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Archivio per la categoria ‘riflessioni’

Pensavo fosse amore, invece era una shell

1 settembre 2016

Uno dice: “viviamo insieme” quando vuol dire che le cose non vanno.
Infatti poi, quando peggiorano, dice: “perché non ci sposiamo?”
(M. Troisi, Pensavo fosse amore invece era un calesse, 1991)

Microsoft ama . Almeno così dice, da qualche anno a questa parte, cioè da quando Satya Nadella ha preso il posto di Steve Ballmer al timone dell’azieda. Alle dichiarazioni d’amore hanno fatto seguito anche alcune manifestazioni d’affetto: a primavera Windows apriva timidamente casa al “pinguino” al grido (esagerato nei toni e nella sostanza) di “Ubuntu su Windows”; questa estate gli ha regalato una shell. Anzi, una PowerShell.

Per i nostri lettori non necessariamente esperti, con la nostra solita brutale semplificazione diciamo che una shell (dovremmo chiamarla “shell testuale”) è genericamente un’interfaccia tra uomo e computer, caratterizzata dal fatto che l’uomo impartisce i comandi al computer scrivendoli con la tastiera. Quelli con i capelli bianchi, che hanno conosciuto MS-DOS, lo sanno bene, dato che la shell (testuale), che lì si chiamava command.com, era l’unica interfaccia possibile, dato che il mouse non era stato ancora inventato.

è dunque una shell che permette di inviare comandi a Linux (che in realtà ne ha già molte di sue: si chiamano bash, sh, zsh…), e quindi di eseguire anche script (cioè serie di comandi contenute in file di testo) originariamente scritti per essere eseguiti su sistemi Windows.

Molti hanno salutato con favore questa notizia, altri meno. Tra questi ultimi Andrea Colangelo, sviluppatore, sostenitore del Software Libero, Ubuntu Developer e Debian Developer, in un recente tweet ha definito PowerShell “inutile”. Per questo, e per la sua competenza in materia, gli abbiamo fatto qualche domanda.

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Prima di tutto, raccontaci un po’ chi sei e cosa fai.

Sono un Ingegnere del Software e un programmatore, fiero sostenitore del Software Libero e del suo utilizzo e, quando ho un po’ di tempo collaboro allo sviluppo di importanti progetti software liberi come Ubuntu e Debian, di cui sono membro ufficiale. Nel mondo reale lavoro come CTO presso Openforce, un’azienda che fornisce soluzioni basate su software libero per diverse PMI. Nel resto del tempo libero mi diverto ad ascoltare musica jazz, cucinare cose su cui applico personalmente una rigorosa Quality Assurance e guardare partite di rugby.

Perché dici che PowerShell su Linux è inutile?

Ma ti pare che il Sistema Operativo famoso perché si fa tutto da terminale ha bisogno del terminale del Sistema Operativo dove si fa tutto col mouse? Scherzi a parte, su Linux oggi l’utente domestico non ha pressoché mai bisogno di usare una shell, ed uno sviluppatore abituato alla estrema potenza e flessibilità di una shell come Bash (e simili, tipo Dash, Zsh, e così via) certo non si sogna nemmeno di passare ad un tool come PowerShell. Credo che l’unico senso di PowerShell per Linux (e anche per MacOS) possa essere quello di riciclare script già realizzati per Windows senza troppo sbattimento, e poco più.

Se è inutile, secondo te perché l’hanno portato su Linux?

Servirebbe molto spazio per rispondere approfonditamente a questa domanda. Cercando di stringere al minimo, credo che la risposta vada cercata nella strategia complessiva che Microsoft sta ridisegnando da quando Nadella è al timone di Redmond. Ti dico come la vedo io: nel settore mobile Windows Mobile ha un grande futuro alle sue spalle, e il settore desktop sta perdendo di importanza (anche se meno velocemente di quanto si pensi). Ma il settore del cloud computing, segnatamente dei servizi IaaS, è una prateria dove tutti i grandi player stanno trovando ampissimi spazi di profittabilità: Amazon prima di tutti, ma anche Google, HP, IBM, per citarne alcuni, e ovviamente anche Microsoft. Qui Microsoft è sostanzialmente l’unica tra queste aziende a trovarsi in una posizione di bizzarra ambiguità: da un lato affitta server su cui installa il proprio sistema operativo, dall’altro affitta server su cui installa il principale sistema operativo concorrente (nelle sue varie incarnazioni). Quello che mi pare Nadella stia cercando di fare è integrare, oserei dire “assorbire” Linux all’interno della sua piattaforma, in modo da ottenere il duplice scopo di favorire il travaso di utenti Linux verso Windows, portando su Linux software storicamente disponibili solo su Microsoft (come ad esempio SQL Server, la piattaforma .NET ed estensioni di Visual Studio per sviluppare software per Linux), e al contempo fornire comunque un supporto di qualità per chi ha bisogno di un server Linux. Non è un caso infatti, che l’annuncio della disponibilità di PowerShell sia arrivato dal blog di Azure, e non è un caso che questa strategia si stia limitando solo all’ambito di stretto interesse per sistemisti e programmatori. Perché sul desktop la storia è ben altra.

