiasi scuola che abbia intenzione di realizzare a sua volta il progetto presso la propria sede può provare a farlo da sola, attraverso personale al proprio interno o con l’aiuto di  un’associazione locale o di genitori volenterosi, oppure può decidere di avvalersi del supporto esterno di professionisti, rivolgendosi al mercato (anche MePA – Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione) e trovando offerte per i servizi richiesti.

Il finale: in moltissime scuole ci ritroviamo dei laboratori liberi ed efficienti, per la gioia dei nostri figli e dei loro docenti (la rima è venuta casuale, tant’è che ironicamente la lascio così).

Fine della storia.

Per come la vedo io, ci sono due possibilità:

o si lascia questa bellissima esperienza isolata in provincia di Bergamo, oppure si sposa il progetto e si contribuisce, per poterne anche usufruire positivamente su altri territori e su altre scuole.

Quest’ultima ipotesi mi sembra né più né meno una coerenza con il vero spirito delle community e con l’essenza stessa delle associazioni di software libero, che infatti proprio ora sono chiamate a fare il primo passo in avanti. Arrivati con successo al punto 3 di cui sopra, è sicuro che il progetto non lo ferma nessuno.

Quindi che si fa? Si parte?

Io intanto coinvolgo il LUG di Perugia, e voi?

bglug-1024x683Andrea Castellani

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/04/26/alfabeto-open-n-nethserver/

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Bolzano sceglie Office365 per lavorare “nella cloud”: e la banda?

18 aprile 2016

clouds-747254_1920In principio era l’open source e l’open source era a . Poi venne “l’ufficio a cielo aperto” e lo “smart Pesaro 3.0” con Office 365 al quale Bolzano gettò uno sguardo, rinnegando così il progetto di migrazione a LibreOffice annunciato nel giugno 2013 e rinunciando a sostenere quel risparmio di 600mila euro in licenze per 7.000 PC che tanto avevano portato a vantare la migrazione. Del resto, come spiegava il responsabile dei servizi informativi Kurth Pöhl in questo video, il software libero aveva la buona caratteristica di essere gratuito. Tra obblighi di legge e spending review, Bolzano camminava spedita sulla strada dell’open source, tanto da citarlo espressamente (per 500mila euro) nell’accordo sulle misure di contenimento delle spese correnti della Provincia, nel settembre 2013. Niente era cambiato nel 2014 con l’avvento della nuova Giunta che, prontamente, aveva sposato la teoria del risparmio e l’adozione di software libero al fine di stimolare l’innovazione sul territorio e instaurare una condivisione di soluzioni tra PA e aziende. Dal 2014 però il progetto sembrava essersi fermato (nonostante lo stanziamento di 100mila euro per il progetto avvenuto la scorsa estate) tanto che, nel dicembre 2015, il consigliere Paul Köllensperger aveva presentato un ordine del giorno in cui chiedeva lumi su come procedere scrivendo: “Peccato che a oggi tale migrazione sia soltanto abbozzata, mentre in Trentino ormai due terzi dei PC risultano migrati a LibreOffice. Riteniamo che alla decisione della Provincia di migrare…con la quale la Giunta Provinciale si impegnava a ridurre le spese dell’amministrazione pubblica con un risparmio previsto di 1.000.000 euro/anno, sia doveroso dare seguito”.

In verità, da metà novembre 2015 fino a febbraio 2016 (la tenacia è una delle nostre caratteristiche, ndr), abbiamo tentato di intervistare sul progetto di migrazione l’assessore con delega all’informatica Waltraud Deeg, che si era dichiarata disponibile fin da subito per poi chiedere qualche giorno per rispondere (concesso ovviamente), chiedere qualche altro giorno per informarsi su alcuni dati che non aveva a disposizione, per concludere, a febbraio 2016, con una richiesta ulteriore di attesa di qualche giorno ancora “a causa dell’assenza del collaboratore specializzato nella tematica d’interesse per motivi di malattia”. Che nel frattempo siamo sicuri si sia ripreso ma che non ci ha fatto avere risposta a quelle domande. Che forse si sarebbero rivelate scomode vista la decisione probabilmente in grembo di abbandonare il software libero a favore di altre soluzioni non propriamente libere (e neppure gratis).

La storia insomma si conclude con la pubblicazione della delibera 388 del 12/4/16 con cui la Provincia sancisce la “migrazione nella cloud con MS Office 365”.

Cloud vs software libero?

Nella premessa della delibera si afferma che il focus dei software di office automation passa da un modello di “personal productivity” verso un modello di “group collaboration”, tale per cui è richiesto un servizio che consenta a più persone di lavorare insieme su uno stesso documento. “La flessibilità di collaborare in tempo reale secondo il contesto con attori differenti, di svolgere i propri compiti anche fuori dalla propria sede o a casa propria è garantita dal cloud”. Un po’ come al comune di Pesaro con i suoi dipendenti che lavoravano dalla piazza, almeno nella giornata di presentazione della città smart organizzata da Microsoft. Non abbiamo notizie sulla loro collocazione attuale e non possiamo chiedere al sindaco Matteo Ricci dal quale stiamo ancora aspettando risposte (per la pazienza e tenacia di cui sopra).

