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Archivio per la categoria ‘tipstricks’

[GUIDA] Rimuovere i vecchi kernel da Ubuntu

19 giugno 2016

Kernel-linuxDustin Kirkland, di Canonical, ha reso noto un semplice metodo per rimuovere i vecchi kernel da Ubuntu Linux, andando a liberare un sacco di spazio sul disco.

Ubuntu va a salvare sulla partizione dove è stato installato anche i vecchi kernel, i quali non vengono rimossi ogni volta che si aggiorna ad una nuova versione. E’ pertanto probabile che dopo mesi (o anni) di utilizzo questo fatto vada a ridurre, e di molto, lo spazio libero sul vostro disco.

Se siete dei ‘beginner’ vi starete chiedendo chi occupa tutto il vostro prezioso spazio sul nuovissimo SSD appena acquistato, ora vediamo come risolvere il problema alla radice.

Per chi usasse la funzione “apt-get autoremove” vi ricordo che essa fa del suo meglio per rimuovere i pacchetti inutili ma con i kernel il risultato non è assicurato.

Rimuovere i vecchi kernel e liberare spazio

Esiste un tool, chiamato ‘purge-old-kernels‘, creato da Kirkland. E’ tutto cio’ che vi serve per rimuovere il noiosissimo messaggio che vi comunica l’assenza di spazio in /boot.

Tra l’altro, mantenere sul disco queste vecchie versioni dei kernel precedentemente utilizzati, potrebbe anche andare a creare conflitti e impedire l’installazione delle nuove versioni. Il software ‘purge-old-kernels’ è disponibile nel repository di Ubuntu 16.04 LTS (Xenial Xerus), precisamente nel byoubu package.

Per installarlo aprite il terminale e fate un copia incolla dei seguenti comandi:

  1. sudo apt install byobu
  2. sudo purge-old-kernels
Il primo vi permette di installare il byobu package poi andrete a eseguire il software coi privilegi d’amministratore per rimuovere i vecchi kernel. E’ importante eseguirlo come root.
Una volta lanciato il programma impiegherà un lasso temporale strettamente legato allo stato del pc nel momento dell’esecuzione. Se è tanto tempo che non formattate il sistema e avete provato diversi kernel l’attesa sarà certamente più lunga.
Purge-old-kernels è anche disponibile per le altre versioni di Ubuntu nella relativa pagina di GitHub.
purgeoldkernels

Lo sviluppatore si è mostrato lungimirante, il programma infatti non elimina tutte le versioni antecedenti al kernel che state utilizzando: mantiene sul disco le ultime due in ordine di tempo. Questo vi aiuta nel caso si presentino problemi di boot con la nuova versione del kernel in uso.

Purge-old-kernels è un software libero e rilasciato con la licenza GNU, è pertanto possibile ridistribuirlo o modificarlo per migliorarlo.

Se poi ora vi state chiedendo perchè sia necessario ricorrere a un software esterno quando in altre distribuzioni (come Linux Mint, ad esempio) la rimozione dei vecchi kernel viene gestita in modo molto più leggero e intuitivo dall’update Manager la risposta è semplice: chiedete a Canonical!

Matteo Gatti

P.S.: Su Ubuntu 14.04 bisogna installare “bikeshed” e poi dare “purge-old-kernels”.

Fonte: http://www.lffl.org/2016/06/guida-rimuovere-vecchi-kernel-ubuntu.html

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distribuzioni, linux, software, tipstricks

Le macro di Office: un male necessario?

3 giugno 2016

keyboard-932370_1280Alzi la mano chi usa abitualmente per lavoro o per diletto. Tra questi, alzi la mano chi ha usato almeno una volta una . Chi non sa rispondere a quest’ultima domanda, e magari non ha idea di cosa sia una , è probabile che non ne abbia mai vista una, e molto probabile che non ne abbia mai usate a sua insaputa.