A cosa ti riferisci?

Beh, quando si parla di desktop lo scontro mi pare che sia su un livello ben diverso. Microsoft amerà anche Linux, ma negli ultimi tempi gli sforzi per ostacolarne la diffusione in ambito desktop si sono fatti sempre più feroci, in qualche caso arrivando perfino a delle punte di vere concorrenza sleale. Butto lì un po’ di argomenti caldi, in ordine sparso: Windows 10 che ha fatto brutti scherzetti in giro, il dente ancora avvelenato per lo switch di Monaco a Linux e relativo FUD generosamente sparso, alla discutibilissima vicenda del Secure Boot, al modo brutale con cui Windows brasa l’MBR occupato da altri bootloader durante le procedure di installazione, aggiornamento e non solo.

Raccontami qualcosa sul Secure Boot, di cui parli già in questo video del 2012: cosa c’entra Microsoft e perché dici che ha ostacolato la diffusione di Linux su desktop?

La storia del Secure Boot è una mia vecchia passione, sia per ragioni tecniche che pratiche e “politiche”, per così dire. Il Secure Boot nasce per un nobile scopo, ovvero proteggere l’avvio del computer da una vulnerabilità che è particolarmente pericolose ma anche estremamente difficile da sfruttare. Tanto difficile che probabilmente nessuna macchina ne è stata mai colpita, ma tant’è, bene che si sia voluto mettere una pezza. Il problema sono le modalità con le quali questa specifica è stata implementata, e tutta la serie di decisioni (e sopratutto di non-decisioni) che sono state prese in fase di definizione delle specifiche tecniche.

Il video che hai citato è ormai un po’ obsoleto, ma è ancora interessante da un punto di vista storico e per capire a fondo i retroscena della questione. Microsoft è stata estremamente abile nello sfruttare a proprio vantaggio i loophole che le specifiche tecniche UEFI hanno lasciato aperti. Non voglio arrivare a dire che abbia inteso usare UEFI come un grimaldello per scardinare definitivamente quel minimo di resistenza che incontra nel settore desktop, ma sicuramente il Secure Boot è stato, almeno per qualche tempo, un potenziale ostacolo alla diffusione di sistemi operativi diversi da Windows. La buona notizia è che oggi pressoché qualsiasi distribuzione Linux funziona senza problema anche con UEFI (e Secure Boot attivo).

Dall’altro canto, è ironico (eufemismo) che proprio Microsoft abbia reso Secure Boot ragionevolmente inutile almeno su alcune piattaforme e in alcune condizioni, come mostrano le recenti notizie al riguardo.

Dunque PowerShell, a detta di Andrea Colangelo, è un regalo inutile che Microsoft ha fatto a Linux. Ma d’altronde è il pensiero che conta, no?!

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/01/pensavo-fosse-amore-invece-era-una-shell/

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Per l’anniversario Windows 10 fa la festa. Al disco

19 agosto 2016

Era un mondo adulto,
si sbagliava da professionisti.

(P. Conte, Boogie, 1981)

2846278814_ca48b322bf_oChe ci piaccia o no, Windows 10 si è ormai piazzato in molti computer e smartphone. Salvo espressa richiesta di acquirenti consapevoli ed informati, d’ora in poi lo troveremo già installato praticamente in tutti i nuovi computer che andremo ad acquistare, come se non esistesse alternativa. Alternativa che invece esiste eccome, e quasi sempre, a meno di poche eccezioni, è esattamente quello che desideriamo avere, se solo ci venisse mostrata.

Ad un anno dall’uscita di presenta uno speciale aggiornamento denominato “Anniversary Update”. Questo aggiornamento contiene una nutrita serie di cambiamenti, più o meno importanti e più o meno utili, molti dei quali basati su opinioni e richieste degli utenti: si va da una nuova serie di emoticons utilizzabile sugli smartphone, fino all’eliminazione del limite di 260 caratteri per l’indicazione del percorso completo di un file sui filesystem NTFS (sì, nel 2016 su Windows c’era ancora il limite di 260 caratteri. No, non sono abbastanza. No, gli altri filesystem – ad esempio Ext4 usato di default sui sistemi Linux –  non hanno questo limite).

Il corposo aggiornamento – si tratta di circa 3 GB di dati, cioè più o meno come l’intero disco di installazione da zero – non si è rivelato purtroppo esente da problemi: si va dal semplice fallimento dell’installazione, declinato in forme diverse, fino alla scomparsa di intere partizioni. In altre parole, può capitare di avere il proprio sistema operativo perfettamente aggiornato ma di non trovare più i propri dati. Alcune fonti, forse non adeguatamente documentate, ponevano l’accento sul fatto che spesso a sparire erano proprio partizioni sulle quali utenti di sistemi multi-boot avevano installato sistemi operativi Linux, quasi a voler insinuare una qualche forma di dolo; analisi più dettagliate sembrano invece essere più tranquillizzanti: la scomparsa delle partizioni sembra non fare discriminazioni, cancellando  un po’ quello che capita.