Detto questo, cosa fare allora? Un po’ come a Pesaro si commissiona uno studio di fattibilità a un soggetto “indipendente” (l’indipendenza dello studio di Pesaro realizzato da Netics, Microsoft e l’azienda che aveva venduto le licenze l’abbiamo già commentata qui). Bolzano si rivolge alla ditta Alpin sulla cui indipendenza non ci si può esprimere ma che si può notare dal sito web propone soluzioni Microsoft Sharepoint e quando seleziona personale chiede “Buona conoscenza di sistemi operativi server e client (in particolare Microsoft)”. Una ditta che probabilmente conosce bene l’ecosistema Microsoft e che produce uno studio disponibile solo in lingua tedesca. La delibera afferma che “senza ombra di dubbio la Office Suite di Libre Office non copre le suddette funzionalità (Collaboration, Email/Calendar, Authoring, Document sharing, Audio/Telephony e social media, ndr) e che Libre Office Online è da considerarsi al massimo una pre-versione anticipata, se non addirittura un “early prototype”, e non presenta una reale alternativa rispetto a soluzioni software già disponibili. Quindi, né “Libre Office ” né “Libre Office Online” sono dei possibili canditati”. Scartato LibreOffice lo studio mette a raffronto Google App For Work e .

Perché uno studio per la comparazione delle soluzioni? E perché la ditta Alpin?

In occasione del rinnovo delle licenze server e s.o. per i posti di lavoro – affema Kurt Pöhl, direttore di ripartizione informatica – abbiamo commissionato alla ditta Alpin di Bolzano uno studio sulla migrazione in cloud di alcuni servizi. Non si è mai trattato di una contrapposizione tra software open source vs. software proprietario, ma di una esternalizzazione di servizi in cloud. La ditta Alpin è stata scelta per la loro posizione super partes e loro grande competenza in ambienti open source e proprietari”.

E la valutazione comparativa a norma dell’art. 68 del CAD che non compare in delibera?

Pöhl afferma che “come esposto nella delibera si parte dalle funzionalità richieste come previsto in CAD e si evince che ci siano solo due soluzioni fattibili in cloud”. Forse la valutazione è quella di Alpin? O forse si metterà nella determinazione visto che la valutazione dovrebbe farla l’Ente e non un’azienda esterna? E la valutazione dovrebbe essere anche in italiano oppure no?

Se siete curiosi di sapere la comparazione a cosa ha portato, si può leggere nella stessa delibera che “Premesso che Microsoft Office 365 è una soluzione più ricca di funzionalità di Google Apps, è da preferire perché può essere usata e installata sia online che offline e si integra in modo ottimale con la piattaforma di comunicazione (Exchange e Lync/Skype4Business) già in uso presso l’amministrazione provinciale”.

Bolzano quindi “nella cloud”?

La stessa delibera giustifica la scelta a Office365 al posto di Google App for Work così: “Il passaggio brusco dalla attuale installazione di Office su ogni singola postazione di lavoro dei nostri collaboratori allo scenario online Google Apps for Work porterebbe ad un radicale passaggio da una modalità offline ad una soluzione puramente online nella cloud. Non è pensabile pretendere questo dai nostri utenti (anche perché le funzionalità online non coprono tutte le funzionalità della soluzione stand -alone attuale) e non sarebbe neanche possibile tenendo conto della larghezza di banda disponibile nelle varie sedi”. Ma quindi si sceglie il cloud sapendo fin da ora che ci sono problemi di banda che non consentono di lavorare? Sì. E lo conferma Kurt Pöhl dicendo solo che “il problema sarà risolto definitivamente con la messa in rete con fibra ottica, prevista entro il 2020”. Ma da qui al 2020 di strada se ne farà e magari la comparazione si sarebbe potuta fare a problemi di banda risolti? E se non si passa da subito “nella cloud” e si installano licenze stand alone allora parliamo di un servizio e non di licenze? Sul quante postazioni lavoreranno on line da subito e entro quanto tempo tutte voleranno “nella cloud” non abbiamo avuto risposta. Ma vista l’analisi puntuale svolta immaginiamo che ci sia un piano dettagliato con tempi e costi di adeguamento.

Ma allora a quanto ammonta l’investimento dell’Amministrazione per il passaggio a Office365?

I numeri – risponde Pöhl – si evincono dallo studio (che è in solo tedesco ma magari a breve ce lo faremo tradurre, ndr). L’adozione di Office365 è in ottica di servizio e non di licenze. Viene acquistato un servizio facilmente modellabile sulle reali esigenze della Provincia Autonoma di Bolzano, senza le limitazioni delle licenze pure”.

Cosa dire quindi del costo dell’operazione? Poco o niente. Solo che la delibera afferma che “Da una prima stima dei costi per un contratto Enterprise-Agreement che copre lo scenario misto citato prevede una maggiorazione dei costi relativamente bassa rispetto ai costi dei contratti attivia già oggi. Questa maggiorazione ammonta al 15%”. Comparazione con soluzione libera non c’è perché ci dicono che si tratta di un servizio e non di un software. Ma un software non assolve a un servizio forse? E davvero si possono separare le due cose in modo così netto?

Quali i formati documentali previsti? Come sarà garantita interoperabilità?

I formati – rassicura Pöhl – saranno liberi. Sarà presa una decisione in questo senso”.

Perché, dopo un annuncio di attenzione particolare al software libero da parte della Giunta, si fa una scelta come questa?

