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Libero e salvo a sua insaputa

16 settembre 2016

schermata-2016-09-13-alle-15-49-24Qualche giorno fa Mario (nome di fantasia) porta il suo computer in assistenza. Lui non sa niente di computer: lo usa per internet, per scrivere, per la posta. “Quando lo accendo mi fa lo schermo nero, con delle scritte” cerca di spiegare preoccupato a Daniele, il tecnico che ha preso in carico la sua macchina.

Effettivamente la sua spiegazione non fa una piega.

schermata-2016-09-13-alle-15-22-59-1024x545Daniele conosce Mario, gli aveva venduto il computer calibrando la scelta di hardware e software sulle sue esigenze basilari, capisce subito che si tratta di un classico attacco da ransomware. D’altra parte la schermata spiega esattamente cosa è successo: il “virus”, probabilmente un programmino allegato a qualche messaggio di posta ed inavvertitamente eseguito dall’utente stesso, ha cifrato i file presenti nell’hard disk (tutti o alcuni, a seconda della variante del ) e viene richiesto un riscatto per la loro decrittazione. Resta solo da capire di quale variante di virus si tratta, ma anche questo non è difficile: basta fare una rapida ricerca in rete per scoprire trattarsi di Zepto ransomware.

“C’è una notizia buona e una cattiva. – spiega Daniele al suo sfortunato cliente. – La notizia cattiva è che non è stato ancora trovato il modo di decifrare i file cifrati senza pagare il riscatto e pagare, oltre che essere solo un modo per alimentare la diffusione della truffa, non garantisce affatto di ricevere la chiave per decifrare i file e riportarli ad essere di nuovo leggibili. In sostanza: i file cifrati, se non hai una copia di backup, sono da considerare perduti.”

“E… la notizia buona?” chiede Mario, bianco in volto, con un filo di voce, pensando che sì, le sue poche foto e qualche video sono ancora nella macchina fotografica, ma i documenti? E la posta?

La notizia buona – continua Daniele, con fare deciso e sguardo sereno – è che Zepto ransomware non cifra tutti i file, ma solo alcune tipologie ben precise, tra cui ci sono le fotografie (file .jpg, .png, i .psd di Photoshop…), la musica e i filmati (file .mp3, mp4, .mkv, mpeg…) i documenti di MS Office (file .doc, .docx, .xls, .xlsx, .ppt, .pptx…) ed altri.”

E che buona notizia sarebbe? – grida Mario, sentendosi un po’ preso in giro – Io non ho mai fatto copie della posta e dei documenti, che sono i più importanti: dunque non c’è verso di riaverli indietro?”

Daniele lo guarda dritto negli occhi ed esclama: “la tua posta e i tuoi documenti sono tutti salvi.”

“Com’è possibile?!?”

Già, com’è possibile? Per quanto riguarda la posta, l’account era stato configurato come IMAP, per cui la posta era ancora tutta nel server del gestore: una volta riformattato il disco e reinstallato il sistema operativo, sarebbe bastato reinstallare il programma e riconfigurare l’account per rivedere tutta la posta al suo posto.

Per quanto riguarda i documenti era ancora più facile. Quando il nostro Mario andò da Daniele a comprare un computer voleva anche “un programma per scrivere le cose” e Daniele gli aveva installato LibreOffice. Quando Mario era venuto a ritirarlo, Daniele gli aveva spiegato brevemente le funzionalità dei vari programmi. Mario, da utente poco esperto, non aveva fatto domande e Daniele non aveva dato troppe spiegazioni che avrebbero solo generato confusione.

Dunque Mario, a sua insaputa, aveva usato da sempre , peraltro trovandosi benissimo, per creare i suoi documenti in formato ODF, un formato standard aperto di ottima qualità, il formato predefinito in LibreOffice. Senza saperlo, questa scelta aveva messo i suoi documenti al riparo dai danni provocati dal malware che aveva reso praticamente inutilizzabile il suo computer. Restando nella metafora medica, nonostante il suo computer fosse stato devastato da un virus, i suoi documenti si sono salvati perché erano vaccinati.

Intendiamoci, non c’è nessuna particolare merito di LibreOffice o del formato in questo caso. Ma è un dato di fatto che molti ransomware in circolazione – e Zepto tra questi – attaccano selettivamente alcuni tipi di file e tra questi quasi sempre ci sono i formati di Microsoft Office e quasi mai il formato OpenDocument. Ed è dunque un dato di fatto che usare LibreOffice – che è un ottima suite per la produttività individuale – e il formato mette i nostri documenti potenzialmente al riparo da attacchi di questo tipo.

È bastato quindi salvare i documenti di Mario su un supporto esterno, bonificare la macchina reinstallando il sistema operativo e rimettere i documenti al loro posto per ripristinare l’utilizzo del computer limitando i danni

Certo, se Daniele avesse osato di più, installando un sistema operativo Linux sulla macchina di Mario, certamente non avrebbe subito attacchi di questo tipo, dato che Linux è incompatibile con quasi tutti i malware in circolazione, Zepto compreso. Ma questa è un’altra storia.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/16/libero-salvo-sua-insaputa

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Pensavo fosse amore, invece era una shell

1 settembre 2016

Uno dice: “viviamo insieme” quando vuol dire che le cose non vanno.
Infatti poi, quando peggiorano, dice: “perché non ci sposiamo?”
(M. Troisi, Pensavo fosse amore invece era un calesse, 1991)

Microsoft ama . Almeno così dice, da qualche anno a questa parte, cioè da quando Satya Nadella ha preso il posto di Steve Ballmer al timone dell’azieda. Alle dichiarazioni d’amore hanno fatto seguito anche alcune manifestazioni d’affetto: a primavera Windows apriva timidamente casa al “pinguino” al grido (esagerato nei toni e nella sostanza) di “Ubuntu su Windows”; questa estate gli ha regalato una shell. Anzi, una PowerShell.

Per i nostri lettori non necessariamente esperti, con la nostra solita brutale semplificazione diciamo che una shell (dovremmo chiamarla “shell testuale”) è genericamente un’interfaccia tra uomo e computer, caratterizzata dal fatto che l’uomo impartisce i comandi al computer scrivendoli con la tastiera. Quelli con i capelli bianchi, che hanno conosciuto MS-DOS, lo sanno bene, dato che la shell (testuale), che lì si chiamava command.com, era l’unica interfaccia possibile, dato che il mouse non era stato ancora inventato.

è dunque una shell che permette di inviare comandi a Linux (che in realtà ne ha già molte di sue: si chiamano bash, sh, zsh…), e quindi di eseguire anche script (cioè serie di comandi contenute in file di testo) originariamente scritti per essere eseguiti su sistemi Windows.

Molti hanno salutato con favore questa notizia, altri meno. Tra questi ultimi Andrea Colangelo, sviluppatore, sostenitore del Software Libero, Ubuntu Developer e Debian Developer, in un recente tweet ha definito PowerShell “inutile”. Per questo, e per la sua competenza in materia, gli abbiamo fatto qualche domanda.

AndreaColangelo-1024x768

Prima di tutto, raccontaci un po’ chi sei e cosa fai.

Sono un Ingegnere del Software e un programmatore, fiero sostenitore del Software Libero e del suo utilizzo e, quando ho un po’ di tempo collaboro allo sviluppo di importanti progetti software liberi come Ubuntu e Debian, di cui sono membro ufficiale. Nel mondo reale lavoro come CTO presso Openforce, un’azienda che fornisce soluzioni basate su software libero per diverse PMI. Nel resto del tempo libero mi diverto ad ascoltare musica jazz, cucinare cose su cui applico personalmente una rigorosa Quality Assurance e guardare partite di rugby.

Perché dici che PowerShell su Linux è inutile?

Ma ti pare che il Sistema Operativo famoso perché si fa tutto da terminale ha bisogno del terminale del Sistema Operativo dove si fa tutto col mouse? Scherzi a parte, su Linux oggi l’utente domestico non ha pressoché mai bisogno di usare una shell, ed uno sviluppatore abituato alla estrema potenza e flessibilità di una shell come Bash (e simili, tipo Dash, Zsh, e così via) certo non si sogna nemmeno di passare ad un tool come PowerShell. Credo che l’unico senso di PowerShell per Linux (e anche per MacOS) possa essere quello di riciclare script già realizzati per Windows senza troppo sbattimento, e poco più.

Se è inutile, secondo te perché l’hanno portato su Linux?

Servirebbe molto spazio per rispondere approfonditamente a questa domanda. Cercando di stringere al minimo, credo che la risposta vada cercata nella strategia complessiva che Microsoft sta ridisegnando da quando Nadella è al timone di Redmond. Ti dico come la vedo io: nel settore mobile Windows Mobile ha un grande futuro alle sue spalle, e il settore desktop sta perdendo di importanza (anche se meno velocemente di quanto si pensi). Ma il settore del cloud computing, segnatamente dei servizi IaaS, è una prateria dove tutti i grandi player stanno trovando ampissimi spazi di profittabilità: Amazon prima di tutti, ma anche Google, HP, IBM, per citarne alcuni, e ovviamente anche Microsoft. Qui Microsoft è sostanzialmente l’unica tra queste aziende a trovarsi in una posizione di bizzarra ambiguità: da un lato affitta server su cui installa il proprio sistema operativo, dall’altro affitta server su cui installa il principale sistema operativo concorrente (nelle sue varie incarnazioni). Quello che mi pare Nadella stia cercando di fare è integrare, oserei dire “assorbire” Linux all’interno della sua piattaforma, in modo da ottenere il duplice scopo di favorire il travaso di utenti Linux verso Windows, portando su Linux software storicamente disponibili solo su Microsoft (come ad esempio SQL Server, la piattaforma .NET ed estensioni di Visual Studio per sviluppare software per Linux), e al contempo fornire comunque un supporto di qualità per chi ha bisogno di un server Linux. Non è un caso infatti, che l’annuncio della disponibilità di PowerShell sia arrivato dal blog di Azure, e non è un caso che questa strategia si stia limitando solo all’ambito di stretto interesse per sistemisti e programmatori. Perché sul desktop la storia è ben altra.

A cosa ti riferisci?

Beh, quando si parla di desktop lo scontro mi pare che sia su un livello ben diverso. Microsoft amerà anche Linux, ma negli ultimi tempi gli sforzi per ostacolarne la diffusione in ambito desktop si sono fatti sempre più feroci, in qualche caso arrivando perfino a delle punte di vere concorrenza sleale. Butto lì un po’ di argomenti caldi, in ordine sparso: Windows 10 che ha fatto brutti scherzetti in giro, il dente ancora avvelenato per lo switch di Monaco a Linux e relativo FUD generosamente sparso, alla discutibilissima vicenda del Secure Boot, al modo brutale con cui Windows brasa l’MBR occupato da altri bootloader durante le procedure di installazione, aggiornamento e non solo.

Raccontami qualcosa sul Secure Boot, di cui parli già in questo video del 2012: cosa c’entra Microsoft e perché dici che ha ostacolato la diffusione di Linux su desktop?

La storia del Secure Boot è una mia vecchia passione, sia per ragioni tecniche che pratiche e “politiche”, per così dire. Il Secure Boot nasce per un nobile scopo, ovvero proteggere l’avvio del computer da una vulnerabilità che è particolarmente pericolose ma anche estremamente difficile da sfruttare. Tanto difficile che probabilmente nessuna macchina ne è stata mai colpita, ma tant’è, bene che si sia voluto mettere una pezza. Il problema sono le modalità con le quali questa specifica è stata implementata, e tutta la serie di decisioni (e sopratutto di non-decisioni) che sono state prese in fase di definizione delle specifiche tecniche.

Il video che hai citato è ormai un po’ obsoleto, ma è ancora interessante da un punto di vista storico e per capire a fondo i retroscena della questione. Microsoft è stata estremamente abile nello sfruttare a proprio vantaggio i loophole che le specifiche tecniche UEFI hanno lasciato aperti. Non voglio arrivare a dire che abbia inteso usare UEFI come un grimaldello per scardinare definitivamente quel minimo di resistenza che incontra nel settore desktop, ma sicuramente il Secure Boot è stato, almeno per qualche tempo, un potenziale ostacolo alla diffusione di sistemi operativi diversi da Windows. La buona notizia è che oggi pressoché qualsiasi distribuzione Linux funziona senza problema anche con UEFI (e Secure Boot attivo).

Dall’altro canto, è ironico (eufemismo) che proprio Microsoft abbia reso Secure Boot ragionevolmente inutile almeno su alcune piattaforme e in alcune condizioni, come mostrano le recenti notizie al riguardo.

Dunque PowerShell, a detta di Andrea Colangelo, è un regalo inutile che Microsoft ha fatto a Linux. Ma d’altronde è il pensiero che conta, no?!

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/01/pensavo-fosse-amore-invece-era-una-shell/

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Microsoft PowerShell è ora open source!

19 agosto 2016

powershellDopo aver portato la bash su Windows ecco che oggi la casa di Redmond ha annunciato il rilascio sotto licenza open source (MIT License) di PowerShell che ora è disponibile anche per Linux e macOS.

Windows PowerShell, noto inizialmente come Microsoft Shell o MSH (o col nome in codice Monad) è una shell caratterizzata dall’interfaccia a riga di comando (CLI) e da un linguaggio di scripting, sviluppata da Microsoft. Si basa sulla programmazione a oggetti e sul framework Microsoft .NET. La shell a riga di comando con relativo linguaggio di scripting PowerShell di Microsoft permette di controllare e automatizzare l’amministrazione di un sistema operativo e delle applicazioni eseguite al suo interno.

microsoft-logoSi tratta dell’ennesima mossa che vede Microsoft sempre più aperta verso altri sistemi operativi (molti dei suoi prodotti sono da qualche tempo disponibili per più piattaforme). Jeffrey Snover, technical fellow di Microsoft e responsabile di PowerShell ha spiegato che il core engine e i cmdlet (i comandi di PowerShell) saranno identici per le versioni Windows, Linux e Mac. Alcuni cmdlets che sfruttano funzionalità specifiche di Windows, non saranno disponibili su altre piattaforme e, chiaramente, gli script per Windows dovranno essere modificati per funzionare su Linux e Mac. È già da ora possibile scaricare le versioni Alpha (un .pkg per Mac) e il codice sorgente da GitHub. Per i sistemi Apple è richiesto OS X 10.11 o seguenti.

Ho trovato l’annuncio di Snover ben fatto e meritevole di essere letto. Questo un piccolo estratto in lingua originale:

In the past, Microsoft’s business focus meant that .NET, and thus PowerShell, were only available on Windows. But this is a new Microsoft. […] This new thinking empowered the .NET team to port .NET Core to Linux and that in turn, enabled PowerShell to port to Linux as well. PowerShell on Linux is now designed to enable customers to use the same tools, and the same people, to manage everything from anywhere.

Insomma, parole veramente forti e, a parere di chi scrive, Microsoft si sta muovendo nel modo giusto per rimanere ai vertici del mondo dell’informatica, capendo quelle che sono le esigenze dei propri clienti.

microsoft-loves-linuxPer gli utenti interessati ad installare PowerShell sulla propria distro Linux il team di Microsoft ha provveduto a rilasciare, sulla pagina GitHub del progetto, gli installer per Ubuntu 16.04, Ubuntu 14.04 e CentOS 7.

Linux ha già a disposizione shell molto potenti, dubito che gli utenti Linux, se non per motivi lavorativi inizino a dilettarsi con questa shell, in ogni caso qui trovate una piccola guida.

powershell_linux-300x208Matteo Gatti

Fonte: http://www.lffl.org/2016/08/microsoft-powershell-e-ora-open-source.html

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Microsoft cancella le partizioni Linux in dual boot

4 agosto 2016

Windows-10In breve: se state pensando di aggiornare il vostro pc con a bordo Windows 10 e avete una distro Linux in dual boot leggete quanto segue.

Inquietanti notizie giungono da Microsoft e più precisamente da “Windows 10 Anniversary Update“, l’ultimo aggiornamento del sistema operativo dell’azienda di Redmond. Windows Report segnala come in alcuni casi il sistema non è in grado di riconoscere le partizioni, rimuovendole di conseguenza.

partition-gone-anniversary

Molti utenti segnalano come alcune delle loro partizioni siano sparite dopo l’anniversary update. Tipicamente è la partizione più piccola a sparire, ma non possiamo dire per certo se la partizione viene cancellata o se Windows semplicemente non la rileva. Alcuni utenti dicono che la partizione non è allocata, altri invece possono rilevarla una volta installati tool di terze parti per la gestione delle partizioni.

Per quanto fumosa la questione sia, sicuramente è un bel problema ed in attesa di prese di posizioni ufficiali da parte di Microsoft è bene procedere cautamente con gli aggiornamenti di sistemi dual boot.

windows-problem

Queste sono le parole di un utente a cui è capitato quanto riportato sopra:

Ho iniziato a installare l’aggiornamento ieri prima di andare a letto. Ora la mia partizione sul disco D: è sparita e il disk manager che uso dice “149,05GB non allocati”. E’ un hard disk da 160GB della Intel che ha sempre funzionato alla perfezione, avevo tutte le mie applicazioni oltre ai dati personali su quel disco“.

Speriamo che Microsoft risolva la cosa al più presto, nel frattempo effettuate un bel backup dei vostri dati!

[Fonte]

Matteo Gatti

Fonte: http://www.lffl.org/2016/08/microsoft-cancella-le-partizioni-linux-in-dual-boot.html

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[GUIDA] Rimuovere i vecchi kernel da Ubuntu

19 giugno 2016

Kernel-linuxDustin Kirkland, di Canonical, ha reso noto un semplice metodo per rimuovere i vecchi kernel da Ubuntu Linux, andando a liberare un sacco di spazio sul disco.

Ubuntu va a salvare sulla partizione dove è stato installato anche i vecchi kernel, i quali non vengono rimossi ogni volta che si aggiorna ad una nuova versione. E’ pertanto probabile che dopo mesi (o anni) di utilizzo questo fatto vada a ridurre, e di molto, lo spazio libero sul vostro disco.

Se siete dei ‘beginner’ vi starete chiedendo chi occupa tutto il vostro prezioso spazio sul nuovissimo SSD appena acquistato, ora vediamo come risolvere il problema alla radice.

Per chi usasse la funzione “apt-get autoremove” vi ricordo che essa fa del suo meglio per rimuovere i pacchetti inutili ma con i kernel il risultato non è assicurato.

Rimuovere i vecchi kernel e liberare spazio

Esiste un tool, chiamato ‘purge-old-kernels‘, creato da Kirkland. E’ tutto cio’ che vi serve per rimuovere il noiosissimo messaggio che vi comunica l’assenza di spazio in /boot.

Tra l’altro, mantenere sul disco queste vecchie versioni dei kernel precedentemente utilizzati, potrebbe anche andare a creare conflitti e impedire l’installazione delle nuove versioni. Il software ‘purge-old-kernels’ è disponibile nel repository di Ubuntu 16.04 LTS (Xenial Xerus), precisamente nel byoubu package.

Per installarlo aprite il terminale e fate un copia incolla dei seguenti comandi:

  1. sudo apt install byobu
  2. sudo purge-old-kernels
Il primo vi permette di installare il byobu package poi andrete a eseguire il software coi privilegi d’amministratore per rimuovere i vecchi kernel. E’ importante eseguirlo come root.
Una volta lanciato il programma impiegherà un lasso temporale strettamente legato allo stato del pc nel momento dell’esecuzione. Se è tanto tempo che non formattate il sistema e avete provato diversi kernel l’attesa sarà certamente più lunga.
Purge-old-kernels è anche disponibile per le altre versioni di Ubuntu nella relativa pagina di GitHub.
purgeoldkernels

Lo sviluppatore si è mostrato lungimirante, il programma infatti non elimina tutte le versioni antecedenti al kernel che state utilizzando: mantiene sul disco le ultime due in ordine di tempo. Questo vi aiuta nel caso si presentino problemi di boot con la nuova versione del kernel in uso.

Purge-old-kernels è un software libero e rilasciato con la licenza GNU, è pertanto possibile ridistribuirlo o modificarlo per migliorarlo.

Se poi ora vi state chiedendo perchè sia necessario ricorrere a un software esterno quando in altre distribuzioni (come Linux Mint, ad esempio) la rimozione dei vecchi kernel viene gestita in modo molto più leggero e intuitivo dall’update Manager la risposta è semplice: chiedete a Canonical!

Matteo Gatti

P.S.: Su Ubuntu 14.04 bisogna installare “bikeshed” e poi dare “purge-old-kernels”.

Fonte: http://www.lffl.org/2016/06/guida-rimuovere-vecchi-kernel-ubuntu.html

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Salvaguardate i vostri occhi: installate f.lux!

29 marzo 2016

f.lux_I computer, in ogni loro forma (workstation, portatili, tablet e smartphone), fanno ormai parte della vita quotidiana di tutti noi. Sono numerosi gli studi inoltrati sulle onde radio emesse da smartphone, tablet e simili, altri si focalizzano sull’impatto negativo che ha l’utilizzo massiccio di dispositivi dotati di display sul nostro sonno. La luce eccessiva proiettata in tarda serata può causare, con una frequenza davvero elevata, insonnia o difficoltà ad addormentarsi. In questo articolo vi proponiamo una piccola soluzione al problema: questa prende il nome di f.lux. Cerchiamo di capire da dove nasce e come funziona.

f.lux nasce da un’idea di Michael e Lorna Herf, consiste sostanzialmente in un software pensato proprio per abbattere i disturbi causati dall’eccessiva esposizione a schermi luminosi, prettamente dotati di luce chiara. È proprio quest’ultima la causa del problema: il sonno viene conciliato nel nostro corpo dalla produzione di melatonina, sostanza prodotta da più organi durante le ore notturne che viene esaurita fino al risveglio, quando subentra la luce del sole.

Il nostro corpo compie appunto questo ciclo, riconosciuto come ritmo circadiano e l’esposizione a display prima di andare a letto tende a ridurre la produzione della melatonina, sostanza che fa avvertire il sonno. Non è il caso di estremizzare: passare qualche ora a navigare in rete sul proprio PC o a giocare sul tablet di sera non è certamente sinonimo di nottata passata in bianco, ma è ormai riconosciuto che esporsi a forti luci – e sono incluse anche quelle dell’inquinamento luminoso presenti nelle grandi città – causa una riduzione del sonno.

Come si impone quindi f.lux per risolvere il problema? Semplicemente variando la temperatura dei colori riprodotti dai display presenti sui nostri monitor. No, non si tratta di variazioni di calore, ma di alterazioni cromatiche. A quale scopo? Semplice: il nostro organismo, di fronte a computer dotati di display non troppo luminosi e chiari (come la luce del sole appunto), continua a produrre normalmente la sostanza indispensabile al sonno. Non stressare la vista per poter riposare bene è fondamentale.

f.lux-on-and-off

f.lux in azione

Al primo avvio il software, che si mostrerà come un piccolo box in trasparenza sul vostro desktop, chiederà la vostra posizione geografica. f.lux integra infatti le mappe di Google Maps per potervi localizzare mediante il nome della vostra città o il CAP e calcolare, tramite latitudine e longitudine, le varie fasi solari (quindi a che ora tramonta e a che ora sorge il sole). In questo modo il programma sarà in grado di disporre su una sinusoide, accessibile nella schermata principale visibile dopo aver impostato la propria location, tutti i vari valori per le variazioni di temperatura sul monitor.

Ciò consiste sostanzialmente in una autoregolazione della temperatura che di giorno rimane fredda e di sera tende a diventare più calda per far riposare gli occhi. Il funzionamento principale è questo, ma ovviamente ci sono alcuni settaggi utili per personalizzare l’esperienza di cromatizzazione del proprio display. La prima è ad esempio l’opportunità di scegliere il range di temperatura di colore che f.lux deve utilizzare per variare durante l’arco della giornata: un’alterazione moderata potrebbe essere, ad esempio, 6000K per il giorno e 4000K per la notte.

Se non siete intenzionati a mantenere i valori di default vi consigliamo di variare questa soglia, utilizzando anche un po’ di pazienza per trovare la soluzione ideale.

Altre opzioni interessanti consistono nella possibilità di scegliere la velocità con cui avviene il cambio di temperatura, nella disabilitazione temporanea degli effetti di f.lux per un’ora, magari per svolgere qualche lavoro grafico dove l’imparzialità dei colori è fondamentale, e nell’attivazione delle modalità “Safe Mode” e “Movie Mode”.

La riuscita del sistema è garantita, e vi assicuro (esperienza personale) che passando diverse ore al giorno davanti al pc alla sera la mia vista è affaticata e, una volta abituato ai parametri serali di flux (io uso 3600K di sera) non riesco assolutamente a tornare alle impostazioni standard (ovvero 6400k) utilizzate di giorno.

Una soluzione analoga è stata anche introdotta in iOs 9.3 (chiamata night shift) e su Android un’app simile a f.lux è Twilight.

Night Shift in azione su iOs 9.3.

Night Shift in azione su iOs 9.3.

Installare f.lux su Linux

Se state usando Ubuntu o altre distro derivate (Linux Mint, elementary OS, Linux Lite etc) aprite il terminale e copiate i seguenti comandi:

sudo add-apt-repository ppa:nathan-renniewaldock/flux
sudo apt-get update
sudo apt-get install fluxgui

flux-ubuntu

Se state usando altre distro potete prendere il codice sorgente dalla repository GitHub dedicata.

Cosa ne pensate? Provatelo e lasciateci un commento!

 

Matteo Gatti

Fonte: http://www.lffl.org/2016/03/salvaguardate-vostri-occhi-installate-f-lux.html

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La scuola al tempo del bonus

25 marzo 2016

bambini-tabletCom’è noto, la la legge 107/2015 di riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione ha istituito quella che formalmente si chiama la Carta elettronica per l’aggiornamento e la formazione del docente di ruolo, ma che sostanzialmente si traduce in un bonus di 500 euro all’anno che il docente può investire in beni o servizi ritenuti utili per la sua formazione professionale.

Sulla strana natura di questo bonus si potrebbe disquisire all’infinito: non si tratta di un semplice aumento di stipendio, che ogni docente avrebbe la libertà di spendere (o di non spendere) come vuole, ma di un finanziamento pubblico che il docente, in quanto dipendente dello Stato, riceve perché sia speso nei termini di legge e adeguatamente rendicontato.

Come spendere, dunque, quei 500 euro? La legge, al comma 121 dell’unico articolo, dice testualmente che la somma può essere impiegata:

  • per l’acquisto di libri e di testi, anche in formato digitale, di pubblicazioni e di riviste comunque utili all’aggiornamento professionale;
  • per l’acquisto di hardware e software;
  • per l’iscrizione a:
    • corsi per attività di aggiornamento e di qualificazione delle competenze professionali, svolti da enti accreditati presso il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca;
    • a corsi di laurea, corsi di laurea magistrale, specialistica o a ciclo unico, inerenti al profilo professionale, ovvero a corsi post lauream o a master universitari inerenti al profilo professionale;
  • per rappresentazioni teatrali e cinematografiche;
  • per l’ingresso a musei, mostre ed eventi culturali e spettacoli dal vivo;
  • per iniziative coerenti con le attività individuate nell’ambito del piano triennale dell’offerta formativa delle scuole e del Piano nazionale di formazione di cui al comma 124.

Successivamente il MIUR ha fornito anche alcune linee guida (sottoforma di FAQ) più precise e dettagliate, per includere ed escludere elementi dall’elenco. Dunque:

  • sì all’acquisto di computer e tablet, no agli smartphone;
  • sì al cinema (qualunque film), no ai viaggi (qualunque viaggio);
  • sì ai corsi di formazione, anche on-line, no al canone per la linea ADSL o qualunque altro tipo di connessione a internet necessaria per parteciparvi;
  • sì all’acquisto di una LIM (con 500 euro?!?), che è sostanzialmente un videoproiettore più uno schermo più un sensore a infrarossi più una penna a led infrarossi, ma no all’acquisto di un più semplice (ed accessibile) videoproiettore, che insieme a una parete bianca e a qualche altro semplice ed economico accessorio può diventare una WiiLD, cioè…una LIM.

Il bonus, dice la legge, può anche essere utilizzato per “l’acquisto […] di software”. Siamo abbastanza certi che il legislatore intendesse “l’acquisto di licenze d’uso di software commerciali”. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, soprattutto negli estensori delle norme, che le licenze (EULA) che più o meno consapevolmente accettiamo quando installiamo un software proprietario non permettono all’utente di possedere nulla, ma solo di utilizzare i programmi secondo le modalità descritte nelle licenze stesse.

Le FAQ del MIUR specificano ulteriormente che nella categoria in questione vi rientrano tutti i programmi e le applicazioni (disponibili in formato elettronico, disponibili in cloud, scaricabili online o incorporati in supporti quali memorie esterne, CD, DVD, Blue Ray), destinati alle specifiche esigenze formative di un docente, come ad esempio programmi che permettono di consultare enciclopedie, vocabolari, repertori culturali o di progettare modelli matematici o di realizzare disegni tecnici, di videoscrittura, di editing e di calcolo (strumenti di office automation)”.

La cosa è un po’ strana: abbiamo chiarito che il bonus non è un mero aumento di stipendio, non sono soldi del docente, ma fondi che lo Stato investe sulla formazione dei docenti, tanto è vero che lo Stato, in primo luogo nel testo della legge e in secondo luogo nelle succitate direttive ministeriali, impone vincoli precisi, per quanto discutibili (per esempio: ci puoi pagare il cinema per vedere tutti i cinepanettoni del prossimo Natale, ma non un viaggio ad Agrigento per visitare la Valle dei Templi). Ma per quanto riguarda l’acquisto di sistemi informatici, la Pubblica Amministrazione è tenuta a spendere i soldi pubblici nel rispetto del ben noto – almeno per chi ci legge regolarmente – Codice per L’Amministrazione Digitale. Non dovrebbero valere anche per l’utilizzo del bonus da parte degli insegnanti? Non dovrebbero, nell’acquisto di licenze software, procedere all’analisi comparativa delle soluzioni, a norma dell’art.68 della legge suddetta? Ad esempio: spendere il bonus per l’acquisto di licenze di Microsoft Office è sempre lecito? Non bisognerebbe prima valutare se – a norma del comma 1, lettera c) dell’art.68 – esiste un “software libero o a codice sorgente aperto” che corrisponda alle “specifiche esigenze formative” del docente? Di quali caratteristiche di Microsoft Office non presenti in LibreOffice avrebbe bisogno il docente? Se la risposta è “nessuna” allora quella spesa, oltre ad essere ingiustificata, è anche evidentemente contraria alla legge.

Volendo generalizzare il discorso ai sistemi informatici in genere (quindi anche all’hardware), verrebbe da chiedere a quel nutrito gruppo di insegnanti che si sono catapultati negli Apple Store a comprare l’ultimo modello di iPad con i soldi del bonus, se non esistano dispositivi più economici in grado di assolvere ugualmente alle funzioni richieste o se l’acquisto risponda invece a ragioni diverse dalle necessità di “aggiornamento” e “formazione” dei docenti per cui la “Carta” è stata istituita. A meno che non si confonda l’essere “aggiornati” con l’essere semplicemente “alla moda”.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/03/25/la-scuola-al-tempo-del-bonus/

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