Gli amanti del “pinguino” dovrebbero invece essere molto contenti di questo aggiornamento dell’anniversario. Infatti dentro a quei 3 GB di roba troviamo anche l’ormai noto Windows Subsystem for Linux, di cui abbiamo già parlato altrove, che permetterà agli utenti di Windows 10 di eseguire bash, la nota shell utilizzata sui sistemi Linux, in modo nativo. Qui troviamo una facile guida che insegna ad abilitare la nuova funzionalità: dopo aver ravanato un po’ tra le impostazioni di sistema e dopo un paio di immancabili riavvii (no, gli utenti di altri sistemi operativi non riavviano mai, solo quando si aggiorna il kernel) anche gli utenti di Windows potranno finalmente avere sul proprio monitor quella nera finestra con il prompt dei comandi e il cursore lampeggiante che tanto hanno deriso (considerandola erroneamente antiquata) sui monitor degli utenti di Unix prima e di Linux poi, che quella shell usano da un quarto di secolo. Anche gli utenti di Windows potranno finalmente digitare le oscure sequenze (non molte in realtà) di comandi testuali, mentre in realtà la maggior parte degli utenti Linux di oggi probabilmente non ha mai aperto una shell, essendo ormai il suo utilizzo assai limitato a pochi casi di effettiva necessità, oppure ad un utilizzo prettamente sistemistico o di sviluppo di software. Comunque l’utente di Windows 10 potrà finalmente avere in punta di mouse tutti i miglioramenti che l’anniversario porta con sé. Sempre che nel frattempo la festa dell’anniversario non l’abbiano fatta al suo disco.

(Foto di Johnny_boy_A, FlickrCC BY 2.0)

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/08/19/lanniversario-windows-10-la-festa-al-disco/

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Tranquilli, ci pensa Word

5 agosto 2016

Ma alla fine m’assetto papale
mi sbottono e mi leggo ‘o giornal
mi consiglio con don Raffae’
mi spiega che penso e bevimm’ò cafè.

(F. De André, M. Bubola, M. Pagani, Don Raffae’, 1990)

keyboardLe novità di in uscita a luglio sono state presentate in un post apparso il 26 (beh, tecnicamente siamo in tempo) sul blog ufficiale dedicato alla suite da ufficio di casa Microsoft. Tra queste troviamo alcune nuove funzioni per la gestione delle email in Outlook:

  • la funzione Focused Inbox, con cui se tu informi Outlook che alcuni tipi di email sono importanti, poi lui ti dirà che alcuni tipi di email sono importanti. “C’era già”, diranno i meglio informati. Infatti. Ma solo sulle versioni “mobile” iOS e Android (cioè praticamente per tutti tranne gli utenti di Microsoft Windows). Adesso è stata portata anche sulle versioni per Windows, per MacOS e sulla versione web, così almeno la gestione risulterà univoca e coerente sui diversi sistemi usati contemporaneamente. No, prima non lo era, evidentemente;
  • la funzione @mentions, con cui puoi complicare un po’ il testo della mail, aggiungendo il nome di qualcuno che vuoi aggiungere ai destinatari della mail. Tu nomini qualcuno, Outlook lo aggiunge ai destinatari. Ci sfugge il motivo per cui sarebbe più pratico che scrivere direttamente il suo indirizzo nel campo giusto della mail, ma è un problema nostro. “C’era già”, diranno i bene informati di prima. Infatti. Ma solo sulla versione web. Adesso l’avranno anche gli utenti Android, iOS. E pure gli utenti di Windows 10, che evidentemente sono sempre gli ultimi a sapere le cose.

Anche PowerPoint introduce una nuova funzione, denominata Zoom. Si tratta di una sorta di nuovo gestore delle transizioni che permetterà di passare da una slide all’altra in modo dinamico, fluido (hardware permettendo) e interattivo come se la platea stesse assistendo a un filmato. Tutto aiuta, anche se è noto che le transizioni non sono lo strumento più importante per rendere interessante una presentazione multimediale. I bene informati sanno che questa funzione non c’era già; e per ora sarà disponibile solo per i sottoscrittori del programma Office Insider, cioè i beta-tester volontari di Microsoft, che lo troveranno nella loro versione di Office 2016 per Windows. Tutti gli altri aspettino fino a nuovo post.