Tutta la tematica cloud – conclude Pöhl – ha avuto un fortissimo sviluppo tecnologico e commerciale negli ultimi anni. Senza l’esistenza dell’open source, aziende come Microsoft, Google o altre non avrebbero investito ingenti somme nella creazione di nuovi servizi e modelli commerciali. La Provincia Autonoma di Bolzano ha l’obbligo di cogliere questi vantaggi”.

E mentre la Provincia valuta Office365 e Google App for Work, infatti, altre opportunità nascono, come quella di #open365, tanto per citarne una.

Altre domande sorgono spontanee in attesa di tradurre lo studio della Alpin: quali i problemi di sicurezza? E di tutela dei dati? Perché citare il caso Pesaro 3.0 nello studio e non citare la best practice del Ministero della Difesa che migra 150.000 postazioni a LibreOffice? Quali i costi di “riconversione” del personale che era stato formato e abituato a lavorare con LibreOffice? Quale la durata del contratto per il servizio cloud? Cosa succederà a fine contratto e quanto costerà uscire (se si volesse uscire) e riprendere i dati prodotti di proprietà della Provincia?

Anche in questo caso, come per Pesaro, la conclusione potrebbe essere proprio che “la risposta è dentro di te. Ma è quella sbagliata”.

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/04/18/bolzano-sceglie-office365-lavorare-nella-cloud-la-banda/

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Salvaguardate i vostri occhi: installate f.lux!

29 marzo 2016

f.lux_I computer, in ogni loro forma (workstation, portatili, tablet e smartphone), fanno ormai parte della vita quotidiana di tutti noi. Sono numerosi gli studi inoltrati sulle onde radio emesse da smartphone, tablet e simili, altri si focalizzano sull’impatto negativo che ha l’utilizzo massiccio di dispositivi dotati di display sul nostro sonno. La luce eccessiva proiettata in tarda serata può causare, con una frequenza davvero elevata, insonnia o difficoltà ad addormentarsi. In questo articolo vi proponiamo una piccola soluzione al problema: questa prende il nome di f.lux. Cerchiamo di capire da dove nasce e come funziona.

f.lux nasce da un’idea di Michael e Lorna Herf, consiste sostanzialmente in un software pensato proprio per abbattere i disturbi causati dall’eccessiva esposizione a schermi luminosi, prettamente dotati di luce chiara. È proprio quest’ultima la causa del problema: il sonno viene conciliato nel nostro corpo dalla produzione di melatonina, sostanza prodotta da più organi durante le ore notturne che viene esaurita fino al risveglio, quando subentra la luce del sole.

Il nostro corpo compie appunto questo ciclo, riconosciuto come ritmo circadiano e l’esposizione a display prima di andare a letto tende a ridurre la produzione della melatonina, sostanza che fa avvertire il sonno. Non è il caso di estremizzare: passare qualche ora a navigare in rete sul proprio PC o a giocare sul tablet di sera non è certamente sinonimo di nottata passata in bianco, ma è ormai riconosciuto che esporsi a forti luci – e sono incluse anche quelle dell’inquinamento luminoso presenti nelle grandi città – causa una riduzione del sonno.

Come si impone quindi f.lux per risolvere il problema? Semplicemente variando la temperatura dei colori riprodotti dai display presenti sui nostri monitor. No, non si tratta di variazioni di calore, ma di alterazioni cromatiche. A quale scopo? Semplice: il nostro organismo, di fronte a computer dotati di display non troppo luminosi e chiari (come la luce del sole appunto), continua a produrre normalmente la sostanza indispensabile al sonno. Non stressare la vista per poter riposare bene è fondamentale.

f.lux-on-and-off

f.lux in azione

Al primo avvio il software, che si mostrerà come un piccolo box in trasparenza sul vostro desktop, chiederà la vostra posizione geografica. f.lux integra infatti le mappe di Google Maps per potervi localizzare mediante il nome della vostra città o il CAP e calcolare, tramite latitudine e longitudine, le varie fasi solari (quindi a che ora tramonta e a che ora sorge il sole). In questo modo il programma sarà in grado di disporre su una sinusoide, accessibile nella schermata principale visibile dopo aver impostato la propria location, tutti i vari valori per le variazioni di temperatura sul monitor.

Ciò consiste sostanzialmente in una autoregolazione della temperatura che di giorno rimane fredda e di sera tende a diventare più calda per far riposare gli occhi. Il funzionamento principale è questo, ma ovviamente ci sono alcuni settaggi utili per personalizzare l’esperienza di cromatizzazione del proprio display. La prima è ad esempio l’opportunità di scegliere il range di temperatura di colore che f.lux deve utilizzare per variare durante l’arco della giornata: un’alterazione moderata potrebbe essere, ad esempio, 6000K per il giorno e 4000K per la notte.

Se non siete intenzionati a mantenere i valori di default vi consigliamo di variare questa soglia, utilizzando anche un po’ di pazienza per trovare la soluzione ideale.

Altre opzioni interessanti consistono nella possibilità di scegliere la velocità con cui avviene il cambio di temperatura, nella disabilitazione temporanea degli effetti di f.lux per un’ora, magari per svolgere qualche lavoro grafico dove l’imparzialità dei colori è fondamentale, e nell’attivazione delle modalità “Safe Mode” e “Movie Mode”.

La riuscita del sistema è garantita, e vi assicuro (esperienza personale) che passando diverse ore al giorno davanti al pc alla sera la mia vista è affaticata e, una volta abituato ai parametri serali di flux (io uso 3600K di sera) non riesco assolutamente a tornare alle impostazioni standard (ovvero 6400k) utilizzate di giorno.

