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Domy: la domotica sicura e open

19 luglio 2016

homatron_team_piccolaNoi siamo qui per fornirvi i magici servizi della domotica”. Esordiva così un improbabile venditore interpretato da Diego Abatantuono nel film “Buona Giornata”, dove cercava di vendere prodotti ad altrettanto improbabili acquirenti.

La domotica, vocabolo composto da domus (casa) e robotica, raccoglie tutte quelle tecnologie che tendono a migliorare la qualità della vita quotidiana all’interno delle mura domestiche.

Certamente non è argomento nuovo: da diversi anni sono presenti sul mercato prodotti che permettono la telegestione degli impianti domestici, l’accensione o lo spegnimento di tutti gli apparati elettrici di una casa con un semplice telecomando o con uno smartphone.

Naturalmente anche la domotica è stata contagiata in questi ultimi anni dalla moda del Cloud, perché ormai (secondo il pensiero comune) se un servizio o un prodotto non si collega ad una nuvola digitale non è uno strumento moderno e avanzato. In pratica attraverso la domotica cloud è possibile controllare da remoto la propria abitazione, grazie ad un’app da installare sul cellulare e un server centrale che dialogherà con le tecnologie installate in casa.

Tuttavia esistono anche prodotti che non necessitano di collegarsi con un “cervellone elettronico centrale” e che ne fanno un vanto di questa loro soluzione. Uno di questi è Domy, un piccolo hub con un cuore realizzato da Homatron.

Gaetano di Stefano – Socio Fondatore

Gaetano di Stefano – Socio Fondatore

è un sistema di automazione domestica – ci spiega Gaetano Di Stefano uno dei soci fondatori  – che permette di controllare e utilizzare, anche a distanza, tutti i dispositivi elettrici normalmente presenti in un’abitazione. Abbiamo progettato delle periferiche wireless, scegliendo di realizzare esclusivamente dispositivi non già esistenti sul mercato e di integrare nel nostro sistema quelli già esistenti delle migliori tecnologie, in maniera da fornire agli utenti una varietà di scelta anche a costi contenuti. Noi abbiamo realizzato il Concentratore, “cervello del sistema”, ed una serie di periferiche tra le quali dei dispositivi ad incasso che vanno a integrare prese, interruttori, relè e dei regolatori per l’illuminazione”.

Com’è nato Domy? Come vi è venuta l’idea di usare software libero?

Homatron aveva sviluppato un primo sistema domotico basato su server Windows su periferiche costruite da altri. Continuare ad investire su questa strada avrebbe comportato i soliti rischi di Windows come ad esempio aggiornamenti imposti che non ti fanno più funzionare nulla o Silverlight messo in obsolescenza anche se utilizzato come base di tutta la grafica.

Io ho proposto un sistema aperto, basato su Debian, capace di connettersi a tutto ciò che è aperto e non solo. Abbiamo rifatto tutto utilizzando Javascript e Websocket, MQTT e quanto di aperto c’è a disposizione. Inoltre sentendosi la mancanza di alcuni device non esistenti sul mercato, li abbiamo progettati e realizzati “motorizzandoli” con panStamp.

Come nasce Hamatron e quanti siete attualmente?

Homatron nasce nel 2009 con la “mission” di portare la domotica in tutte le case ed è divenuta start-up innovativa. È ampiamente partecipata essendo in 11 soci, alcuni di grande esperienza, ma con una forte componente giovanile che ci ha permesso nel 2012 di chiedere ed ottenere un finanziamento pubblico.

L’azienda si avvale, oltre che della collaborazione dei soci di cui 5 sono abitualmente operativi, anche di 4 dipendenti e di consulenti esterni secondo le necessità. Inoltre spesso la società ospita stagisti, che danno un contributo importante: alcuni degli attuali dipendenti hanno iniziato come stagisti. 

Attualmente lo staff del marketing/commerciale conta due figure, quello amministrativo altre 2 e gli altri (8 al momento considerando anche gli stagisti) si occupano di ricerca, sviluppo e produzione.