Le due novità più eclatanti, tuttavia, riguardano MS :

  • Researcher è uno strumento che permette di fare ricerche sul web utilizzando il motore di Bing senza uscire dall’applicazione, e di copiare e incollare automaticamente i risultati. Nessuno sbattimento né per la verifica della fondatezza dei contenuti, o del valore e dell’autorevolezza delle fonti: ci pensa Bing: l’ha detto Bing, dunque è vero. Zero preoccupazioni anche per la formattazione del testo e per la creazione della nota con il riferimento al link da cui è presa l’informazione inserita: ci pensa Word;
  • Editor (un nome originale: è come chiamare tuo figlio “bambino”) finisce, nelle intenzioni dei suoi inventori, il lavoro che Researcher ha iniziato, “vi assiste con i ritocchi finali”, recita l’articolo, suggerendo l’uso di parole più appropriate, correggendo la forma delle frasi “sulla base di funzioni di auto-apprendimento automatico e di elaborazione del linguaggio naturale, mescolate con input provenienti dal nostro team di linguisti”. Dunque intelligenza artificiale come se piovesse. In realtà l’ultima dimostrazione data da Microsoft in materia non pare abbia avuto grandissimo successo: Tay ha imparato soprattutto parolacce, per cui è il caso di consolarsi con Cortana che, se anche sbaglierà qualche risposta, almeno pare abbia imparato nuove barzellette.

Questi due nuovi strumenti, dunque, si occuperanno di cosa scrivere e come scriverlo. D’ora in poi ci pensa (letteralmente) Word. Qui dicono che “l’obiettivo [di Microsoft] è diventare leader dell’apprendimento e dell’e-learning” per farci “diventare scrittori migliori”.

Uno strumento che consiglia cosa e da dove copiare (le fonti più autorevoli, oppure gli inserzionisti più generosi?) per prendere un bel voto a scuola, un altro che cambia le parole consigliandoci come dobbiamo parlare, ad un tempo correttore ortografico, sintattico e semantico, lo stesso per tutti. Voialtri, che ancora credete che per scrivere di qualcosa bisogna studiare, documentarsi e conoscere; voialtri che ancora pensate che la lingua sia un arte da coltivare per tutta una vita; voialtri che sapete riconoscere l’autore di un pezzo dallo stile, dal lessico e dalle sue personalissime licenze grammaticali, rassegnatevi al progresso e andate a sentirvi l’ultima barzelletta di Cortana. Ammesso che ci sia ancora qualcosa da ridere.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/08/05/tranquilli-ci-pensa-word/

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Apartheid digitale a scuola

22 luglio 2016

board-1514165_1920La nostra vision sulla scuola è ormai nota da tempo: sogniamo una dove la tecnologia è un potente strumento al servizio della didattica, e quindi della conoscenza, utilizzato da docenti preparati e motivati e da studenti liberi e consapevoli delle possibilità e dei rischi connessi all’uso del . Preparazione, motivazione, libertà e consapevolezza fondate sull’utilizzo di software libero di qualità, perché qualsiasi alternativa finisce per mutilare uno di questi quattro pilastri. Sogniamo una intera generazione cresciuta a pane e software libero. E sappiamo che si può fare, perché sono molte le scuole in cui questo sogno è già realtà.

Per questo restiamo sempre assai contrariati (per usare un eufemismo) ogni volta che una scuola si muove in direzione ostinata e contraria.

Accade in un tranquillo pomeriggio d’estate come tanti, quando sul sito web di una scuola del centro Italia come tante compare l’avviso di una gara d’appalto come tante, nella fattispecie un progetto – cofinanziato tramite fondi strutturali europei nell’ambito del Programma Operativo Nazionale (PON) 2014-2020 – per l’ampliamento delle infrastrutture di rete dell’Istituto. Sembrerebbe davvero una come tante, se non fosse per le clausole contenute in uno degli allegati, precisamente nel capitolato tecnico.

A pagina 15 del documento, tra le caratteristiche tecniche minime degli apparati attivi, per ben due volte, in corrispondenza delle voci “Controller di rete” e “Firewall (Rack Mount)”, viene testualmente dichiarato che non sono accettate Appliance su mini/micro-computer e software Opensource installati come Pf-Sense e similari (pena esclusione).

Di fatto una fetta di mercato viene deliberatamente esclusa non sulla base delle caratteristiche tecniche dei prodotti, bensì sulla base delle caratteristiche della licenza d’uso. Non importa quanto buono possa essere un software, se la licenza d’uso non si paga non lo vogliono; e se è possibile accedere al codice sorgente, non lo vogliono. E se è l’ottimo pfsense, non lo vogliono.

In questa scuola come tante vogliono espressamente pagare la licenza d’uso di un software, non importa se peggiore di un software libero (il capitolato non dice nulla sulla qualità); in questa scuola come tante non vogliono vedere nemmeno una riga del suo codice sorgente; in questa scuola come tante non importa se esiste una legge che impone un’analisi comparativa di tipo tecnico ed economico (non una scelta a priori, dunque) tra diverse tipologie di soluzioni, tra cui anche software libero o a codice sorgente aperto.

Viene facile pensare che in questa scuola come tante, dove sanno benissimo cosa NON volere, forse hanno già scelto cosa volere.

Davvero a qualcuno piace una scuola così?

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/07/22/apartheid-digitale-scuola/

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Un volo tra le nuvole

8 luglio 2016

“Il Marketing è come il bikini: sembra che faccia vedere tutto,
ma nasconde le parti più importanti.”