Una soluzione analoga è stata anche introdotta in iOs 9.3 (chiamata night shift) e su Android un’app simile a f.lux è Twilight.

Night Shift in azione su iOs 9.3.

Night Shift in azione su iOs 9.3.

Installare f.lux su Linux

Se state usando Ubuntu o altre distro derivate (Linux Mint, elementary OS, Linux Lite etc) aprite il terminale e copiate i seguenti comandi:

sudo add-apt-repository ppa:nathan-renniewaldock/flux
sudo apt-get update
sudo apt-get install fluxgui

flux-ubuntu

Se state usando altre distro potete prendere il codice sorgente dalla repository GitHub dedicata.

Cosa ne pensate? Provatelo e lasciateci un commento!

 

Matteo Gatti

Fonte: http://www.lffl.org/2016/03/salvaguardate-vostri-occhi-installate-f-lux.html

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Dal disegno fatto a mano all’animazione digitale, è arrivato OpenToonz (e cambierà l’industria degli anime)

26 marzo 2016

indexClaudio Mattei di Digital Video racconta la storia di questo software italiano, frutto di una cultura imprenditoriale innovativa.

Oggi comincia a Tokyo Anime Japan, la più importante convention dedicata agli Anime (i cartoni animati giapponesi). Molte saranno le novità che gli appassionati del settore avranno modo di scoprire.

Fra le tante, quella che reputo più affascinante – in quanto attivista del mondo del software libero – è il rilascio ufficiale di Toonz in open source con il nome OpenToonz.

OpenToonz è un’applicazione in grado di trasformare un accurato disegno fatto a mano in una animazione digitale.

animazione_open_toonz_11E quando si parla di questo scenario non si può non fare riferimento allo Studio Ghibli di Hayao Miyazaki con tutti quei capolavori che incantano da sempre il grande pubblico come Principessa Mononoke o La città incantata. Ed è proprio lo Studio Ghibli uno dei maggiori utenti di Toonz. Tant’è che la versione open source è stata battezzata “OpenToonz – studio Ghibli edition”.

Da oggi, pertanto, tutti i creativi potranno provare ad imparare questa piattaforma e vedere i propri disegni prendere vita.
Toonz è un software con una storia iniziata nel 1993 e che, dopo due anni, è diventato lo strumento principale usato dalla celebre casa di produzione giapponese.

Studio-Ghibli-Wallpaper

Atushi Okui, l’executive Imaging Director dell’azienda, racconta che “durante la produzione di ‘Principessa Mononoke’, serviva un software che avesse la capacità di combinare, in modo trasparente, le animazioni fatte a mano con quelle colorate digitalmente” e Toonz si rivelò la scelta vincente al punto da non seguirne ogni sua evoluzione ed usarlo in tutte le loro produzioni.

Per lo Studio Ghibli, addirittura, in Toonz sono stati appositamente progettati moduli per catturare gli alberi che ondeggiano nella brezza o per far apparire il cibo più delizioso da mangiare.

Ad usare questo software sono circa 3.000 aziende, fra queste anche Rough Draft Studios, famosa per il cartone animato Futurama.

La nota però di maggiore orgoglio è sapere che si tratta di un prodotto squisitamente italiano realizzato dall’azienda Digital Video il cui amministratore delegato è Claudio Mattei.

Un software commerciale che diventa gratuito e opensource

Personalmente mi sento molto negato nel disegno a mano libera, ma sapere che un prodotto la cui licenza è di 5.000 euro, ora diventa software libero (e quindi anche gratuito), mi emoziona. Sapere che ora, tutte quelle persone di talento, potranno avere modo, senza troppi costi di cercare di dare vita ai loro disegni mi sembra quasi una magia.
Ho così scritto a Claudio Mattei per ringraziarlo e lui, a sorpresa, mi ha raggiunto al telefono. Parlare con lui mi ha stimolato ancora di più. Non sono stato il solo che, in questi giorni lo hanno contatto per ringraziarlo (la notizia del rilascio è stata fatta il 18 marzo). Nella lista ci sono vecchi e nuovi clienti, appassionati di Anime, persone che non ha mai incontrato nella sua vita, ex-dipendenti che conservano ancora il piacere di aver lavorato ad un progetto che ha permesso a molti di viaggiare con la fantasia nei film dello Studio Ghibli.

Questo effetto inaspettato, lo rende a sua volta felice, al punto che mentre ci siamo salutati mi ha commentato “Mi sento come dopo che sono stato dal dentista: all’inizio non ci vai volentieri, ma dopo, esci che stai meglio e sei contento. Ed è quello che mi sta accadendo: tutti mi ringraziano e sento di aver fatto qualcosa di bello per gli altri”.

Assieme all’aspetto filantropico, però, lui stesso non mi ha nascosto che l’operazione ha dietro un chiaro modello di business. L’operazione inoltre è stata fatta con l’acquisizione di Toonz da parte dell’editore giapponese DWANGO (azienda con un fatturato di 1 milardo di euro l’anno).

Le parole di Claudio Mattei, di Digital Video, la “casa” di Toonz

Di questo però non mi ha potuto raccontare molto, in quanto molte delle mie domande troveranno risposta oggi a Tokyo.
Quello che certo però è che Claudio Mattei è un imprenditore capace, che prima di tutto si muove all’insegna del piacere per ciò che sta facendo (“tutto sommato siamo ancora bambini, e i cartoni animati ci piacciono tanto”) ma che ha anche la capacità di fare imprenditoria (è reduce da un altra operazione importante di acquisizione della azienda Mantrics – consociata alla Digital Edition – per il prodotto Momentum da parte del colosso SAM).