In tutto questo cosa come si inserisce l’Open Source e il Software Libero? 

È un po’ una filosofia di vita. A nostro parere il modello open source ha degli aspetti fondamentali. Per esempio la possibilità di modificare secondo nostra necessità e implementare con funzionalità aggiuntive, grazie al codice liberamente disponibile, il che porta un valore aggiunto che spesso consente di implementare facilmente il software open source in ambiente di produzione ad agevolare il “deploy”. Inoltre le comunità open source fanno un ottimo lavoro nella ricerca, individuazione e risoluzione di vulnerabilità e nel veloce rilascio di patch di sicurezza, spesso a velocità doppia rispetto ai produttori di software commerciale. I limitati costi e il modello di distribuzione ci permettono di dedicare maggiori parti del nostro budget per fare ciò che ci interessa davvero: personalizzazioni, funzionalità e innovazioni. L’open source è l’unico sistema che, avvalendosi della cooperazione fra vari soggetti, permette alle PMI di competere con le multinazionali.

Contribuite alle comunità di Software Libero? Se sì in quale modo?

Sì, nella misura che anche noi mettiamo a disposizione codici e protocolli dei nostri dispositivi, in modo da consentire piena autonomia a chi voglia metterci mano. Ovviamente chi viene a lavorare con noi è “costretto” ad avvicinarsi al mondo open source, e questo spesso permette una crescita personale e un ampliamento di vedute e prospettive. Siamo di parte: l’open source non ha bisogno di convincere nessuno, se uno pensa la scelta vien da sé.

Avete adottato un modello di business e calcolato i tempi di ritorno degli investimenti della vostra attività?

Il modello di business è basato sulla vendita dei sistemi che integrano i prodotti di nostra produzione e di quelli integrati prodotti da terze parti. Per esempio per quanto riguarda i sistemi di antifurto abbiamo scelto di integrare prodotti con consolidata presenza sul mercato. Prevediamo di raggiungere il pareggio fra entrate ed uscite entro 10 mesi ed il rientro dall’investimento in 4 anni.

Il mercato come sta rispondendo?

Non nascondo che siamo in un momento di stallo: siamo pronti con tutta la parte tecnologica, dobbiamo realizzare solo i contenitori per le schede elettroniche e pensare al lancio sul mercato. Purtroppo i fondi scarseggiano e gli stampi sono molto costosi: ci siamo lanciati in un crowdfunding su Kickstarter, un po’ per i fondi un po’ per capire il tipo di risposta al prodotto.

Perché scegliere Domy?

La prima parola che vorrei fosse associata dagli utenti a Domy è sicurezza. Noi abbiamo deciso di non ricorrere al cloud, tecnologia di gran moda ma ad esclusivo vantaggio dei cloud-provider, pericolosa ed intrinsecamente insicura per gli utenti e se volete approfondire date un’occhiata al nostro articolo: Domy, il sistema cloud free. Il nostro hub coDomynsente di effettuare tutto ciò che fanno i sistemi cloud ma più velocemente, in maniera sicura e abbattendo drasticamente i rischi di furto o utilizzo non autorizzato dei dati.

Antonio Faccioli
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Diario della migrazione: giorno 5, definire il formato per lo scambio dei documenti

30 giugno 2016

usb-key-1212110_1920Parlare di openness e libertà digitale in PA significa non solo parlare di programmi open source, ma focalizzare l’attenzione sul concetto di formato aperto standard, che consente di eliminare il lock-in da fornitore e da software. É il caso per esempio del formato , Open Document Format, uno aperto basato su una versione XML pubblicamente accessibile ed implementabile, conforme alla ISO/IEC 26300 e dal 2007 divenuto italiano con la sigla UNI CEI ISO/IEC 26300. Adottato anche dal Regno Unito come dei documenti per la Pubblica Amministrazione, garantisce interoperabilità e leggibilità nel tempo del prezioso patrimonio documentale di cui dispone la PA. Ed è per queste ragioni che la Difesa italiana lo ha adottato come suo per lo scambio di documenti.