Clouds

Sembra quasi di rivivere i tempi in cui Sony inventò, insieme al suo Walkman, il bisogno (indotto, giacché prima non lo si aveva, dall’abile Marketing Sony) di ascoltare musica per la strada. All’improvviso sembrò come se nessuno potesse più vivere senza quelle cuffie, perfino chi la musica, fino ad allora, l’ascoltava sì e no dallo stereo di casa. Il Cloud: ormai non si parla d’altro, almeno negli ambienti informatici. Considerato da molti (spesso sono gli stessi che la vendono, in verità) l’ultima frontiera, lo stato dell’arte della tecnologia, viene quasi da chiedersi come abbiamo potuto, fino ad ora, vivere senza.

Ma di che si tratta esattamente? Com’è usuale in questa rubrica, la facciamo semplice a costo di perdere qualcosa in precisione: tu hai un PC, ma i tuoi file e/o le tue applicazioni sono su un altro computer. In mezzo c’è Internet, che permette al tuo PC di accedere ai tuoi file e/o di eseguire le tue applicazioni “come se” fossero sul tuo PC. Dove siano esattamente non lo sappiamo: sotto un cavolo, in cielo, fra le nuvole, “in the clouds“, appunto.

La gran comodità di questa tecnologia è che puoi accedere ai tuoi dati e/o alle tue applicazioni – spesso attraverso un’interfaccia web, da un semplice browser – anche da un altro PC, o addirittura da un dispositivo diverso da un PC, come un tablet o uno smartphone. Ma si sa, le comodità hanno un prezzo da pagare:

  • l’assenza di una connessione Internet rende tutto molto più difficile, al limite impossibile. Se usate la posta elettronica solo in modalità webmail, attraverso il browser (la posta e il software per accedervi risiedono sul computer di un altro, quindi è un servizio “cloud”) sapete bene di cosa stiamo parlando;
  • siccome i tuoi file sono sul computer di un altro (il fornitore del servizio), devi compiere un atto di fede: devi fermamente credere che quell’altro non vada a ficcare il naso nei tuoi files, magari indicizzandone i contenuti e spifferandoli in giro al miglior offerente;
  • se si tratta di applicazioni, devi fermamente credere che il servizio funzioni sempre, o almeno funzioni quando ti serve. La cronaca recente mostra che si tratta sempre di fiducia ben riposta.

Qualche volta i servizi cloud mostrano dettagli e comportamenti a dir poco curiosi:

  • se usate Google Drive, il servizio di memorizzazione offerto dal colosso di Mountain View, certamente saprete che, oltre ad essere gratuito entro certi limiti di spazio, comprende anche la scansione per la ricerca di eventuali virus, dei files che state per scaricare sul vostro dispositivo locale. Peccato però che a quelli di Google interessino solo i file più piccoli di 25 MB! Se ad esempio state scaricando un archivio compresso da 30 MB zeppo di file infetti, verrete avvertiti che dovrete cavarvela da soli. Utente avvisato…

Google-Drive

  • Se usate Dropbox per tenere sincronizzati i vostri file su diversi dispositivi, e magari amate accedervi dalla comoda interfaccia web anziché utilizzare l’apposita applicazione, certamente avrete notato che Dropbox permette di visualizzare il contenuto di moltissimi tipi di file: immagini, video, ma anche file di testo, documenti, fogli di calcolo e presentazioni. Non solo: da qualche tempo il servizio comprende anche la possibilità di editare file avvalendosi dell’integrazione con Microsoft Office Online. Ufficialmente viene dichiarata la possibilità di editare i formati di Microsoft Office (.docx .xlsx .pptx), cosa peraltro alquanto ovvia; in realtà il software gestisce anche formati diversi, come i formati standard OpenDocument, ma questo non viene dichiarato, e la cosa è molto meno ovvia. Un dettaglio, certo. Tu chiamale, se vuoi…”distrazioni”.

Dropbox-768x304Per amor di cronaca segnaliamo anche di avere avuto qualche problema – non sappiamo se dovuto al browser o al codice di Dropbox – con il pulsante di apertura del file: dovrebbe presentare (sempre, crediamo, ma a volte non compariva) un menù a discesa da dove poter scegliere se aprire il nostro file .odt di prova con la nostra applicazione desktop predefinita (nella fattispecie LibreOffice) o con Microsoft Word Online di cui, se non altro per la sua insensata interfaccia utente, probabilmente continueremo a fare piacevolmente a meno.

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Abbiamo visto che i servizi offerti dalla “nuvola” possono essere strumenti utili in molte situazioni, ma non sono la Panacea descritta da molti uffici marketing: possono essere pieni di insidie, di rischiosi atti di fede da compiere e dettagli da non trascurare.