Il suo essere imprenditore conosce bene quali siano i meccanismi del rilascio in open source, di come questo sia in grado di aprire comunità, creare nuovi contatti importanti, di creare nuove forme di attività commerciali (installazione, configurazione e supporto) e creare prodotti personalizzati con funzionalità avanzate da rilasciare nelle nuove versioni.
Purtroppo non mi ha potuto dire molto, ma essermi confrontato con lui mi ha dato tanta energia e allegria e, in particolare, mi ha fatto sentire fiero di essere italiano.

Sembra tutto così incredibile, parliamo di colossi come DreamWorks e Pixar, guardiamo con ammirazione a cosa accade in Giappone e poi non ci rendiamo conto che in Italia abbiamo avuto per tutto questo uno strumento che ha fatto contribuito in maniera importante alla produzione dell’animazione digitale.

Oggi, pertanto, è un grande giorno perché è arrivato un bellissimo regalo: uno strumento per creare animazioni digitali è diventato un patrimonio di tutti.

La creatività si costruisce sempre sul passato, ed OpenToonz – Studio Ghibli Edition, diventa il primo pezzo con cui molti creativi potranno costruire il loro futuro.

Grazie Toonz, Grazie Digital Video, grazie a Claudio Mattei e il tuo staff.

Maurizio Napolitano

Fonte: http://www.chefuturo.it/2016/03/opentoonz-software-libero-cambia-industria-anime/

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Software Libero alla scuola “Pupilli” di Grottazzolina.

21 marzo 2016

A cura di Marco Alici

Gli ingredienti sono semplici: una scuola con un’aula computer quasi inutilizzabile; docenti consapevoli delle opportunità didattiche derivanti dall’utilizzo delle nuove tecnologie digitali e pronti a mettersi in gioco; un LUG (Gruppo di Utenti Linux) attivo e disponibile a dare una mano. Il risultato è un’aula informatica finalmente fruibile, di facile manutenzione e di facile utilizzo per insegnanti e ragazzi. A costo zero.

La scuola è la secondaria “Mario Pupilli” di Grottazzolina. Nella sua aula computer convivono alcuni portatili acquistati di recente insieme a computer da scrivania vecchi anche di dieci anni, alcuni dei quali mal funzionanti, dotati di versioni diverse (in alcuni casi obsolete) sia del sistema operativo Microsoft Windows che dei programmi di produttività individuale (la suite Microsoft Office, per intenderci), alcuni dei quali in condizioni di licenza difficili da verificare. Una situazione troppo eterogenea, poco funzionale ed eticamente poco sostenibile per una scuola: praticamente inutilizzabile. Un peccato, perché il corpo docente è invece convinto dell’utilità delle tecnologie digitali nella didattica, della necessità di rispettare le leggi sull’utilizzo del software e della difficoltà di reperire risorse per migliorare la situazione.

In questo caso sono risultate fondamentali le intuizioni di un insegnante, il professor Federico Tordelli. Prima intuizione: considerare il mondo del software libero, che può essere scaricato ed installato liberamente su qualsiasi computer, come opzione. L’idea è di eliminare le diverse versioni di Windows ed installare un sistema operativo Linux su tutti i computer, per avere un parco macchine omogeneo, performante e virtualmente immune da virus, e di poter usare un’unica versione dell’ottima suite LibreOffice, che insegnanti e studenti possono eventualmente installare anche sui propri computer, indipendentemente dal sistema operativo, insieme a decine di altri ottimi programmi open source utili per la didattica. Seconda intuizione: chiedere aiuto all’associazione FermoLUG, che riunisce gli utenti di Linux del fermano, svolge da anni attività di volontariato nell’ambito della promozione del software libero ed ha già lavorato su progetti analoghi in altre scuole della zona.

FASE 1

SONY DSCDopo un sopralluogo iniziale, per capire la situazione e pianificare l’intervento, Tordelli e alcuni soci del LUG si sono messi subito al lavoro. Le macchine vecchie o rotte sono state eliminate, recuperando hardware (soprattutto schede di memoria RAM) da utilizzare per aumentare le prestazioni delle altre. Attingendo alle risorse del progetto “Trashware”, con il quale il FermoLUG recupera macchine dismesse da aziende e enti pubblici e le dona a chi ne fa richiesta dopo averci installato Linux, un paio di computer rotti sono stati sostituiti con altri simili. Quindi si è proceduto ad installare Linux, precisamente la distribuzione Xubuntu, con alcune personalizzazioni che ne migliorano la facilità di utilizzo e l’estetica, su tutti i computer dell’aula e anche su quello della lavagna interattiva multimediale (LIM). Xubuntu ha il vantaggio di essere abbastanza completa per un esperienza utente facile e soddisfacente, e nello stesso tempo sufficientemente leggera da poter girare anche su computer con risorse hardware limitate: un ottimo compromesso, dunque, per il parco macchine della scuola “Pupilli”.

Sul computer del docente si è installato l’ottimo Epoptes, programma libero che permette all’insegnante di controllare i computer degli studenti dalla propria postazione e di interagire con essi in maniera semplice e intuitiva.