In pillole: una macro è una porzione di codice che viene eseguita in corrispondenza di certe condizioni (per esempio la pressione di un pulsante) per fare qualcosa (generare un file di testo, o una pagina html, o fare dei calcoli e molto altro). Per maggiori informazioni potete chiedere, ad esempio, a Wikipedia: se optate per la pagina in italiano, constaterete che il concetto di “macro” diventa quasi subito coincidente con quello di “macro di Office”, e sembra tutto molto bello ed utile; nella pagina in inglese, invece, il tema è trattato in maniera molto più generale e più completa, e troviamo persino un capitolo a parte, intitolato Macro virus, dove viene detto testualmente che VBA, il linguaggio di programmazione delle macro di Office, è facilmente utilizzabile per creare dei virus informatici, a causa della sua possibilità di accedere alla maggior parte delle chiamate di sistema di Microsoft Windows, cosa che può avvenire alla semplice apertura di un documento (che è appunto una tipica chiamata di sistema). Ad esempio scaricando sul vostro computer un bel CryptoLocker.

Le macro, come qualsiasi strumento, non sono né buone né cattive. Sotto certe condizioni, però, possono rivelarsi uno strumento pericoloso. Il fatto che le macro di MS Office siano uno strumento molto pericoloso non è un’invenzione di quei quattro rosiconi che sostengono il software libero, e nemmeno degli autori inglesi di Wikipedia. Lo dichiara Microsoft in questo articolo, dove già nel dicembre 2014 veniva constatato un aumento del numero delle minacce informatiche veicolate attraverso macro inserite in file di MS Office allegati ad email e si raccomandava la massima attenzione. Lo stesso concetto viene ribadito da Microsoft in quest’altro articolo del 22 marzo scorso:

“Il malware basato sulle macro è in aumento e ci rendiamo conto che sia un’esperienza frustrante per tutti. Per aiutare a combattere questa minaccia stiamo rilasciando una nuova funzionalità di Office 2016 che blocca le macro in alcuni scenari ad alto rischio”.

A parte la stranezza del fatto che i virus legati a macro di MS Office siano in aumento da anni ma nella pagina italiana di Wikipedia dedicata alle macro, che parla esclusivamente di macro di MS Office, non compaia mai la parola “virus” o un suo qualche sinonimo, il concetto sembra chiaro: le macro di Office sono uno strumento pericoloso, talmente pericoloso che non basta aver disabilitato l’esecuzione automatica delle macro come impostazione predefinita (ebbene sì: per molto tempo l’installazione di MS Office prevedeva come impostazione predefinita che una macro contenuta in un qualsiasi documento venisse eseguita automaticamente alla sua apertura, a prescindere), ma è risultato necessario inserire in Office 2016 uno strumento che conferisca all’amministratore del sistema il potere di impedire – in parte o del tutto – ad un utente di eseguire macro contenute in documenti di Office.

A dire il vero in molti ci avevano già pensato da soli.

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Se ancora qualcuno avesse dubbi sulla pericolosità delle macro di Office e sulle possibilità di intrusione che offrono, può dare un’occhiata qui per rendersi conto del grado di sofisticazione raggiunto dagli attacchi informatici a mezzo macro, soprattutto in relazione alla capacità di assumere le sembianze di documenti innocui e di sviluppare strumenti per eludere i controlli da parte degli esperti di sicurezza informatica.

La domanda finale da porsi è: davvero ci serve una macro in un documento di testo o in un foglio di calcolo? Esistono delle alternative, magari addirittura migliori, certamente più sicure, e sicuramente più libere, perché indipendenti dal programma e dal sistema operativo utilizzato?

A chi avesse risposto  alla prima domanda suggeriamo la lettura di questo articolo, e ricordiamo a tutti, compreso chi afferma che il formato OOXML è uno standard ISO, che un file OOXML contenente una macro sicuramente non è né standard, né sicuro.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/03/le-macro-office-un-male-necessario/

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LibreOffice, microsoft, multinazionali, openofficeorg, riflessioni, software, tipstricks

Saldare è semplice, ecco come fare!

24 maggio 2016

saldare-sempliceVuoi imparare a saldare?
Vuoi realizzare delle ottime saldature?
Vuoi insegnare ad altri come saldare?

Sono felice di annunciare che ho realizzato la traduzione in italiano di:

Soldering is Easy (Saldare è semplice)
(seguite il link per prelevare la versione in italiano)

un fumetto che insegnerà a chiunque le basi della saldatura.

Sette pagine che spiegano in dettaglio come fare una buona saldatura anche a chi non ha mai saldato!