Utente avvisato…

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/07/08/un-volo-le-nuvole/

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Diario della migrazione: giorno 5, definire il formato per lo scambio dei documenti

30 giugno 2016

usb-key-1212110_1920Parlare di openness e libertà digitale in PA significa non solo parlare di programmi open source, ma focalizzare l’attenzione sul concetto di formato aperto standard, che consente di eliminare il lock-in da fornitore e da software. É il caso per esempio del formato , Open Document Format, uno aperto basato su una versione XML pubblicamente accessibile ed implementabile, conforme alla ISO/IEC 26300 e dal 2007 divenuto italiano con la sigla UNI CEI ISO/IEC 26300. Adottato anche dal Regno Unito come dei documenti per la Pubblica Amministrazione, garantisce interoperabilità e leggibilità nel tempo del prezioso patrimonio documentale di cui dispone la PA. Ed è per queste ragioni che la Difesa italiana lo ha adottato come suo per lo scambio di documenti.

Con la pubblicazione di una direttiva interna la Difesa non ha solo spiegato le ragioni dell’adozione di tale formato, ma ha contestualmente definito alcune regole per la corretta produzione dei documenti da scambiare oltre che per la scelta del tipo di carattere, visto che non tutte le font sono libere da diritti (tanto per fare un esempio una delle più utilizzate in quanto font di default in Office, Calibri, si può usare soltanto se si è in possesso di una licenza del prodotto).

Quali le ragioni dell’adozione di uno standard aperto?

Nell’ottica di efficientamento dell’azione amministrativa e di ricerca di economie di scala – si legge nella parte introduttiva – la Difesa si sta orientando all’adozione, in alcuni settori, di software aperto, non legato a licenze proprietarie che comportano il pagamento di canoni fissi…In un’ottica di lungo periodo, l’importanza dell’utilizzo di formati aperti assume particolare rilevanza anche a fronte del processo di dematerializzazione attualmente in atto”.

Come a dire, visto che la maggior parte dei documenti oggi nasce (e forse non morirà neppure) digitale, è necessario utilizzare formati di salvataggio che ne consentano l’accesso senza vincoli nel lungo periodo. E quando si parla di vincoli, ci si riferisce al fornitore del software tramite il quale il documento è prodotto e al software deputato alla produzione (libero o proprietario che sia).

Questo concetto del resto è ripreso da una delle definizioni più chiare di formato aperto, ovvero quella di Bruce Perens, che fissa sei requisiti fondamentali per l’individuazione di uno standard aperto: disponibilità, massimizzazione della possibilità di scelta dell’utente finale, nessuna royalty da versare per l’implementazione dello standard, nessuna discriminazione verso gli operatori impegnati ad implementare lo standard, estensibilità o scomponibilità in sottoinsiemi, assenza di pratiche predatorie. Requisiti fondamentali se pensiamo all’importanza che oggi rivestono i documenti digitali.

L’obiettivo della presente direttiva – si legge nel documento – è quello di assicurare l’indipendenza dalle piattaforme tecnologiche, l’interoperabilità tra sistemi informatici, la durata nel tempo dei dati in termini di accesso e di leggibilità”. Semplice, efficace e molto di buon senso. Forse troppo visto che altre Pubbliche Amministrazioni non prendono neppure in considerazione il problema, spesso confondendo uno standard de facto con uno standard de jure.

Cosa si fa nel giorno quinto di migrazione?

Si definiscono i formati di scambio dei documenti.

Così come riportato nella direttiva della Difesa occorre stabilire i formati di salvataggio dei documenti in ingresso e in uscita. Nel caso specifico, la direttiva stabilisce che “documenti che non necessitano di essere modificati dall’utente (es. delibere, determine, bandi, regolamenti), dove è necessario preservare anche l’aspetto grafico e l’impaginazione” sono salvati nel formato PDF/A, idoneo anche all’archiviazione a lungo termine; “documenti che l’utente deve poter compilare ovvero modificare, ad esempio facsimili di dichiarazioni o moduli di domanda” e “documenti salvati nei formati previsti dalla precedente direttiva (.rtf)” dovranno essere salvati tutti in ODF.

E i documenti che arrivano dall’esterno? In questo caso la direttiva dice che nel caso di “documenti salvati in formati diversi da quanto normato, si dovrà procedere con la loro conversione digitale/digitale, ai sensi di quanto previsto dall’art. 23-bis del CAD, per il successivo utilizzo ed eventuale protocollazione e conservazione, avendo cura, ove previsto dalle norme in vigore, di preservare l’originale informatico”.

Insomma una direttiva da archiviare su cose buone fatte in PA per poterla riusare e non solo ammirare.

schemalibredifesaSonia Montegiove

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/30/diario-della-migrazione-giorno-5-definire-formato-standard-aperto-lo-scambio-documenti/

 

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3 cose su Linux che l’utente Windows dovrebbe sapere

24 giugno 2016

linux-153455_1280La stragrande maggioranza di utilizzatori di personal computer ha avuto davanti sempre e solo sistemi operativi Microsoft (DOS prima, poi). L’utente medio è quindi generalmente portato a pensare che esista un unico modo di usare un computer e un unico modo di fare le cose, e che un computer possa fare tutto e solo quello che il proprio sistema fa e se non lo fa è perché non si può fare.

Davanti a una dimostrazione delle funzionalità di uno dei tanti sistemi (liberi) basati su , generalmente l’utente in questione resta sempre abbastanza spiazzato. I commenti più frequenti sono: “non lo sapevo!”, insieme a: “credevo che fosse difficile da usare!”, chiari sintomi di ignoranza (il primo) e pregiudizio o disinformazione (il secondo). Cercheremo dunque di predisporre qui una mini-terapia d’urto in tre pillole per affrontare la fase acuta della malattia. Per un trattamento più accurato si rimanda alla sterminata documentazione sull’argomento reperibile in rete, in libreria o presso i gruppi (LUG, User Group) locali sparsi per tutto lo stivale.

Distribuzione, non un semplice sistema operativo

Di solito compriamo un computer già pronto all’uso, “chiavi in mano”. Windows è quasi sempre preinstallato in fabbrica (tra l’altro con una licenza di tipo “OEM”, cioè legata all’hardware e quindi non trasferibile ad un altro computer nel caso si voglia cambiare macchina). Spesso chiediamo al venditore di installarci (più o meno legalmente a seconda dell’onestà delle parti) tutto quello che ci serve, per cui non sempre sappiamo esattamente cosa abbiamo comprato, quali strumenti facciano parte della dotazione di Windows e quali siano stati aggiunti successivamente. In realtà Windows, da solo, è dotato di pochissimi strumenti preinstallati, per cui appena aperta la scatola si potrà al massimo navigare in internet, ascoltare musica o vedere delle foto. Windows è quindi “solo” poco più che un sistema operativo. Tutte le applicazioni che vi servono devono essere installate successivamente, una per una, scaricando i file di installazione dai relativi siti o inserendo di volta in volta CD o DVD.

I sistemi basati su Linux, invece, sono ben più che semplici sistemi operativi. Essi sono disponibili sotto forma di distribuzioni, cioè raccolte di software comprendenti un’abbondante (e variabile a seconda di chi l’ha realizzata e degli scopi per cui è stata creata) selezione di applicativi per la produttività personale, la manipolazione di file multimediali (audio, video, foto), per l’intrattenimento, la didattica, lo sviluppo software, la gestione del sistema e quant’altro, da installare insieme al sistema operativo. Inoltre quello che eventualmente dovesse mancare può essere cercato, trovato, scaricato e installato da un’apposita applicazione, attingendo agli archivi (repository) propri della distribuzione, contenenti per lo più software libero, ma non solo. Il concetto “installa l’app dallo store” è ormai familiare agli utilizzatori di smartphone, ma in realtà nasce ben prima di questi, proprio nel mondo delle distribuzioni Linux. Per fare un esempio: l’installazione di Ubuntu (la distribuzione Linux forse più nota) comprende anche la suite LibreOffice per la produttività individuale, programmi per la navigazione web e la posta elettronica, e Ubuntu Software Center, lo “store” da cui poter scegliere tra migliaia di programmi da scaricare con un click. Significa ad esempio che un istante dopo l’installazione potete rimettere mano alla tesi di laurea che stavate scrivendo con LibreOffice (che è già installato), o configurare il vostro account di posta su Thunderbird (che è già installato) per riavere a disposizione tutte le vostre mail e magari aprire quel file PDF allegato con un visualizzatore (che è già installato).

Fatto non secondario, anche l’aggiornamento dei programmi è centralizzato e avviene esattamente come qualsiasi altro pacchetto del sistema operativo: la presenza di nuove versioni dei programmi viene periodicamente controllata e notificata (l’aggiornamento è sempre una scelta libera e consapevole dell’utente. Ci siamo capiti…), esattamente come (oggi) siamo abituati a fare con i nostri smartphone. Considerando che Debian (distribuzione da cui deriva Ubuntu ed altre decine di “sorelle”) e il suo sistema di gestione dei pacchetti nasce nel 1993, possiamo anche dire che nei sistemi operativi Linux praticamente è sempre stato così.

Un altro dettaglio a cui probabilmente nemmeno gli utenti Linux fanno più caso, ma se lo ricordano subito quando assistono ad un aggiornamento su Windows: durante l’aggiornamento di qualunque applicazione in uso – kernel compreso – non è mai (!) necessario chiudere nessuna applicazione, che continua a funzionare regolarmente; in alcuni casi viene suggerito – mai imposto – il riavvio dell’applicazione; solo nel caso del kernel viene suggerito il reboot, che è l’unico modo per caricare la nuova versione. Ancora per poco, forse.

Antivirus chi?

Il primo programma che si installa solitamente dopo Windows è un antivirus, per ovvi motivi. Ovvi per gli utenti di Windows, ma non per gli utenti di Linux: io lo sono da 16 anni (Mandrake Linux 7.1, la mia prima distribuzione, risale al 2000), e non ho mai installato un antivirus. I virus per Linux sono talmente pochi e talmente rari che gli antivirus sono considerati un inutile spreco di risorse. Quelli che esistono sono installati soprattutto su computer dove girano server di posta elettronica, e sono usati per proteggere i sistemi Windows da eventuali malware diffusi via e-mail.