Nel giro di qualche serata – tutto si è svolto, necessariamente, fuori dall’orario scolastico e dall’orario di lavoro delle persone impegnate nell’operazione – si è riusciti a rimettere in piedi la struttura, che oggi conta una dozzina di computer identici dal punto di vista della dotazione software, connessi in rete, facili da usare, ricchi di programmi di ottimo livello, sicuri sia per quanto riguarda i virus (per sua natura un sistema Linux è molto sicuro e robusto), sia per quanto riguarda la navigazione sul web: infatti con l’occasione si è pensato di dotare la rete di un sistema di controllo – anch’esso libero – che impedisce l’accesso a siti web pericolosi o non adatti alla fascia di età degli utenti. Non sfugga il fatto che, trattandosi di software libero, anche i ragazzi e i docenti potrebbero installare – legalmente e senza costi di licenza – lo stesso sistema operativo sui propri computer, o al limite molti dei programmi presenti (ad esempio LibreOffice), che sono multi-piattaforma e quindi installabili anche su altri sistemi operativi, ed avere quindi a casa un ambiente di lavoro identico a quello che trovano a scuola.

FASE 2

SONY DSCNaturalmente gli strumenti da soli non bastano: occorre formare le persone che quegli strumenti devono usare. Per questo, una volta rimessa in funzione, l’aula ha ospitato due pomeriggi di formazione, nei quali il FermoLUG ha raccontato agli insegnanti la storia di Linux e del software libero, i principi su cui si fonda e le ragioni per cui la Pubblica Amministrazione in generale e la scuola in particolare dovrebbero preferirlo a quello proprietario; quindi sono state mostrate le funzionalità di Linux e dei programmi installati, con i quali gli insegnanti hanno avuto il tempo di familiarizzare. Alcuni insegnanti hanno portato il proprio computer portatile, su cui è stato installato lo stesso sistema operativo.

Antonio Faccioli

Fonte: http://www.libreitalia.it/software-libero-alla-scuola-pupilli-di-grottazzolina/

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Il protocollo nell’età della pietra

18 marzo 2016

paleoliticoSecondo il vocabolario Treccani, pàleo (dal greco παλαιός, palaios) significa “antico”. Per molti operatori delle pubbliche amministrazioni marchigiane Pàleo (bizzarro acronimo di “PAperLEss Office system”) è anche il nome di un software:

Paleo è il sistema di e gestione documentale adottato dalla e da diversi altri Enti Regionali. Paleo è stato sviluppato direttamente dalla Giunta della nel rispetto dell’attuale normativa nazionale nel settore.

Il sistema:

  • Assicura la realizzazione del protocollo minimo (DPR 445/00);
  • Consente la gestione documentale (Capo III C.A.D.);
  • Gestisce il Workflow documentale;
  • Supporta le funzioni di trasmissione e gestione dei documenti informatici nativi (Capo IV C.A.D.);
  • Fornisce strumenti per la razionalizzazione ed informatizzazione dei processi documentali in entrata, in uscita e interni;
  • Gestisce l’integrazione con le casella PEC di posta istituzionale dell’ente e degli uffici;
  • Integra la rubrica con l’Indice delle Pubbliche Amministrazioni;
  • Si integra con il sistema di conservazione digitale.

Attualmente il sistema Paleo è utilizzato, oltre che dagli organi della Regione Marche (Giunta, Consiglio ed Autorità Indipendenti) da quasi 90 Enti Pubblici, comprendenti Enti Funzionali (Arpam, Assam, Ars, Erap Ersu), Enti del settore Sanitario (ASUR, Aree Vaste, Aziende Ospedaliere) e Enti Locali (Comuni, Provincie, Comunità Montane e Unioni Comuni).

Il manuale d’uso del sistema è scaricabile qui. Si riferisce alla versione 04/04/2006/. Non sappiamo se si tratta della versione corrente del sistema, ma certamente dal punto di vista informatico il 2006 non è molto lontano dal Paleolitico.

A pagina 5 viene spiegato che “l’applicativo richiede l’utilizzo di Internet Explorer versione 6.0 sp1 o superiori”, e viene consigliato di “disinstallare, se sono presenti, la barra di Google o Yahoo e di attivare le finestre popup altrimenti non si avrà una corretta visualizzazione delle schermate”. A chi deve esercitare la funzione di protocollista viene esposta la solita procedura consistente nell’abbassare le impostazioni di sicurezza e consentire al browser di eseguire i controlli ActiveX provenienti dagli indirizzi di lavoro del sistema.

Si tratta quindi di un altro caso di software in uso presso la pubblica amministrazione che:

  • funziona solo su computer con sistemi operativi Microsoft;
  • funziona grazie alla tecnologia (proprietaria, di Microsoft) ActiveX, obsoleta, deprecata e ormai praticamente in disuso ovunque anche a causa dei problemi di sicurezza intrinsecamente legati alla sua natura.

Un rapporto del 2010 evidenzia diffusione e costi di sviluppo e di utilizzo del sistema Paleo:

Il sistema Paleo, di cui la Regione Marche ha la proprietà, ha avuto un costo (iva compresa) di 155.000 € (progettazione, sviluppo, manutenzione e distribuzione), a fronte di un costo annuo di circa 800.000 € (calcolato sulla media dei costi di 4 prodotti equipollenti) adottando un sistema proprietario esterno e distribuendolo ad un numero di enti pari e dimensionalmente equivalenti agli enti sopra indicati, e quindi con un risparmio, nel solo primo anno di gestione, dell’80%.

Si tratta quindi di software sviluppato internamente dalla Regione Marche, e questa è una buona cosa. Infatti l’art.68 del Codice per l’Amministrazione Digitale (CAD) pone il software sviluppato per conto della pubblica amministrazione al primo posto tra le scelte che favoriscono l’economicità e l’efficienza.

Ci sono poi i “costi di avvio del servizio” (stimati in 2.367 euro una tantum), e i costi di erogazione del servizio (1.490 euro all’anno). Dentro ai primi ci sono anche 672 euro di licenza MS SQL Server, ma in entrambi i casi non compaiono i costi di licenza del sistema operativo che, per le tecnologie usate (Microsoft SQL Server, Microsoft .Net, ActiveX che richiede Microsoft Internet Explorer), deve essere obligatoriamente Microsoft Windows. È possibile che si dia per scontato che in un PC sia installato Microsoft Windows, ma è davvero così scontato? O non è vero piuttosto il contrario, cioè che si è legati (chi ha detto vendor lock-in?) ad avere Windows per poter utilizzare il sistema Paleo?

Vano è il risparmio che si ottiene sviluppando internamente sistemi come questo, se poi bisogna comunque spendere risorse in licenze perché il sitema funzioni. Si può fare certamente di più, sviluppando sì internamente, ma utilizzando nello sviluppo strumenti e tecnologie open source, dal momento che ne esistono diverse, molte delle quali ormai mature, a volte performanti come o più delle concorrenti proprietarie.

E se 2006 è l’anno di rilascio dell’ultima versione del software, è anche decisamente giunta l’ora di farlo, per non rischiare di rimanere nell’età della pietra.

Marco Alici

(foto di Le Moustier Wikipedia, public domain)

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/03/18/protocollo-nelleta-della-pietra/

(palaios in HTML: παλαιός)

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Contro il coding

16 marzo 2016

dojoTutti impazziti per il “”, perché è quella cosa quando fai sul serio col computer e ti garantisce un per il futuro.

Partiamo dai fondamentali: “quella cosa quando fai sul serio col computer” un nome ce l’ha già: si chiama capire il mondo. Il codice esprime in un programma la misura della tua comprensione del mondo; quindi un programma che funziona è l’espressione del fatto che qualcuno ha compreso un pezzo di mondo.

Chi separa il codice dalla programmazione, e quindi dalla comprensione del mondo, lo fa per due motivi: ignoranza o malizia. La prima non è una colpa, ed è il motivo più diffuso; la seconda è una colpa, e grave.

Primo caso: il coding degli ignoranti

Chi parla di “coding” per ignoranza o per moda si basa su una conoscenza dell’informatica da telefilm: l’inevitabilmente giovane hacker bianco che pigiando tasti a raffica sventa la III guerra mondiale oppure penetra nella banca/CIA/NSA/centrale nucleare. Se è proprio un hacker moderno, riprogramma orbite di satelliti da uno smartphone mentre cammina.

Purtroppo questo è il livello di competenza della nostra classe dirigente e della maggioranza dei docenti.

L’informatica non è il codice, ma la comprensione del problema che ne rende possibile la scrittura. Il codice, poi, ha difficoltà proprie (e per nulla banali), ma non esiste qualcosa come “scrivo un po’ di codice e risolvo un problema”. Prima di arrivare al codice un problema va compreso, analizzato, formalizzato, spesso con tecniche che richiedono anni di studio; dopodiché occorre cercare come quel problema è già stato risolto da altri, e se parte della loro soluzione va bene anche per noi, perché non esistono problemi nuovi e perché nel software copiare è cosa buona. Naturalmente occorre anche considerare tutti i vincoli ulteriori imposti alla nostra soluzione dal contesto in cui operiamo: tempi, costi, risorse, tecnologie disponibili, potenziali conflitti con altri programmi in uso. Poi la soluzione che vogliamo relizzare dovrà essere espressa in termini assolutamente precisi, perché è da una macchina che cerchiamo di farci capire. E la macchina ha sempre ragione perché esegue i nostri ordini, non le nostre intenzioni.

A questo punto potremo finalmente iniziare a occuparci solo del codice, e della miriade di problemi che la sua scrittura comporta. A meno, naturalmente, che qualcuno sopra di noi nella gerarchia non abbia sentito la magica parolina “agile” e si senta in diritto di cambiare idea una volta a settimana, buttando alle ortiche metà del nostro lavoro.

Concentrarsi sul “codice” come se fosse un obiettivo e non un mezzo, come se fosse il punto di partenza e non quello di arrivo, è il modo peggiore di avvicinare i ragazzi all’informatica. Dà loro l’idea che le cose siano semplici quando non banali, addirittura (altro termine che odio) divertenti. Che non sia necessario concentrarsi, né informarsi, né imparare niente al di fuori di quello che le dita devono scrivere, quando chiunque abbia una minima esperienza di software sa che dietro un minuto di digitazione c’è un’ora di studio.

Questo faciloneria tecnologica è un insulto alla loro intelligenza, alla loro capacità di apprendere, all’apporto che possono dare in termini di creatività, e di invenzione, perché se i problemi sono sempre gli stessi le soluzioni vivaddio evolvono.

Suggerire che si possa scrivere codice senza sapere né curarsi di altro significa affidarsi alla tecnologia senza avere compreso che la tecnologia è meno importante del modo in cui viene applicata. Significa non voler capire che non ha senso produrre finte soluzioni che però “suonano” bene (ah, lo storytelling!) perché tanto “poi ai dettagli ci pensa chi è più tecnico”.

Non esiste più un “livello tecnico” che possa venire tralasciato o affidato ciecamente a qualcun altro, viviamo in una società troppo complessa.

Occorre dirci un’altra cosa: il pigiatasti che non vede al di là del computer è l’immagine speculare del dirigente ignorante che parla per frasi fatte e si cura esclusivamente del proprio personale potere scaricando le responsabilità sulle spalle degli altri. Entrambi i personaggi hanno fatto abbastanza danni, e di sicuro hanno fatto il loro tempo.

La programmazione (non la sola sottoattività di coding) è il quarto pilastro dell’istruzione dopo la lettura, la scrittura e la matematica.

Secondo caso: il coding dei bastardi

Dicevamo che l’ignoranza non è una colpa, ma la malizia sì. L’insistenza a parlare di “coding” come se la cultura del digitale si riducesse alla manualità dello scrivere codice a quello è anche propria di chi vuole produrre pigiatasti a cottimo, lavoratori a bassa specializzazione e basso costo, intercambiabili. Un proletariato del XXI secolo così impegnato a lavorare per vivere da non potersi accorgere che il proprio lavoro è tenuto artificialmente in vita solo come pacificatore sociale.

Il che ci porta al lavoro del futuro: siamo di fronte a un cambiamento a cui non siamo pronti: la fine del lavoro o, meglio, la fine della cultura del lavoro come obbligo per la sopravvivenza. Riconoscerlo significherebbe mettere in discussione i sacri assiomi del nostro modello economico, e questo non si può fare.

Ogni rivoluzione tecnologica ha modificato profondamente il carattere del lavoro, ma fino ad oggi per ogni compito superato se ne creava uno nuovo a quasi parità di competenze. Quindi se l’altro ieri lavoravi nei campi, ieri potevi lavorare in fabbrica senza particolari necessità di riconvertirti. Scrivevi lettere commerciali, tenevi la partita doppia a mano e poi imparicchiavi a fare lo stesso con Word e Excel o un gestionale. Poca roba, nessuno era veramente escluso.

Ma ora il cambiamento è tangibile. I possono fare la maggior parte dei lavori manuali o a bassa specializzazione, in modo economicamente vantaggioso, oggi. Per quanto riguarda i lavori intellettuali la sommarizzazione e la produzione di notizie, la consulenza legale, buona parte della diagnosi clinica in medicina, l’investimento in Borsa sono già da tempo terra di conquista per il software. E quindi anche molti lavori come giornalista, avvocato medico generico e trader sono morti che camminano già adesso. E il futuro arriva ogni mattina fresco come una rosa.

Per contro, le competenze del digitale richiedono anni di formazione e apprendistato, un aggiornamento continuo e non sono per tutti. Non certamente per chi aveva un lavoro prevalentemente manuale a bassa specializzazione o per chi vivacchiava usando il computer come macchina per scrivere. Non certamente per chi crede che la formazione sia quella cosa che a sedici anni puoi dire di averne abbastanza.

Non basta: anche i lavori del digitale stanno diminuendo vertiginosamente, perché nessun settore è immune dall’automazione. L’intera infrastruttura IT di Google per il Nord America richiede poco più di una ventina di tecnici. Foxconn rimpiazza operai cinesi (famosi per il costo della manodopera) con un milione di robot che costeranno ancora meno e lavoreranno ogni secondo della loro (lunghissima) vita meccanica. Amazon, il grande magazzino del mondo, assume in un colpo solo diecimila magazzinieri. Ma sono tutti robot.

La cosa problematica non è tanto che il lavoro sta sparendo, ma che l’economia preme per eliminare anche tutti quei lavori che sono sopravvissuti per ignoranza, inerzia, lassismo, perché tutto sommato era politicamente e aziendalmente più facile mantenere le persone nell’illusione che ricevere uno stipendio per qualcosa che una macchina poteva fare meglio potesse costituire un ragionevole progetto di vita. Non c’è nessun futuro come barista, cassiere, cameriere, tassista, camionista. E sto parlando della situazione oggi. Vedrete fra due anni.

Oggi, i robot fanno il magazziniere, il meccanico, l’assemblatore di circuiti. L’intelligenza artificiale pilota aerei e treni, cura la logistica, decide le politiche dei prezzi, gestisce fondi speculativi e il servizio clienti online del tuo venditore online di fiducia. E in tutto questo c’è chi viene a parlare di “coding” come se spataccare codice a casaccio fosse la Via per chissà quali magnifici destini.

Abbiamo voluto la tecnologia perché ci liberasse prima dalla fame e poi dalla fatica. Oggi sta per liberarci dall’idea del lavoro come bisogno universale per la sopravvivenza. Dobbiamo decidere cosa fare del nostro tempo, perché ne avremo sempre di più, mentre di lavoro ce ne sarà sempre meno, e per sempre meno persone. Ma la nostra cultura si basa ancora sul bisogno del bisogno. È tempo di ripensarla.

L’economia di mercato come l’abbiamo conosciuta finora ci ha portato fino qui, ma non può portarci oltre.

Walter Vannini

(foto Rainer Stropek, CC-BY 2.0)

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/03/16/contro-il-coding

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