Il lavoro originale in lingua inglese è stato curato da:

Pagina di riferimento: http://mightyohm.com/soldercomic

Il fumetto in inglese (ed altri argomenti molto interessanti) sarà incluso nel libro: How to Make Cool Things with Microcontrollers (For People Who Know Nothing) di prossima pubblicazione.
Il libro è stato realizzato da Mitch Altman e Jeff Keyzer edito da No Starch Press.

Il fumetto è rilasciato sotto licenza Creative Commons (Attribution-ShareAlike), quindi si è liberi di insegna con questo fumetto, tradurlo, usalo, diffonderlo, coloralo ed è fondamentalmente fare tutto ciò che vi pare!

Michele Maffucci

Fonte: http://www.maffucci.it/2011/12/28/saldare-e-semplice-ecco-come-fare/

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Whatsapp approda su (non tutti) i desktop

20 maggio 2016

whatsapp-1357489_1280Di Whatsapp si fa sempre un gran parlare: è normale, avendo superato il miliardo di utenti attivi mensili. Molto spesso si va a finire sul confronto con Telegram: anche questo è normale, soprattutto in Italia, terra di dualismi esasperati almeno dai tempi di Coppi e Bartali.

Da qualche tempo , che prima era venduta con canone annuale, viene distribuita con licenza gratuita, sebbene NON sia un software open source (per il semplice fatto che il suo codice sorgente è vietato toccarlo e anche solo leggerlo). , invece, fin dalla sua nascita nel 2013 è software libero distribuito con licenza GNU/GPL: il suo codice si può leggere, toccare, copiare, modificare, ridistribuire allo stesso modo.

Sebbene la gratuità di Whatsapp sia stata vista da molti sostenitori del software libero come una sventura che avrebbe ucciso Telegram, credo che in realtà sia stato un vantaggio. Infatti prima molte discussioni naufragavano nell’assunto per cui Whatsapp, essendo a pagamento, era “sicuramente” migliore, più “professionale” e sicura. È incredibile considerare il modello di business di un software come un elemento tecnico che la renda automaticamente migliore o peggiore, ma tant’è. Oggi finalmente possiamo confrontare le funzioni e le prestazioni di Whatsapp e Telegram a parità di prezzo, e questo è generalmente un vantaggio per Telegram: infatti oggi le discussioni vengono ben presto spostate dai sostenitori di Whatsapp sul versante della sicurezza per farle naufragare nell’assunto per cui, siccome il software lato server è proprietario per entrambi, dal punto di vista della sicurezza sono “almeno” pari. Un gran passo avanti, no?

All’inizio dell’anno sul suo blog ufficiale Whatsapp aveva annunciato la versione web del suo client, con cui “per la prima volta, milioni di voi avranno la possibilità di usare WhatsApp sul proprio browser”. Gli utenti Telegram già ce l’avevano da due anni, ma pazienza, l’importante è arrivarci. Resta comunque un interrogativo: l’utente Whatsapp troverà normale che se Whatsapp non è attivo sul suo smartphone, perché magari è spento o non c’è campo, Whatsapp web non funziona? L’utente Telegram no, perché la sua versione web funziona a prescindere, e tutte le sue conversazioni sono sincronizzate alla prima occasione.

Qualche giorno fa il blog ufficiale di Whatsapp ha annunciato il rilascio della versione per computer della sua applicazione di messaggistica, “un nuovo (!) modo per rimanere in contatto sempre e ovunque – sul telefono o sul computer, a casa o al lavoro”. Nuovo per i suoi utenti, naturalmente, perché quelli di Telegram hanno la loro versione desktop da almeno un paio d’anni, stando alle statistiche di Github.

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Siamo subito andati sulla pagina dei download per scaricare la versione del programma per il nostro sistema operativo, ma non l’abbiamo trovata, perché… non c’è. Esistono versioni per Mac OS X (10.9 e successive) e per Microsoft Windows (8 e successive, sia 32 che 64 bit), ma non per sistemi operativi GNU/Linux. Evidentemente c’è una parte di quel miliardo di utenti che viene considerata non sufficientemente numerosa da meritare eventuali sforzi di sviluppo dell’applicazione per il loro sistema operativo. E non c’è niente da fare: trattandosi di software proprietario, nessuno tranne i proprietari potranno mettere mano al codice per averne una.