Con la pubblicazione di una direttiva interna la Difesa non ha solo spiegato le ragioni dell’adozione di tale formato, ma ha contestualmente definito alcune regole per la corretta produzione dei documenti da scambiare oltre che per la scelta del tipo di carattere, visto che non tutte le font sono libere da diritti (tanto per fare un esempio una delle più utilizzate in quanto font di default in Office, Calibri, si può usare soltanto se si è in possesso di una licenza del prodotto).

Quali le ragioni dell’adozione di uno standard aperto?

Nell’ottica di efficientamento dell’azione amministrativa e di ricerca di economie di scala – si legge nella parte introduttiva – la Difesa si sta orientando all’adozione, in alcuni settori, di software aperto, non legato a licenze proprietarie che comportano il pagamento di canoni fissi…In un’ottica di lungo periodo, l’importanza dell’utilizzo di formati aperti assume particolare rilevanza anche a fronte del processo di dematerializzazione attualmente in atto”.

Come a dire, visto che la maggior parte dei documenti oggi nasce (e forse non morirà neppure) digitale, è necessario utilizzare formati di salvataggio che ne consentano l’accesso senza vincoli nel lungo periodo. E quando si parla di vincoli, ci si riferisce al fornitore del software tramite il quale il documento è prodotto e al software deputato alla produzione (libero o proprietario che sia).

Questo concetto del resto è ripreso da una delle definizioni più chiare di formato aperto, ovvero quella di Bruce Perens, che fissa sei requisiti fondamentali per l’individuazione di uno standard aperto: disponibilità, massimizzazione della possibilità di scelta dell’utente finale, nessuna royalty da versare per l’implementazione dello standard, nessuna discriminazione verso gli operatori impegnati ad implementare lo standard, estensibilità o scomponibilità in sottoinsiemi, assenza di pratiche predatorie. Requisiti fondamentali se pensiamo all’importanza che oggi rivestono i documenti digitali.

L’obiettivo della presente direttiva – si legge nel documento – è quello di assicurare l’indipendenza dalle piattaforme tecnologiche, l’interoperabilità tra sistemi informatici, la durata nel tempo dei dati in termini di accesso e di leggibilità”. Semplice, efficace e molto di buon senso. Forse troppo visto che altre Pubbliche Amministrazioni non prendono neppure in considerazione il problema, spesso confondendo uno standard de facto con uno standard de jure.

Cosa si fa nel giorno quinto di migrazione?

Si definiscono i formati di scambio dei documenti.

Così come riportato nella direttiva della Difesa occorre stabilire i formati di salvataggio dei documenti in ingresso e in uscita. Nel caso specifico, la direttiva stabilisce che “documenti che non necessitano di essere modificati dall’utente (es. delibere, determine, bandi, regolamenti), dove è necessario preservare anche l’aspetto grafico e l’impaginazione” sono salvati nel formato PDF/A, idoneo anche all’archiviazione a lungo termine; “documenti che l’utente deve poter compilare ovvero modificare, ad esempio facsimili di dichiarazioni o moduli di domanda” e “documenti salvati nei formati previsti dalla precedente direttiva (.rtf)” dovranno essere salvati tutti in ODF.

E i documenti che arrivano dall’esterno? In questo caso la direttiva dice che nel caso di “documenti salvati in formati diversi da quanto normato, si dovrà procedere con la loro conversione digitale/digitale, ai sensi di quanto previsto dall’art. 23-bis del CAD, per il successivo utilizzo ed eventuale protocollazione e conservazione, avendo cura, ove previsto dalle norme in vigore, di preservare l’originale informatico”.