Ciò non significa che Linux, i programmi per Linux o il software open source in genere siano esenti da vulnerabilità. Come detto altrove, “il software libero è libero, non perfetto: se no si chiamerebbe software perfetto”. Le vulnerabilità si trovano e si correggono esattamente come per il software proprietario (anzi, meglio, perché il codice sorgente è di pubblico dominio, sotto gli occhi di tutti e il processo avviene alla luce del sole, generalmente a velocità superiore che nel software proprietario). Ma i virus, quelli proprio non li ho mai visti, e anche in questo caso possiamo dire che nei sistemi operativi Linux praticamente è sempre stato così.

Live, ovvero il sistema sempre con te (altro che cloud)

Diciamolo subito: non è sempre stato così. In passato l’installazione di un sistema operativo Linux era complicata, più di quella non semplice dei sistemi Windows coevi. Gli utenti Windows non ne hanno contezza dato che, come già detto, generalmente se lo trovano già installato nel PC, mentre gli utenti Linux generalmente se lo installano da sé e sicuramente lo installavano da sé nel passato di cui stiamo parlando. Anche per questa ragione col tempo gli sviluppatori hanno cercato di semplificare il processo di installazione, tanto che oggi è tutto molto semplice e amichevole: basta avviare il computer con il CD (o DVD, a seconda delle dimensioni della distribuzione, che dipendono essenzialmente da quanto software preinstallato è stato messo dentro) e seguire la guida passo-passo. Come Windows, ma con alcune differenze che non sono dettagli da poco:

  • se state cercando di installare Ubuntu (per esempio. Vale per tutte le distribuzioni) in un computer dove è già installato Windows, Ubuntu se ne accorge e vi chiede gentilmente se volete davvero cancellare tutto o se invece volete installare Ubuntu accanto a Windows, decidendo poi all’avvio del PC di volta in volta quale sistema scegliere da una lista che vi comparirà sul monitor. In questo secondo caso pensa a tutto lui (oppure potete scegliere di farvi lasciare i comandi e guidare voi l’installazione, ammesso che sappiate cosa fare), ritagliandosi spazio nell’hard disk e sistemando per bene il sistema. Per inciso, non vale il viceversa: installare Windows su un pc con un sistema Linux equivale a concedere a Windows l’autorizzazione a cancellare tutto, formattare l’hard disk e occupare tutto lo spazio a disposizione. Windows si comporta come Ubuntu solo se trova altre versioni di Windows, ma non se trova altri sistemi operativi. Gentile, vi pare?
  • probabilmente quello che avete inserito nel lettore è un Live CD (o DVD). Quasi tutte le distribuzioni di Linux nell’ultimo decennio si presentano ormai sotto questa forma. Vuol dire che anziché installare il sistema sull’hard disk potete scegliere di avviarlo come se fosse già installato. Nulla verrà toccato nell’hard disk, ma dopo qualche istante avremo a disposizione un sistema pienamente funzionante, cosa utile per familiarizzare con l’interfaccia e per verificare che tutto l’hardware sia ben supportato e funzionante prima di procedere a un’installazione vera e propria. Unica differenza sarà nelle prestazioni, a causa della minor velocità di accesso ai dati da un supporto ottico (CD e DVD) rispetto a uno magnetico (hard disk), e nella impossibilità di salvare configurazioni e nuovi programmi eventualmente installati. Quest’ultimo problema si può risolvere usando una Live USB, ovvero una distribuzione avviabile da chiavetta USB anziché da CD o DVD. Stesso principio, con il vantaggio di poter riservare spazio (a proposito, utente Windows: lo sapevi che puoi creare partizioni su una chiavetta USB?) per file e configurazioni personali del sistema live. Senza contare il fatto che una chiavetta USB occupa meno spazio di un disco. Davvero hai bisogno del cloud quando il tuo programma puoi tenerlo in tasca e farlo girare su qualsiasi computer?

È altamente probabile, quindi, che un utente Linux giri sempre con una o più chiavette USB in tasca con una qualche distribuzione live installata sopra: per avere sempre un sistema “familiare” a disposizione, magari da infilare nel primo pc a disposizione, ma anche come strumento di disaster recovery, anche (soprattutto?) di sistemi Windows, magari  fuori uso e non avviabili per colpa di virus o malware. Infatti in questi casi si può avviare il pc con un sistema Linux Live (non può essere contagiato dagli eventuali virus, ricordate?) e mettere in salvo i dati copiandoli su un supporto esterno prima di procedere a formattazione e reinstallazione del sistema operativo. E dell’antivirus, e delle applicazioni, una ad una…

Adesso non potrete più dire che non lo sapevate!

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/24/3-cose-linux-lutente-windows-sapere/

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