Fortunatamente la parte dei 100 milioni di utenti Telegram che usa sistemi operativi Linux sui propri PC è invece considerata degna di avere una versione desktop del programma. La versione desktop di Telegram, che è anch’essa software libero rilasciato con licenza GPL v.3, esiste infatti più o meno da quando esiste Telegram stesso, ed esiste per Windows (anche in versione portable, che non richiede installazione ma può essere usata così com’è), per Mac OS (non è specificata la versione e non posso verificare se funziona a prescindere) e per Linux sia nella versione 32 bit che 64 bit.

Dunque, tra le molte ragioni per amare Telegram, ne abbiamo una in più: il rispetto e la considerazione per l’utente, chiunque esso sia.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/05/20/whatsapp-approda-non-tutti-desktop/

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Per imparare a suonare il violino serve uno Stradivari?

13 maggio 2016

music-1283851_1920La storia

L’anno scorso ho cercato di dare il mio contributo a questo progetto di realizzazione di un’aula informatica libera. Se qualcuno pensasse che il mio impegno non sia stato del tutto disinteressato, trattandosi della media dei miei figli (uno è già in prima), avrebbe senz’altro ragione: avevo tutto l’interesse affinché la dei miei figli avesse un’aula computer quantomeno funzionante, e funzionante con , e mi sono impegnato ben volentieri per agevolare questo processo. Alzi la mano chi non vuole il meglio per i propri figli.

Durante la fase di installazione di programmi aggiuntivi, oltre quelli presenti di default nella distribuzione Linux prescelta e quelli aggiunti di nostra iniziativa, ci è stato espressamente richiesto di installare anche DraftSight.

Il rivale povero di AutoCAD

Si tratta di un programma di disegno CAD bidimensionale, creato e distribuito da Dassault Systèmes, multinazionale francese nota per Catia, SolidWorks e altri prestigiosi software per la progettazione e la produzione industriale. È distribuito con costi di licenza molto accessibili per utilizzi professionali e con licenza d’uso gratuita per studenti e per utilizzo personale, pur rimanendo comunque a tutti gli effetti un software proprietario. L’interfaccia utente, la serie di strumenti e un workflow molto simili al costoso rivale AutoCAD, ma soprattutto la sua compatibilità in lettura e scrittura con il formato AutoCAD dwg, che sta al disegno tecnico come il formato .doc sta alla produzione documentale, ne fanno un software molto in voga negli ambienti che necessitano di strumenti di questo tipo.

Si è già discusso altrove delle possibilità – peraltro assai scarse, al momento – di utilizzo di strumenti liberi nel disegno 2D e 3D a livello professionale. Ma la domanda che ci siamo posti subito è: davvero una scuola ha bisogno di DraftSight? Ce lo siamo chiesto e lo abbiamo chiesto ai nostri interlocutori, presentando i programmi liberi (QCAD e LibreCAD) alternativi ad esso. La risposta che ci hanno dato è stata più o meno: “sì, serve perché è molto simile a quello che i ragazzi si troveranno ad usare una volta entrati nel mondo del lavoro, quindi devono imparare ad usarlo”.

Invece no.

Ragioniamo: a cosa serve un CAD 2D a scuola? Essenzialmente, nelle ore di tecnologia, a familiarizzare con alcuni concetti base, come il disegno di enti geometrici su un piano cartesiano, la conoscenza di strumenti di disegno di primitive come punti, linee, poligoni, cerchi e curve, e l’utilizzo di strumenti tipici del CAD bidimensionale, come l’aggancio a punti notevoli (estremi o punto medio di un segmento, centro di una circonferenza o di un arco…), la possibilità di disegnare linee parallele o perpendicolari, gli strumenti di spostamento e di copia di oggetti, di taglio e di estensione delle linee, eccetera. Un ragazzo che per la prima volta entra in questo mondo deve prima di tutto acquisire questo paradigma, che è un po’ diverso dal classico disegno tecnico su carta, lasciando al software il cruccio di mostrare il punto medio di un segmento anziché doverlo determinare con squadra e compasso, e liberando quindi la mente per la parte creativa del disegno tecnico. Ora tutto questo, a questo livello, è indipendente dal software utilizzato. Il fatto che AutoCAD (o il suo “rivale povero” DraftSight) gestisca lo snap in modo un po’ diverso (molto meno di quello che si crede) o che le icone dei vari strumenti di disegno e di editing siano disposte in modo diverso e accessibili attraverso un flusso di lavoro diverso è assolutamente irrilevante. Chi si avvicina per la prima volta a un software non ha nessuna idea del fatto che ne esista un altro che fa le cose in modo diverso da questo. La possibilità che un ragazzo possa accedere liberamente e senza costi di licenza ad un qualunque programma con cui possa tirare linee per qualche ora o disegnare la pianta quotata della sua cameretta, magari cominciando il lavoro a scuola e finendolo a casa, dove potrebbe utilizzare lo stesso software, salvando i suoi file in un formato (DXF) ragionevolmente (se non completamente) aperto, è di gran lunga prioritaria rispetto al problema di replicare un ipotetico ambiente di lavoro, che è un falso problema sia perché non tutti da grandi faranno progettazione, men che meno su un CAD bidimensionale, sia perché gli strumenti che troveranno tra cinque o dieci anni non avranno probabilmente molto in comune con quelli attuali (pensate solo a com’era AutoCAD due o tre lustri fa), per cui ha veramente ben poco senso preoccuparsene.

Per imparare a guidare non serve un’ammiraglia, serve un’utilitaria dove capire come si comportano l’acceleratore e il freno, e come si cambiano le marce; per imparare a suonare il violino non serve uno Stradivari, serve un violino da studio dove esercitarsi con la tecnica; per imparare a usare un CAD non serve un CAD professionale, ma serve un CAD che funziona per capire come funziona. E magari – quello sì – serve un insegnante che lo conosca.

LibreCAD a scuola va benissimo: è semplice, leggero, libero e gratuito, ha tutto quello che serve per un utilizzo di base quale è quello scolastico e permette di imparare come funziona lui e come funzionano i programmi più complessi ed evoluti.

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Epilogo

Com’è finita la storia?

Basti sapere che:

  • la maggior parte dei computer di quell’aula è costituita da vecchie macchine a 32 bit;
  • per ragioni di uniformità si era già deciso di installare una identica versione (a 32 bit) del sistema operativo su tutti i PC dell’aula, compresi i pochi recenti a 64 bit;
  • Per ragioni che ignoriamo, una versione di DraftSight a 32 bit esiste solo per Microsoft Windows: per MacOS e Linux esistono solo binari precompilati a 64 bit.

E vissero tutti ugualmente felici e contenti.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/05/13/per-imparare-a-suonare-violino-serve-stradivari/

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Storia di una disavventura con software proprietario

4 maggio 2016

In lista soci LibreItalia un “signor Mario Rossi” ci racconta la sua disavventura con il software proprietario Inventor. L’abbiamo voluta riportare perché la morale insegna qualcosa sulla differenza tra sofware libero e proprietario. Leggete e lasciateci un parere nei commenti anche voi.

Al lavoro uso Autodesk Inventor. Ai clienti Subscription Autodesk offre la possibilità di aggiornare il software ad ogni rilascio, uno all’anno. Significa che ogni anno devi scaricare (no, niente più DVD o chiavetta, solo a richiesta) una dozzina di GB, che diventano una trentina una volta scompattati, e fare una nuova installazione (una trentina di GB se installi tutto), esportando dalla vecchia release  le tue personalizzazioni e reimportandole nella nuova.
Ovviamente anche il formato dei file è legato alla versione: significa che nel momento esatto in cui crei (o salvi) un file .ipt con una data versione del software, non potrai aprirlo (!) con una versione precedente. D’altronde non fa così anche MS con Office? È tutto normale per chi ha visto sempre e solo quello, ma chi conosce apt-get upgrade non riesce a concepirlo.

Io non riesco a concepirlo, per questo non avevo più aggiornato Inventor dalla versione 2011. Non voglio questo tipo di rogne: finché funziona, non si tocca.

Un bel giorno ho problemi con un dei miei due HD (non quello principale), per cui decido di cambiarli entrambi e di passare a SSD. Ho clonato il disco vecchio nel nuovo (con Acronis), ma al riavvio Inventor 2011 rifiuta di avviarsi: bisogna registrare di nuovo la licenza (evidentemente è legata all’HD), ma la registrazione non funge. L’assistenza mi informa che la subscription “copre” fino a tre versioni precedenti a quella corrente, che è la 2016. Quindi il mio Inventor 2011 non si avvierà mai più.

Con molto e non celato (nemmeno a quelli dell’assistenza) rammarico scarico e installo Inventor 2016. Ovviamente non ho esportato le personalizzazioni dalla vecchia (non per colpa mia, ma questo è irrilevante), per importarle nella nuova c’è una procedura che ad oggi non ho ben capito. A volte va, a volte no, ma questo è veramente un problema mio.

Anche a casa ho installato Inventor 2011 (la licenza lo permette). Per quanto detto sopra, sono consapevole che non potrò più aprire a casa un file creato in ufficio. Quindi decido di installare Inventor 2016 anche a casa. I molti tentativi fatti naufragano davanti alla mancanza di spazio nell’HD. Neanche il tentativo di avviare l’installazione da un HD esterno funziona: l’installer di
Autodesk vuole che i file di installazione risiedano sul disco C., dove purtroppo io ho appena lo spazio per l’installazione, non posso copiarci pure la trentina di GB dell’installer.

Visto che i miei due HD casalinghi da 500GB hanno 6 anni, decido di approfittare e acquisto due SSHD da 1TB. Come ho già raccontato a qualcuno, la clonazione dei due HD con Clonezilla risulta assolutamente facile e priva di problemi. Clono, sostituisco, avvio, e sia Windows 7 che sta sul primo hd) che Ubuntu (che sta sul secondo) partono senza nessun problema.
Una cosa mi appare “strana”: mi sarei aspettato di dover fare qualche cambiamento di impostazione a mano, magari da una live, perché sia grub che Ubuntu stesso gestisce gli HD utilizzando i loro UUID, anziché i nomi dei dispositivi. Invece, dopo qualche giro su Google, capisco che Clonezilla clona tutto, ma proprio tutto, UUID compresi: quindi i nuovi HD hanno gli stessi UUID dei vecchi. Meglio così.

Stamattina avevo tempo da dedicare alla sistemazione di Inventor, che era rimasta in sospeso. Ho un HD nuovo, ergo mi aspetto che Inventor 2011 non si avvii più e devo quindi installare la versione 2016. Dopo la clonazione ho ben pensato di ampliare la partizione di C, quindi adesso ho spazio da vendere.

Ma?
Ma quanto descritto al paragrafo precedente mi fa sorgere un sospetto, un terribile, atroce presentimento che deve essere subito verificato. Lancio Inventor 2011 e… si avvia perfettamente!

Da questa esperienza ho imparato che:
1.a. Autodesk lega la licenza all’UUID del disco;
1.b. Se clono l’UUID del vecchio hd sul nuovo, è probabile che Inventor 2011 si riavvii anche in ufficio (probabilmente il nuovo no, ma posso richiedere una nuova licenza);
2.a. Clonezilla clona l’UUID del disco, Acronis no;
2.b. Clonezilla funziona meglio di Acronis;
3. Se avessi usato Clonezilla anche in ufficio, anche lì Inventor 2011 si sarebbe riavviato senza lamentele e non avrei avuto nessuno (NESSUNO!) dei problemi che, a cascata, mi hanno portato fino all’aggiornamento – forzato – di Inventor in ufficio;
4. Nessuno dei software proprietari nominati in questa mail dimostra di comportarsi come l’utente si attende che si comporti; tutti i software proprietari suddetti si sono comportati nel modo (controintuitivo) “consumistico” deciso dal produttore;
5. Tutti i software liberi nominati in questa mail dimostrano un comportamento conforme alle attese dell’utente, anche inconsapevolmente (non sapevo che Clonezilla “risolve” da solo la preoccupazione degli UUID).

Altre conclusioni le lasciamo ai pazienti lettori arrivati fino a qui

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.libreitalia.it/storia-di-una-disavventura-con-software-proprietario/

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Elogio della lentezza (all’avvio)

29 aprile 2016

strawberry-799809_1920«Ringraziamo la tua lentezza, lumaca, perché se fossi stata veloce come il coniglio o avessi strisciato svelta come la serpe non ci avresti avvisato. Hai un nome?»
«Mi chiamo Ribelle, è il nome che mi ha dato Memoria».

(L. Sepùlveda, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, 2013)

Scena 1

Poco dopo l’uscita di un amico mi mostrò il suo notebook nuovo fiammante per farmi dare un’occhiata al nuovo sistema operativo di Microsoft. Conosceva il mio amore per la tecnologia, la mia obiettività di giudizio (cerco di argomentare ogni mia opinione) ma anche la mia passione per il software libero, sistemi operativi GNU/Linux inclusi. Tralasciando i discorsi sull’interfaccia utente (la giudicai una cosa assurda all’epoca, la storia mi dette ragione e ciò basti), il mio amico si premurò di farmi notare quanto fosse veloce all’avvio e allo spegnimento. Sullo spegnimento ebbi subito modo di metterlo in guardia: il monitor si spegneva all’istante, ma il disco continuava a girare per qualche secondo, più che sufficiente, per un utente sprovveduto qual è l’utente medio, per romperlo spostando il computer, magari per metterlo via, con la cautela riservata alle macchine spente, anziché a quelle accese. Quindi il tempo (vero) di spegnimento risultava, alla fine, comparabile con quello di versioni precedenti e di altri sistemi operativi. Sull’avvio, invece, non ebbi da eccepire: effettivamente risultava assai rapido.

Scena 2

Insieme ad altri amici stiamo installando Ubuntu su un notebook. L’intenzione è quella di mantenere l’installazione di Windows 8 esistente e di creare una macchina dual-boot: significa che all’avvio verrà mostrato l’elenco dei sistemi operativi installati, tra i quali scegliere quello che si vuole avviare. L’abbiamo fatto tante volte – e l’installazione in dual-boot dal DVD di installazione di Ubuntu è facilissima – ma stavolta è diverso: il disco non vuole essere partizionato durante l’installazione, l’installazione di Ubuntu su partizione creata da Windows va a buon fine ma Windows non si avvia. Problemi, insomma, di cui non si capiva la natura.

Avvio rapido

Cos’hanno in comune queste due storie? La funzione “avvio rapido” (in inglese “Fast Startup”) di Windows 8 e successivi. La funzione è attiva di default. Quindi quando si spegne il computer in realtà si attiva una procedura molto simile a un’ibernazione del sistema: spiegato grossolanamente, anziché spegnere il computer, il sistema salva in un file su disco un’immagine del kernel e dei driver caricati in quel momento, per cui la successiva accensione non è un boot vero e proprio: il sistema semplicemente rilegge il file salvato in precedenza anziché ripartire da zero, abbreviando sensibilmente i tempi.

Sembra magnifico. Invece no. Non sempre, almeno, per diverse ragioni, che sono ormai abbastanza note e ben riassunte in questo articolo. Sorvolando su quelle riguardanti la compatibilità con periferiche hardware o con gli aggiornamenti (di Windows o di applicazioni) che richiedono un riavvio, pur non secondarie, quelle che in questa sede ci preme sottolineare sono due:

  1. Se l’avvio rapido è attivo, il sistema operativo mantiene il controllo sull’hard disk. Questa è la ragione dei problemi descritti nella seconda storia. L’hard disk resta in uno stato simile a quando è in uso, per cui qualsiasi intervento sulle partizioni (operazione di prassi nel caso di installazione di un secondo sistema operativo) provoca una corruzione del filesystem e quindi la conseguente impossibiltà di riavviare Windows. Un bel problema, insomma, impossibile da evitare (se non disabilitando la funzione di avvio rapido) perché il sistema operativo che si sta installando non ha modo di sapere che il primo non è stato arrestato in modo corretto.
  2. L’utente è l’ultimo a sapere le cose. Infatti la funzione è abilitata di default, all’insaputa dell’utente medio, che in genere ne ignora completamente l’esistenza. L’utente “crede” di spegnere (shutdown) il computer come ha sempre fatto finora, invece il sistema non si spegne affatto, ma si iberna per un più rapido riavvio.

Paradossalmente, il comando di riavvio provoca invece uno spegnimento effettivo (e quindi un reboot) del sistema, mentre il comando di spegnimento no. A pensarci bene, Windows ci ha abituato ai paradossi, dato che fino alla versione XP il comando di spegnimento era nel menu “Start”, e in Windows 8 era addirittura nascosto tra le impostazioni (Settings), ma da utente preferirei un sistema che faccia esattamente quello che gli dico, e non qualcosa di diverso, seppur per il mio bene. Magari lentamente…

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/04/29/elogio-lentezza-avvio/

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