Insomma una direttiva da archiviare su cose buone fatte in PA per poterla riusare e non solo ammirare.

schemalibredifesaSonia Montegiove

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/30/diario-della-migrazione-giorno-5-definire-formato-standard-aperto-lo-scambio-documenti/

 

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3 cose su Linux che l’utente Windows dovrebbe sapere

24 giugno 2016

linux-153455_1280La stragrande maggioranza di utilizzatori di personal computer ha avuto davanti sempre e solo sistemi operativi Microsoft (DOS prima, poi). L’utente medio è quindi generalmente portato a pensare che esista un unico modo di usare un computer e un unico modo di fare le cose, e che un computer possa fare tutto e solo quello che il proprio sistema fa e se non lo fa è perché non si può fare.

Davanti a una dimostrazione delle funzionalità di uno dei tanti sistemi (liberi) basati su , generalmente l’utente in questione resta sempre abbastanza spiazzato. I commenti più frequenti sono: “non lo sapevo!”, insieme a: “credevo che fosse difficile da usare!”, chiari sintomi di ignoranza (il primo) e pregiudizio o disinformazione (il secondo). Cercheremo dunque di predisporre qui una mini-terapia d’urto in tre pillole per affrontare la fase acuta della malattia. Per un trattamento più accurato si rimanda alla sterminata documentazione sull’argomento reperibile in rete, in libreria o presso i gruppi (LUG, User Group) locali sparsi per tutto lo stivale.

Distribuzione, non un semplice sistema operativo

Di solito compriamo un computer già pronto all’uso, “chiavi in mano”. Windows è quasi sempre preinstallato in fabbrica (tra l’altro con una licenza di tipo “OEM”, cioè legata all’hardware e quindi non trasferibile ad un altro computer nel caso si voglia cambiare macchina). Spesso chiediamo al venditore di installarci (più o meno legalmente a seconda dell’onestà delle parti) tutto quello che ci serve, per cui non sempre sappiamo esattamente cosa abbiamo comprato, quali strumenti facciano parte della dotazione di Windows e quali siano stati aggiunti successivamente. In realtà Windows, da solo, è dotato di pochissimi strumenti preinstallati, per cui appena aperta la scatola si potrà al massimo navigare in internet, ascoltare musica o vedere delle foto. Windows è quindi “solo” poco più che un sistema operativo. Tutte le applicazioni che vi servono devono essere installate successivamente, una per una, scaricando i file di installazione dai relativi siti o inserendo di volta in volta CD o DVD.

I sistemi basati su Linux, invece, sono ben più che semplici sistemi operativi. Essi sono disponibili sotto forma di distribuzioni, cioè raccolte di software comprendenti un’abbondante (e variabile a seconda di chi l’ha realizzata e degli scopi per cui è stata creata) selezione di applicativi per la produttività personale, la manipolazione di file multimediali (audio, video, foto), per l’intrattenimento, la didattica, lo sviluppo software, la gestione del sistema e quant’altro, da installare insieme al sistema operativo. Inoltre quello che eventualmente dovesse mancare può essere cercato, trovato, scaricato e installato da un’apposita applicazione, attingendo agli archivi (repository) propri della distribuzione, contenenti per lo più software libero, ma non solo. Il concetto “installa l’app dallo store” è ormai familiare agli utilizzatori di smartphone, ma in realtà nasce ben prima di questi, proprio nel mondo delle distribuzioni Linux. Per fare un esempio: l’installazione di Ubuntu (la distribuzione Linux forse più nota) comprende anche la suite LibreOffice per la produttività individuale, programmi per la navigazione web e la posta elettronica, e Ubuntu Software Center, lo “store” da cui poter scegliere tra migliaia di programmi da scaricare con un click. Significa ad esempio che un istante dopo l’installazione potete rimettere mano alla tesi di laurea che stavate scrivendo con LibreOffice (che è già installato), o configurare il vostro account di posta su Thunderbird (che è già installato) per riavere a disposizione tutte le vostre mail e magari aprire quel file PDF allegato con un visualizzatore (che è già installato).

Fatto non secondario, anche l’aggiornamento dei programmi è centralizzato e avviene esattamente come qualsiasi altro pacchetto del sistema operativo: la presenza di nuove versioni dei programmi viene periodicamente controllata e notificata (l’aggiornamento è sempre una scelta libera e consapevole dell’utente. Ci siamo capiti…), esattamente come (oggi) siamo abituati a fare con i nostri smartphone. Considerando che Debian (distribuzione da cui deriva Ubuntu ed altre decine di “sorelle”) e il suo sistema di gestione dei pacchetti nasce nel 1993, possiamo anche dire che nei sistemi operativi Linux praticamente è sempre stato così.

Un altro dettaglio a cui probabilmente nemmeno gli utenti Linux fanno più caso, ma se lo ricordano subito quando assistono ad un aggiornamento su Windows: durante l’aggiornamento di qualunque applicazione in uso – kernel compreso – non è mai (!) necessario chiudere nessuna applicazione, che continua a funzionare regolarmente; in alcuni casi viene suggerito – mai imposto – il riavvio dell’applicazione; solo nel caso del kernel viene suggerito il reboot, che è l’unico modo per caricare la nuova versione. Ancora per poco, forse.

Antivirus chi?

Il primo programma che si installa solitamente dopo Windows è un antivirus, per ovvi motivi. Ovvi per gli utenti di Windows, ma non per gli utenti di Linux: io lo sono da 16 anni (Mandrake Linux 7.1, la mia prima distribuzione, risale al 2000), e non ho mai installato un antivirus. I virus per Linux sono talmente pochi e talmente rari che gli antivirus sono considerati un inutile spreco di risorse. Quelli che esistono sono installati soprattutto su computer dove girano server di posta elettronica, e sono usati per proteggere i sistemi Windows da eventuali malware diffusi via e-mail.

Ciò non significa che Linux, i programmi per Linux o il software open source in genere siano esenti da vulnerabilità. Come detto altrove, “il software libero è libero, non perfetto: se no si chiamerebbe software perfetto”. Le vulnerabilità si trovano e si correggono esattamente come per il software proprietario (anzi, meglio, perché il codice sorgente è di pubblico dominio, sotto gli occhi di tutti e il processo avviene alla luce del sole, generalmente a velocità superiore che nel software proprietario). Ma i virus, quelli proprio non li ho mai visti, e anche in questo caso possiamo dire che nei sistemi operativi Linux praticamente è sempre stato così.

Live, ovvero il sistema sempre con te (altro che cloud)

Diciamolo subito: non è sempre stato così. In passato l’installazione di un sistema operativo Linux era complicata, più di quella non semplice dei sistemi Windows coevi. Gli utenti Windows non ne hanno contezza dato che, come già detto, generalmente se lo trovano già installato nel PC, mentre gli utenti Linux generalmente se lo installano da sé e sicuramente lo installavano da sé nel passato di cui stiamo parlando. Anche per questa ragione col tempo gli sviluppatori hanno cercato di semplificare il processo di installazione, tanto che oggi è tutto molto semplice e amichevole: basta avviare il computer con il CD (o DVD, a seconda delle dimensioni della distribuzione, che dipendono essenzialmente da quanto software preinstallato è stato messo dentro) e seguire la guida passo-passo. Come Windows, ma con alcune differenze che non sono dettagli da poco:

  • se state cercando di installare Ubuntu (per esempio. Vale per tutte le distribuzioni) in un computer dove è già installato Windows, Ubuntu se ne accorge e vi chiede gentilmente se volete davvero cancellare tutto o se invece volete installare Ubuntu accanto a Windows, decidendo poi all’avvio del PC di volta in volta quale sistema scegliere da una lista che vi comparirà sul monitor. In questo secondo caso pensa a tutto lui (oppure potete scegliere di farvi lasciare i comandi e guidare voi l’installazione, ammesso che sappiate cosa fare), ritagliandosi spazio nell’hard disk e sistemando per bene il sistema. Per inciso, non vale il viceversa: installare Windows su un pc con un sistema Linux equivale a concedere a Windows l’autorizzazione a cancellare tutto, formattare l’hard disk e occupare tutto lo spazio a disposizione. Windows si comporta come Ubuntu solo se trova altre versioni di Windows, ma non se trova altri sistemi operativi. Gentile, vi pare?
  • probabilmente quello che avete inserito nel lettore è un Live CD (o DVD). Quasi tutte le distribuzioni di Linux nell’ultimo decennio si presentano ormai sotto questa forma. Vuol dire che anziché installare il sistema sull’hard disk potete scegliere di avviarlo come se fosse già installato. Nulla verrà toccato nell’hard disk, ma dopo qualche istante avremo a disposizione un sistema pienamente funzionante, cosa utile per familiarizzare con l’interfaccia e per verificare che tutto l’hardware sia ben supportato e funzionante prima di procedere a un’installazione vera e propria. Unica differenza sarà nelle prestazioni, a causa della minor velocità di accesso ai dati da un supporto ottico (CD e DVD) rispetto a uno magnetico (hard disk), e nella impossibilità di salvare configurazioni e nuovi programmi eventualmente installati. Quest’ultimo problema si può risolvere usando una Live USB, ovvero una distribuzione avviabile da chiavetta USB anziché da CD o DVD. Stesso principio, con il vantaggio di poter riservare spazio (a proposito, utente Windows: lo sapevi che puoi creare partizioni su una chiavetta USB?) per file e configurazioni personali del sistema live. Senza contare il fatto che una chiavetta USB occupa meno spazio di un disco. Davvero hai bisogno del cloud quando il tuo programma puoi tenerlo in tasca e farlo girare su qualsiasi computer?

È altamente probabile, quindi, che un utente Linux giri sempre con una o più chiavette USB in tasca con una qualche distribuzione live installata sopra: per avere sempre un sistema “familiare” a disposizione, magari da infilare nel primo pc a disposizione, ma anche come strumento di disaster recovery, anche (soprattutto?) di sistemi Windows, magari  fuori uso e non avviabili per colpa di virus o malware. Infatti in questi casi si può avviare il pc con un sistema Linux Live (non può essere contagiato dagli eventuali virus, ricordate?) e mettere in salvo i dati copiandoli su un supporto esterno prima di procedere a formattazione e reinstallazione del sistema operativo. E dell’antivirus, e delle applicazioni, una ad una…

Adesso non potrete più dire che non lo sapevate!

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/24/3-cose-linux-lutente-windows-sapere/

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Saldare è semplice, ecco come fare!

24 maggio 2016

saldare-sempliceVuoi imparare a saldare?
Vuoi realizzare delle ottime saldature?
Vuoi insegnare ad altri come saldare?

Sono felice di annunciare che ho realizzato la traduzione in italiano di:

Soldering is Easy (Saldare è semplice)
(seguite il link per prelevare la versione in italiano)

un fumetto che insegnerà a chiunque le basi della saldatura.

Sette pagine che spiegano in dettaglio come fare una buona saldatura anche a chi non ha mai saldato!

Il lavoro originale in lingua inglese è stato curato da:

Pagina di riferimento: http://mightyohm.com/soldercomic

Il fumetto in inglese (ed altri argomenti molto interessanti) sarà incluso nel libro: How to Make Cool Things with Microcontrollers (For People Who Know Nothing) di prossima pubblicazione.
Il libro è stato realizzato da Mitch Altman e Jeff Keyzer edito da No Starch Press.

Il fumetto è rilasciato sotto licenza Creative Commons (Attribution-ShareAlike), quindi si è liberi di insegna con questo fumetto, tradurlo, usalo, diffonderlo, coloralo ed è fondamentalmente fare tutto ciò che vi pare!

Michele Maffucci

Fonte: http://www.maffucci.it/2011/12/28/saldare-e-semplice-ecco-come-fare/

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Whatsapp approda su (non tutti) i desktop

20 maggio 2016

whatsapp-1357489_1280Di Whatsapp si fa sempre un gran parlare: è normale, avendo superato il miliardo di utenti attivi mensili. Molto spesso si va a finire sul confronto con Telegram: anche questo è normale, soprattutto in Italia, terra di dualismi esasperati almeno dai tempi di Coppi e Bartali.

Da qualche tempo , che prima era venduta con canone annuale, viene distribuita con licenza gratuita, sebbene NON sia un software open source (per il semplice fatto che il suo codice sorgente è vietato toccarlo e anche solo leggerlo). , invece, fin dalla sua nascita nel 2013 è software libero distribuito con licenza GNU/GPL: il suo codice si può leggere, toccare, copiare, modificare, ridistribuire allo stesso modo.

Sebbene la gratuità di Whatsapp sia stata vista da molti sostenitori del software libero come una sventura che avrebbe ucciso Telegram, credo che in realtà sia stato un vantaggio. Infatti prima molte discussioni naufragavano nell’assunto per cui Whatsapp, essendo a pagamento, era “sicuramente” migliore, più “professionale” e sicura. È incredibile considerare il modello di business di un software come un elemento tecnico che la renda automaticamente migliore o peggiore, ma tant’è. Oggi finalmente possiamo confrontare le funzioni e le prestazioni di Whatsapp e Telegram a parità di prezzo, e questo è generalmente un vantaggio per Telegram: infatti oggi le discussioni vengono ben presto spostate dai sostenitori di Whatsapp sul versante della sicurezza per farle naufragare nell’assunto per cui, siccome il software lato server è proprietario per entrambi, dal punto di vista della sicurezza sono “almeno” pari. Un gran passo avanti, no?

All’inizio dell’anno sul suo blog ufficiale Whatsapp aveva annunciato la versione web del suo client, con cui “per la prima volta, milioni di voi avranno la possibilità di usare WhatsApp sul proprio browser”. Gli utenti Telegram già ce l’avevano da due anni, ma pazienza, l’importante è arrivarci. Resta comunque un interrogativo: l’utente Whatsapp troverà normale che se Whatsapp non è attivo sul suo smartphone, perché magari è spento o non c’è campo, Whatsapp web non funziona? L’utente Telegram no, perché la sua versione web funziona a prescindere, e tutte le sue conversazioni sono sincronizzate alla prima occasione.

Qualche giorno fa il blog ufficiale di Whatsapp ha annunciato il rilascio della versione per computer della sua applicazione di messaggistica, “un nuovo (!) modo per rimanere in contatto sempre e ovunque – sul telefono o sul computer, a casa o al lavoro”. Nuovo per i suoi utenti, naturalmente, perché quelli di Telegram hanno la loro versione desktop da almeno un paio d’anni, stando alle statistiche di Github.

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Siamo subito andati sulla pagina dei download per scaricare la versione del programma per il nostro sistema operativo, ma non l’abbiamo trovata, perché… non c’è. Esistono versioni per Mac OS X (10.9 e successive) e per Microsoft Windows (8 e successive, sia 32 che 64 bit), ma non per sistemi operativi GNU/Linux. Evidentemente c’è una parte di quel miliardo di utenti che viene considerata non sufficientemente numerosa da meritare eventuali sforzi di sviluppo dell’applicazione per il loro sistema operativo. E non c’è niente da fare: trattandosi di software proprietario, nessuno tranne i proprietari potranno mettere mano al codice per averne una.

Fortunatamente la parte dei 100 milioni di utenti Telegram che usa sistemi operativi Linux sui propri PC è invece considerata degna di avere una versione desktop del programma. La versione desktop di Telegram, che è anch’essa software libero rilasciato con licenza GPL v.3, esiste infatti più o meno da quando esiste Telegram stesso, ed esiste per Windows (anche in versione portable, che non richiede installazione ma può essere usata così com’è), per Mac OS (non è specificata la versione e non posso verificare se funziona a prescindere) e per Linux sia nella versione 32 bit che 64 bit.

Dunque, tra le molte ragioni per amare Telegram, ne abbiamo una in più: il rispetto e la considerazione per l’utente, chiunque esso sia.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/05/20/whatsapp-approda-non-tutti-desktop/

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Con 48 milioni di articoli Science-Hub è diventato il Napster della ricerca scientifica

17 maggio 2016

scihubLa fondatrice kazaka del sito difende il diritto alla conoscenza di chi non può pagare il copyright e l’editoria scientifica insorge

Rendere disponibile la ricerca scientifica di ogni tipo e ad ogni latitudine, per favorire lo sviluppo della conoscenza e dell’attività accademica a livello globale. Questo in estrema sintesi l’obiettivo del movimento per l’Open Access, filosofia e pratica di attivisti, ricercatori e bibliotecari di tutto il mondo.

Negli ultimi vent’anni progetti di condivisione della conoscenza scientifica quali la Public Library of Science, la Directory of Open Access Journals, o il leggendario database di “pre-print” arXiv, hanno trasformato il panorama scientifico e la vita quotidiana di milioni di ricercatori. Un quadro che ha ricevuto forte spinta, non va dimenticato, dall’impegno in prima persona di Aaron Swartz, l’attivista-programmatore statunitense scomparso poco più di tre anni fa, e co-autore nel 2008 del Manifesto della guerriglia open access.

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Ma nonostante i passi in avanti compiuti finora, resistono ancora, molti, troppi lucchetti imposti alla conoscenza accademica da grandi gruppi editoriali come Reed Elsevier che ha un fatturato annuale superiore al miliardo di dollari, e un margine di profitti intorno al 37%. Motivo per cui va montando l’opposizione a queste pratiche e aumentano le iniziative tese a ribadire che di fatto “siamo tutti custodi della conoscenza”.

Cos’è e come funziona Science-Hub

È in questo contesto che nasce Sci-Hub, fondato nel 2011 dalla ricercatrice kazaka Alexandra Elbakyan, recentemente finita nell’occhio delle autorità Usa con l’esplicita accusa di “pirateria”. Sci-Hub non è altro che una biblioteca virtuale di circa 48.000.000 di saggi e articoli scientifici accessibili attraverso un unico sito in maniera facile e veloce.

Come spiega un lungo articolo su Big Think, appropriatamente intitolato “Ecco il Robin Hood della scienza”, in realtà Sci-Hub ricorre a vari algoritmi per aggirare i tipici paywall delle riviste scientifiche e rendere in tal modo disponibile la conoscenza scientifica a ricercatori, studiosi, esperti ma anche semplici curiosi e cittadini al fuori del giro delle grandi università o centri specializzati nord-americani che possono permettersi le cospicui tariffe e condizioni imposte dagli editori.

«Sci-Hub rappresenta la somma dell’accesso istituzionale di svariate università – letteralmente un mondo di conoscenza»

Usando la chiave d’accesso donata da accademici che studiano all’interno di istituzioni abbonate ai vari “journal”, Sci-Hub localizza le ricerche presenti nei database di editori quali JSTOR, Springer, Sage ed Elsevier, per consegnarle al richiedente nel giro di pochi secondi. Non senza inviarne una copia a Library Genesis, database di contenuti “liberati” che dal 2012 ha aperto le porte a materiale accademico e oggi conta oltre 48 milioni di ricerche scientifiche.

Questa procedura è andata mano mano sostituendo quella che Elbakyan definisce una «pratica molto arcaica»: i ricercatori “meno fortunati” usano hashtag #icanhazpdf su Twitter per chiedere ad altri benevoli ricercatori di scaricare certo materiale sotto chiave e poi inoltrarglielo. