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Archivio per la categoria ‘LibreOffice’

Al Ministero della Difesa il più grande progetto italiano di migrazione a software open source

17 febbraio 2016

Si chiama LibreDifesa e si pone l’obiettivo di migrare circa 150mila postazioni a software libero LibreOffice per la produttività individuale e adottare come standard dei documenti il formato aperto Open Document Format, garantendo così interoperabilità, leggibilità nel tempo e sicurezza nello scambio di documenti.

foto di J. Albert Bowden II in CC www.flickr.com/photos/jalbertbowdenii/5682524083

foto di J. Albert Bowden II in CC www.flickr.com/photos/jalbertbowdenii/5682524083

Annunciato lo scorso settembre con la sottoscrizione da parte dell’ammiraglio Di Biase di un accordo con l’associazione LibreItalia che sostiene la comunità italiana di LibreOffice, il progetto di migrazione a software open source del Ministero della Difesa è il più grande d’Italia e il secondo d’Europa.

LibreDifesa, che coinvolgerà tutte le forze armate della Difesa italiana, sarà coordinato dal Generale Camillo Sileo, del Reparto Sistemi C4I e Trasformazione di Stato Maggiore della Difesa. Tra le principali motivazioni della decisione il risparmio economico in licenze, quantificabile in oltre dieci milioni di euro, e la possibilità di reinvestire le risorse in attività utili a migliorare la produttività degli uffici. Una scelta, insomma, che risponde al motto adottato dalla Difesa “Smart Defence”, ovvero fare di più con meno. Oltre al risparmio, LibreDifesa consente il rispetto della normativa, che impone per le Pubbliche Amministrazioni attraverso l’art. 68 del Codice di Amministrazione Digitale, l’obbligo di preferire software di tipo open source o in riuso rispetto a quello proprietario.

Nel progetto LibreDifesa si è cercata fin da subito interazione e collaborazione con la community italiana di LibreOffice e con altre Pubbliche Amministrazioni che hanno fatto la stessa scelta, al fine di condividere e quindi riusare buone pratiche e materiali da poter adottare, migliorare per poi ricondividere, contribuendo così all’ottimizzazione delle risorse economiche e umane della PA.

Grazie all’accordo siglato con LibreItalia, la Difesa ha potuto organizzare a costo zero, con il contributo volontario dell’associazione onlus, dei corsi di formazione per formatori, referenti informatici e tecnici specializzati in LibreOffice: una squadra di esperti in grado di affiancare i colleghi supportandoli durante la fase di passaggio da Office a LibreOffice. Dalla collaborazione tra Scuola delle Trasmissioni e Informatica dell’Esercito (SCUTI) e LibreItalia nascerà anche un corso e-learning su LibreOffice base e uno finalizzato al conseguimento della Patente Europea del Computer (ECDL) su software libero, rilasciati in licenza copyleft al fine di consentirne il riuso ad altre Pubbliche Amministrazioni e scuole.

Le attività di migrazione – che seguono il protocollo suggerito dalla fondazione indipendente The Document Foundation che gestisce il progetto LibreOffice – stanno procedendo regolarmente e dopo l’analisi preliminare, la comunicazione del progetto ai soggetti coinvolti e la formazione dei formatori interni si sta ora procedendo con l’installazione di LibreOffice presso i primi Enti pilota individuati.

LibreDifesa porta, anche attraverso attività di comunicazione e condivisione del progetto, un forte messaggio di attenzione alla legalità, al risparmio e all’etica. La stretta collaborazione con la comunità LibreOffice, la valorizzazione della contribuzione volontaria messa in campo dall’associazione LibreItalia, la trasparenza del progetto e la volontà di rilasciare materiali in riuso a favore della collettività costituiranno un esempio prezioso per altre PA, non solo italiane.

Sonia Montegiove, presidente di LibreItalia

Fonte: http://www.forumpa.it/pa-digitale/al-ministero-della-difesa-il-piu-grande-progetto-italiano-di-migrazione-a-software-open-source?utm_source=newsletter

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grandefratello, LibreOffice, numeriuno, software

Standard e open standard, il diavolo si annida nei dettagli

10 febbraio 2016

Magnifier“Sono uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” – Principe Antonio De Curtis (in arte Totò)

Come il più noto commediante italiano, anch’io ho fatto la mia parte per servire la Patria in quel della Provincia Granda, anche se solo per qualche settimana. Lì ho imparato che senza gli 1, in ambito militare le cose si possono fare veramente difficili. Cominciamo con “Alfa, Bravo, Charlie, Delta, Echo, Foxtrot, Golf, Hotel, India, Juliett, Kilo, Lima, Mike, November, Oscar, Papa, Quebec, Romeo, Sigma, Tango, Uniform, Victor, Whisky, X-ray, Yankee, Zulu”. È l’ABC degli standard, anzi, lo standard dell’ABC. È l’alfabeto fonetico, standard NATO. Se non lo conosci a memoria, non puoi comunicare via radio; così è per quasi tutto quanto accade nella vita militare: se sei un militare non hai spazio per ambiguità. Dai gradi (per sapere chi comanda su chi) fino al calibro delle pallottole, tutto è standard.

“Standard”, effettivamente, viene dal francese antico “estandart” o “estandard”, stendardo, bandiera, che in effetti richiama i campi di battaglia e gli eserciti schierati in file ordinate. Ma sbaglieremmo a pensare che solo in ambito militare esistono standard. Come misuriamo il tempo dipende da uno standard, come scriviamo il tempo dipende da uno standard. Come misuriamo qualsiasi cosa dipende da uno standard. È importante ovviamente che le misure siano conosciute e che qualsiasi necessità di conversione tra uno standard e l’altro sia precisa e dichiarata, altrimenti succedono disastri. Se non dico che l’ora in cui fisso una conferenza telefonica corro al massimo il rischio di perdere qualche partecipante; ma se non dico che una pressione è in libbre per pollici quadrati e l’altro pensa che sia (come dovrebbe) in kilogrammi per metro quadro, succedono disastri ben peggiori. Nel 1999 il Mars Polar Orbiter si schiantò al suolo perché alcuni dati di volo vennero inviati in libbre/secondo invece che in newton/secondo, buttando a mare quasi 330 milioni di Dollari USA. La stessa cosa capiterebbe anche a noi se nell’aviazione non ci fossero centinaia di standard, da quelli di sicurezza a quelli sulla navigazione e ai sistemi di identificazione e atterraggio.

Quasi tutto ciò che facciamo, in realtà, si basa sugli standard. È standard la presa con cui colleghiamo il computer alla corrente, è standard la corrente, è standard la codifica dei file, è standard il cavo di rete, è standard la presa di rete (o se usiamo il Wi-Fi, è standard pure quello), è standard il protocollo che stabilisce la connessione e assegna l’identificativo Internet; tutta Internet, da un punto di vista logico, non è che una somma di standard. È standard il formato di file con cui scriviamo il documento che contiene questo articolo. Se guardiamo la televisione, via satellite (DVB), via satellite (DVBT) è tutto uno standard; se guardiamo un filmato su Youtube, pure quello è uno standard (anzi due, uno per il video e uno per l’audio, anzi, tre, uno per il contenitore, WebM, anzi quattro, perché il se e il come il filmato viene mostrato dipende da un altro standard, HTML).

C’è standard e

Chi fa gli standard? Fornire una risposta a questa domanda è praticamente impossibile. Abbiamo standard formali e standard informali (la posta elettronica e molti degli standard di Internet sono delle RFC, mai adottati formalmente e gestiti in larga parte dall’IETF). Esistono poi enti di standardizzazione formale “istituzionali” a livello nazionale (ad esempio UNI in Italia, DIN in Germania, BSI nel Regno Unito, ANSI negli Stati Uniti), a livello europeo (ETSI, CEN), e internazionale (ISO, ITU, IEC). E poi vi sono quelli su base consortile (OASIS, ECMA, Bluetooth, W3C). Un bel guazzabuglio.

Ma a noi, in questa sede, non importa più di tanto come gli standard sono formati e da chi (se non quando succede un problema, come vedremo poi con il famigerato OOXML). Ci importa sapere cosa accomuna gli standard. Tutti gli standard, ufficiali e formalizzati (de jure) o non ufficiali e informali (de facto) si caratterizzano per essere una norma, e infatti un sinonimo dell’attività di creazione degli standard è “normazione” e così si specificano gli enti che se ne occupano. Si tratta di un norma di per sénon cogente, se non quando vi fa espresso riferimento una legge o un atto normativo dello stato o internazionale. Gli standard vengono rispettati perché e in quanto sono diffusamente adottati e non adottarli comporta problemi difficilmente insuperabili. La norma diventa “cogente” se non posso fare altrimenti che seguirla, salvo trovarmi a mal partito (o peggio, violare la legge). Se entro in un ristorante francese e non so il francese, probabilmente non mangio, o corro il rischio di mangiare cose che non volevo.

Norma, dicevamo, dunque regola. Chi di solito fa le regole? Come nello sport, non è mai uno dei giocatori, o almeno non dovrebbe. E come seguire le regole se non le conosco? E mettiamo che le conosco, ma se una volta che le ho imparate, mi si cambiano le carte in tavola, e io non faccio in tempo a prepararmi, ma qualcun altro sì, perché lo sapeva prima? E se ancora, si impone di usare un pallone speciale, ma io non posso allenarmi con quel pallone, salvo poi trovarmelo in campo contro le altre squadre?

Le regole, devono essere fatte in un certo modo, altrimenti qualcuno è nei guai, e qualcun altro ci marcia. Entrano in campo gli standard veramente imparziali e non distorsivi, ovvero gli standard aperti. Siccome ci piace usare l’inglese “Open Standard”.

Standard Aperti

Non esiste una definizione di open standard. Quando si cerca di adottarne una, ci si trova un fuoco di sbarramento fatto di lobbying selvaggio, disinformazia, agenti doppi, non un quadro edificante. Lo dico per esperienza personale, per esserci entrato in occasione di OOXML (ci arriviamo, ci arriviamo…) e in occasione di vari dibattiti in cui si è tentato di trovare una definizione efficace, come nel caso dell’European Interoperability Framework, che in effetti adottò una formulazione quasi accettabile di open standard, e infatti quando si è passati alla versione 2, quella parte è stata rimossa perché contro di essa si sono mossi mari e monti.

Ma chi è intellettualmente onesto non può che rinvenire alcuni tratti fondamentali su cosa definisce uno standard aperto. A partire dal fatto che uno standard aperto è… aperto alla sua adesione da parte di tutti e non crea indebiti vantaggi o posizioni di dominio da parte di qualcuno su qualcun altro. Qui do alcune indicazioni su ciò che uno standard aperto debba rispettare, nella definizione che ho contribuito a fissare per FSFE

Uno standard è aperto quando è accessibile

Questa è facile. Lo standard è una norma, la norma deve essere conosciuta per essere osservata. Lo standard deve essere dunque pienamente conoscibile. Per cui deve essere compiutamente documentato. Gli standard non debbono completamente documentare tutto, ma quello che non documentano deve essere facilmente derivabile da altri standard. Anzi, gli standard devono riutilizzare gli altri standard, dove possibile, e non inventare nuovi modi per parti di esso che siano già standardizzate.

Corollario a questo principio è che uno standard non può fare riferimento a un prodotto, un servizio una tecnologia non standard, o peggio, proprietaria. Uno standard che dovesse indicare “fai questa cosa qui come la fa l’applicazione X del produttore M” non sarebbe uno standard aperto, e non sarebbe uno standard completo.

Tali documenti, poi, debbono essere resi “pubblici”. Ciò non significa che essi non possono essere coperti da copyright e ceduti sotto condizioni proprietarie: tali condizioni non debbono essere discriminatorie o eccedere i costi di formazione dello standard e di produzione del documento, ovvero costi nominali dell’opera. Se munirsi di una copia dello standard dovesse costare eccessivamente, solo chi ha sufficienti disponibilità economiche potrebbero accedervi. Se solo chi ha una qualifica particolare può accedere il documento, questo sarebbe discriminatorio. L’accesso pubblico significa “a chiunque sia disposto a pagare una ragionevole somma, non eccessiva, se richiesta, e senza che qualcuno possa opporre un rifiuto”.

Uno standard è aperto quando è gestito imparzialmente

La partecipazione alla formazione degli standard da parte delle imprese e degli altri operatori interessati è una elemento essenziale nella formazione degli stessi. Solo chi conosce un campo di applicazione può avere idea di cosa può essere standardizzato e come. Di solito si adottano le scelte operative più intelligenti dei primi che hanno affrontato il problema. Il principio base è dunque quello del raggiungimento di un consenso tra tutti gli operatori.

Uno standard “buono” è normalmente uno standard formato democraticamente, in cui tutti gli interessati hanno avuto modo di dire la loro e nessuno prevale in modo abnorme sugli altri partecipanti. In realtà questa non è una regola necessaria. Esistono buoni standard in cui la tecnologia è stata fornita unilateralmente da un operatore, il quale la ha compiutamente descritta in maniera standard (esiste uno standard su come si scrivono gli standard) e ha concesso a tutti il permesso di usare tale tecnologia. È il caso del PDF, che è stato “donato” da Adobe e formalizzato in uno standard ISO (ISO 19005). Qui la genesi non è certo imparziale, ma una volta che il formato è stato proposto come standard aperto, la conduzione ulteriore dello stesso è affidata a comitati tecnici in sede ISO, la cui partecipazione – come per tutti i comitati tecnici di ISO – è aperta a tutti.

Dunque, originalmente o successivamente a una “donazione”, lo standard è affidato a un ente imparziale, non legato o dominato da un attore dominante, ad accesso democratico.

Uno standard è aperto quando non discrimina

Uno standard dovrebbe essere il tecnologicamente neutro possibile, ovvero non privilegiare ingiustificatamente una piattaforma rispetto a un’altra, una tecnologia rispetto a un’altra, un’impresa piuttosto che un’altra, per quanto possibile. Dunque dovrebbe osservare un principio di prudenza nel non prevedere l’adozione di tecnologie esterne e non standard, o peggio, la necessità di ottenere il permesso da qualcuno per utilizzare tutta o parte della tecnologia necessaria.

Condizione necessaria e sufficiente per implementare uno standard dovrebbe essere necessario unicamente conoscere lo standard (e gli standard di riferimento sui cui lo stesso si basa). Il resto dovrebbe essere solo “delivery”.

Standard e brevetti: questo matrimonio non s’ha da fare (rinvio)

Siccome uno standard diventerà una norma, e soprattutto negli standard tecnologici più uno standard è utilizzato, più tende ad essere utilizzato (effetto di rete) a prescindere anche da quanto merito tecnico esso abbia, sono ovvie le interazioni tra standard e concorrenza. Pertanto, per quanto possibile, gli standard dovrebbero essere privi di condizioni legali che tendano a privilegiare le offerte di alcuni a scapito di altri, e soprattutto dovrebbero evitare quella che si chiama “patent holdup”, ovvero la posizione di supremazia di chi ha brevetti essenziali per l’implementazione di uno standard.2

E qui, sovente, casca l’asino. In difetto di una precisa politica che consenta l’utilizzo degli standard a tutti, indipendentemente dal modello di business e di licenze, occorre che vi siano chiare regole sia per chi contribuisce agli standard (dichiarare l’esistenza di propri brevetti, impegnarsi a licenziarli sotto determinate regole), sia per chi approfitta delle lacune o delle imprecisioni degli enti di standardizzazione per porsi in posizione di controllo, spesso identica a quella dei famigerati troll.

Questo è un campo di indagine molto complesso, che sospendiamo solo momentaneamente.

OOXML e altri orrori

OOXML è lo standard documentale XML spinto (per usare un eufemismo) da Microsoft. La storia è molto lunga ed è anche in certo modo la summa di ciò che non si dovrebbe fare in una standardizzazione. Lo standard serve a codificare i documenti di Microsoft Office in formato XML (altro standard).

Lo standard soprattutto evidenzia difetti in tutte le aree di cui ho parlato sopra, forse (e dico forse) con l’unica esclusione dell’interferenza di brevetti.

Andiamo in ordine sparso. Il primo peccato capitale è che si tratta di uno standard che viene adottato su proposta di una e una sola azienda, senza che vi sia una che sia una implementazione di esso che sia in qualche modo completa. E ciò non lo è stato per diversi anni. Soprattutto quando esiste un diverso standard (ISO IEC IS 26300 – ODF) per esattamente lo stesso dominio. Le buone pratiche vorrebbero che Microsoft si mettesse in gioco e spingesse perché tale standard evolva fino a coprire le esigenze non coperte dallo stesso. Invece lo rimpiazza con un secondo standard completamente nuovo.

Lo standard poi si limita a riflettere pari-pari il comportamento delle applicazioni di Microsoft, non a descrivere le funzioni in astratto e a risolverle in modo astratto e imparziale. Arriva persino a codificare gli errori, fenomenale fu quello di ripetere l’omissione dell’anno non bisestile negli anni zero dei secoli non divisibili per quattrocento, che è la modalità in cui si contano le date nel calendario Gregoriano (che è anch’esso uno standard: ISO 8601.3 Ciò solo per un bug mai corretto di Microsoft Excel.

Lo standard venne proposto con una procedura accelerata (“Fast Track”) nonostante ci fossero molte perplessità sull’esperibilità di tale procedura e in vari enti nazionali (ISO è un ente “federato” in cui partecipano gli enti nazionali, in Italia l’ente nazionale competente era Uninfo, in seno a UNI) si sollevarono centinaia di osservazioni, che vennero risolte in modo molto grossolano in un “Ballot Resolution Meeting” in quel di Ginevra, segno che lo standard doveva essere approvato più o meno ad ogni costo. Le stesse procedure nazionali lasciarono molti perplessi, me compreso. In Italia, ad esempio, nei mesi precedenti alla votazione, si osservò un’impennata di iscrizioni ad Uninfo a cui molti hanno attribuito un significato preciso: quello di un tentativo di modificare gli equilibri in gioco per far passare (o non passare, ma in misura assai minore) lo standard, al di là del suo merito tecnico. Lo standard stesso era composto da circa 6000 pagine, che probabilmente nessuno dei partecipanti (se mai qualcuno) ha letto integralmente.

Ma al di là di tali episodi, su cui ognuno manterrà le proprie opinioni, è il concetto stesso che si possa standardizzare a partire da un’applicazione singola per creare uno standard che non è condiviso, ma replica in maniera ossessivamente pedissequa ciò che fa un’applicazione, a detrimento di tutte le altre, a fare a pugni con la stessa concezione di standard. Il fatto che il principale sponsor di quello standard fosse una società che proprio in quel periodo era stata condannata per condotte abusive esattamente per la creazione di standard di fatto usati in modo anticoncorrenziale, anche se in ambiti non sovrapponibili, lascia alquanto perplessi circa tale standard.

Non che gli altri siano indenni da critiche. Lo vedremo nella prossima puntata.

  1. Per ulteriori letture in tema di standard, vedi i vari contributi su Techeconomy da parte, tra gli altri, di Italo Vignoli. Vedi anche di Simone Aliprandi “Apriti Standard”.
  2. Per un’ottima analisi, si veda Dolmans, Maurits (2010) ‘A Tale of Two Tragedies – A plea for open standards, and some comments on the RAND report’, IFOSS L. Rev., 2(2), pp 115 – 138 DOI: 10.5033/ifosslr.v2i2.46 con una mia introduzione.
  3. Per un’interessante disamina, se interessati, si può consultare la pagina di Wikipedia.

Carlo Piana

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/02/10/standard-open-standard-diavolo-si-annida-nei-dettagli/

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grandefratello, LibreOffice, numeriuno, openofficeorg, riflessioni

The Document Foundation annuncia LibreOffice 5.1

10 febbraio 2016

Immediatamente disponibile per Linux, MacOS X e Windows

wall51smallBerlino, 10 febbraio 2016 – The Document Foundation annuncia LibreOffice 5.1, l’unica suite libera per ufficio in grado di tenere testa a tutti gli altri software di produttività per ufficio, e l’unica a emergere dal gruppo per le funzioni di interoperabilità.

LibreOffice 5.1 ha un’interfaccia utente completamente riorganizzata, e diverse funzionalità migliorate in funzione dell’uso in azienda: il supporto di ODF 1.2, l’interoperabilità con i formati proprietari e la gestione dei file sui server remoti (come SharePoint, Alfresco e Google Drive).

LibreOffice è stato scaricato 120 milioni di volte dal lancio della prima versione a gennaio 2011. La suite libera per ufficio viene usata da grandi organizzazioni in tutti i continenti, e l’ultima in ordine di tempo è lo Stato Maggiore della Difesa in Italia con oltre 100.000 desktop.

Highlight di LibreOffice 5.1

lo51-starsmallInterfaccia Utente: l’interfaccia utente di LibreOffice 5.1 è stata completamente riorganizzata, per consentire un accesso più agevole e veloce alle funzioni più utilizzate dagli utenti. E’ stato aggiunto un nuovo menù a ciascuna delle tre principali applicazioni: Stili (Writer), Foglio (Calc) e Diapositiva (Impress). Inoltre, diverse icone e voci dei menù sono stare riposizionate sulla base delle preferenze degli utenti.

Interoperabilità: La compatibilità con i formati proprietari dei file è stata migliorata, nell’ambito di un’attività senza soste per l’interoperabilità con gli altri software di produttività. Inoltre, sono stati aggiunti dei filtri per i file di Apple Keynote 6, Microsoft Write e Gnumeric files.

Funzioni del Foglio Elettronico: Il motore delle formule di Calc è stato migliorato con funzionalità che eliminano delle limitazioni ai riferimenti incrociati nelle tabelle e agli ancoraggi delle colonne e delle righe, e migliorano la compatibilità con i fogli elettronici OOXML e con il formato ODF 1.2.

Accesso ai File sui Server Remoti: I file che risiedono su server remoti – come Sharepoint, Google Drive e Alfresco – sono raggiungibili attraverso il menù File, con opzioni in lettura e scrittura, senza passare da una finestra di dialogo.

Una lista delle funzionalità più significative è disponibile in un documento separato (http://tdf.io/lo51features), e sul sito web: http://www.libreoffice.org/discover/new-features/. Dei brevi video che presentano le novità più significative di Writer, Calc e Impress sono disponibili all’indirizzo: https://www.youtube.com/playlist?list=PL0pdzjvYW9RHSwdRnZfaxAWICrkBrQl7k.

LibreOffice 5.1 è migliorato anche in termini di codice sorgente, grazie al lavoro di centinaia di volontari. Questo si traduce in una suite per ufficio più facile da sviluppare e migliorare. Sebbene questo non sia visibile, è fondamentale per le installazioni nelle grandi organizzazioni.

“LibreOffice 5.1 è un ulteriore passo in avanti in direzione della nostra visione di una suite per ufficio che risponde a esigenze e preferenze degli utenti”, afferma Bjoern Michaelsen, Director di The Document Foundation (TDF). “A partire dal 2010, siamo passati attraverso tre cicli di sviluppo per pulire il codice e renderlo più reattivo. Oggi siamo vicini a poter offrire un’interfaccia utente più agile e moderna”.

“Il terzo ciclo di sviluppo di LibreOffice ci sta portando verso una nuova visione di interfaccia utente, che consentirà all’utente di scegliere il layout degli elementi più funzionale per le proprie esigenze, per sfruttare nel modo migliore lo spazio disponibile sullo schermo,” aggiunge Jan Holesovsky, Director di TDF, e leader del team di design.

Disponibilità e utilizzo in azienda

LibreOffice 5.1 rappresenta lo stato dell’arte della tecnologia per le suite per ufficio open source, e per questo motivo è indirizzato a early adopter, appassionati di tecnologia e power user.

Per l’utilizzo in azienda, TDF offre la versione 5.0.x (ben presto 5.0.5), in quanto più matura e collaudata. In ogni caso, TDF suggerisce di migrare o di installare LibreOffice con il supporto di professionisti certificati in grado di offrire supporto di terzo livello, consulenza sulle migrazioni e sul training sulla base delle best practice (http://www.libreoffice.org/get-help/professional-support/).

LibreOffice 5.1 è immediatamente disponibile all’indirizzo: http://www.libreoffice.org/download/. Gli utenti LibreOffice, i sostenitori del software libero e tutti i membri della comunità open source possono sostenere The Document Foundation con una donazione all’indirizzo: http://donate.libreoffice.org.

Press Kit e Screenshot

Il press kit in inglese, con documenti di background e immagini ad alta risoluzione, può essere scaricato da: http://tdf.io/lo51presskit. Sono inoltre disponibili degli screenshot di LibreOffice 5.1 in ambiente Windows 10: http://tdf.io/lo51screenshots.

Italo Vignoli

Fonte: http://www.libreitalia.it/the-document-foundation-annuncia-libreoffice-5-1/

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hotnews, LibreOffice, software

Fai come Jesi e compra anche tu una licenza di Office

22 gennaio 2016

Touch the CodeSemplificare. Una PA semplice con decisioni facili. Questo, che potrebbe essere ripreso come slogan elettorale, diventa un reale pericolo quando il semplificare le scelte è confuso con l’evitare un problema perché “tanto così fan tutte”. E semplificare, o meglio banalizzare, è quello che fa un’Amministrazione quando, di fronte all’esigenza di sostituire hardware datato, invece che analizzare il problema e guardarsi intorno alla ricerca di soluzioni alternative che consentano risparmio e razionalizzazione, fa la cosa più banale: compra nuovo hardware. E compra pure nuove software perché non si possono mettere accessori vecchi su una macchina nuova.

Soluzione facile è, per fare un esempio recente, quella individuata dal comune di che acquista nuovi computer e licenze di Office perché, come recita la delibera di Giunta numero 277 del 15 dicembre 2015  in premessa, “alcuni componenti tecnologici (leggasi computer, ndr) presenti nella rete informatica comunale richiedono una periodica sostituzione non risultando più idonei a garantire un adeguato livello di efficienza operativa all’interno della rete informatica comunale”. Putroppo la delibera, al momento, non è raggiungibile (errore 404, ndr).

In un programma di sostituzione progressiva delle macchine obsolete, quindi, il Comune marchigiano non pensa a come ridare vita a ferro vecchio (per esempio installando sistemi operativi liberi, più leggeri e riusando le macchine in altri contesti), ma prioritariamente pensa a comprare un ferro nuovo “per il corretto funzionamento dei servizi informatici”. E parte con un “programma” piuttosto anomalo, visto che nella stessa delibera non si trova definizione precisa dei numeri (non c’è traccia nel numero complessivo di computer da sostituire), dei tempi (non si sa in quanti mesi o anni si possa attuare il programma di sostituzione) e delle risorse (non esiste piano finanziario che indichi la spesa complessiva, anche pluriennale, stimata per l’operazione).

Unica cosa certa: “nella rete comunale vi sono n°25 Pc Desktop con sistema operativo Microsoft Windows XP per i quali la casa produttrice ha comunicato che non saranno più erogati gli aggiornamenti di sicurezza”. E su questo si può confermare che la “casa produttrice” lo disse un paio di anni fa e da allora dubbi sulla insicurezza di Windows XP non ne ha più nessuno.  Altra certezza contenuta in delibera la necessità di “acquisire almeno n° 30 licenze Office in quanto le attuali licenze sono relative a prodotti obsoleti ovvero acquistati nel 2003 e nel 2007 (costo stimato 9.600 €) e n° 1 licenza MS SQL Server in quanto la versione attualmente acquistata è la 2005 (costo stimato 950 €)”.  E su questo potremmo anche dire che, mentre per XP e Office 2003 abbiamo aspettato un paio di anni dopo l’annuncio della “casa produttrice”, qui per Office 2007 ci si muove in anticipo rispetto al diventare obsoleti, visto che la “data di scadenza” del prodotto era stata prorogata al 2017 da Microsoft.

L’ufficio Innovazione Tecnologica di Jesi, insomma, decide di Rinnovare più che innovare. Decide di spendere quasi 10mila euro di licenze Office (acquistate poi con determinazione 1544 del 28 dicembre) per appena 30 delle macchine comunali. Ipotizzare costi complessivi, come detto sopra, non è possibile ma questo dovrebbe essere solo l’inizio. O meglio la continuazione dell’inizio, visto che anche nel 2014, con determinazione 362 del 28 marzo, il comune ha speso 11.359 euro per l’acquisto di “licenze CAL Microsoft per gli utenti e i dispositivi presenti nell’infrastruttura informatica comunale”. Anche in questo caso peccato non poter leggere l’atto per capire almeno il numero di licenze, visto che cliccando per leggere si ha un altro 404 di risposta.

Grande assente (almeno nell’atto) il prospetto comparativo previsto dalla circolare Agid che avrebbe dovuto accompagnare e spiegare la decisione di acquistare licenze piuttosto che ricorrere a soluzioni libere o in riuso come stabilito dal Codice di Amministrazione Digitale all’art. 68. Grande assente la motivazione per la quale i dipendenti del comune marchigiano non possano usare un software equivalente a Office non a pagamento. Grande assente lo sforzo di innovazione, che avrebbe potuto portare a potenziare le competenze dei dipendenti con un progetto di migrazione a e a formato standard e aperto per i documenti prodotti dalla PA. Grande assente la soluzione semplice e non banale: quella che avrebbe risolto una complessità come quella del passaggio a software open source. Assente anche l’intenzione del sindaco Bacci che, nel discorso di insediamento, parlava di “niente voli pindarici. Piuttosto una gestione oculata e rigorosa della politica di bilancio”. Forse un volo verso il risparmio e magari il reinvestimento in formazione dei dipendenti comunali i cittadini di Jesi lo avrebbero preferito. Al sindaco di Jesi non possiamo porre le stesse domande rivolte al collega sindaco marchigiano di Pesaro.

Ma una la facciamo volentieri: perché spendere in licenze e non passare a software libero? Chissà che stavolta non si possa avere una risposta.

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/01/22/fai-jesi-compra-anche-tu-licenza-office/

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LibreOffice, microsoft, riflessioni

Studenti organizzano incontro su software libero a Bologna

22 gennaio 2016

Questa mattina presso il liceo Fermi di Bologna sono in programma due incontri con i ragazzi su libertà digitale e opportunità del software libero. La richiesta è arrivata da uno studente, Francesco Ferretti, che ha contattato l’associazione su Facebook al fine di poter parlare nella sua scuola di temi che hanno a cuore.

“C’è un nutrito gruppo di studenti – afferma Francesco – che sono sostenitori del software libero e stanno progettando anche una stampante 3D, uno scanner 3D e un drone. Questa passione li ha portati a voler approfondire la conoscenza della realtà italiana dell’open source e per questa ragione hanno voluto organizzare un momento di formazione e incontro con LibreItalia”.

A parlare dei valori, del modello di business e degli sbocchi professionali legati al software libero saranno i soci volontari e fondatori di LibreItalia Giordano Alborghetti, Enio Gemmo e Italo Vignoli.

Con molta probabilità la scuola sottoscriverà anche un protocollo d’intesa con LibreItalia finalizzato a instaurare un rapporto di collaborazione e reciproco impegno nel supportare la diffusione del software libero tra studenti e insegnanti.

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.libreitalia.it/studenti-organizzano-incontro-su-software-libero-a-bologna/

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hotnews, LibreOffice, scuola

Un canale Telegram LibreItalia

30 dicembre 2015

untitledDopo un primo periodo di test, possiamo presentare ufficialmente il nostro canale Telegram LibreItalia, che ci consente di inviare direttamente messaggi e file multimediali a tutti gli iscritti oltre che condividere notizie riferite alla nostra associazione, agli eventi che organizziamo e al mondo LibreOffice in generale.

A differenza delle chat private, il canale pubblico consente di vedere soltanto i messaggi senza possibilità di rispondere. Per ricevere le notizie LibreItalia è sufficiente iscriversi al canale tramite questo link oppure dallo smartphone cercando @libreitalia su Telegram.

Il nostro canale, al momento gestito dai soci Enio Gemmo e Giordano Alborghetti, rappresenta un’altra modalità di comunicazione delle nostre iniziative e un ulteriore modo per restare in contatto non soltanto con i nostri soci.

Un buon proposito per il nuovo anno è sicuramente quello di iscrivervi!

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.libreitalia.it/un-canale-telegram-libreitalia/

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hotnews, LibreOffice, numeriuno, openofficeorg, software

Corso on line gratuito formazione formatori LibreOffice con Didasca

18 dicembre 2015

A partire dal 12 gennaio LibreItalia, in collaborazione con Didasca, organizza un corso on line gratuito di Formazione Formatori LibreOffice  che consentirà di apprendere le nozioni utili a poter diventare formatori LibreOffice. Il corso è rivolto a persone che hanno una conoscenza base di LibreOffice, che abbiano una prima esperienza da formatori e che vogliano approfondire questi due aspetti.

Il percorso, che si articola in 12 lezioni di 90 minuti ciascuna ogni martedì e venerdì con inizio alle ore 16, affronta i seguenti argomenti: introduzione al Software Libero, Writer, Calc, Impress e nozioni di Formazione Formatori. Le lezioni saranno erogate online, in modalità interattiva, tramite l’Auditorium Didasca e oltre che in tempo reale, potranno essere seguite anche in un secondo momento visto che saranno registrate.

L’ iscrizione al percorso LibreOffice 5 è libera e gratuita e va effettuata compilando l’apposito modulo on line entro e non oltre il 9 gennaio 2016.

Questa la scheda completa del corso.

Sonia Montegiove

 

Fonte: http://www.libreitalia.it/corso-on-line-gratuito-formazione-formatori-libreoffice-con-didasca/

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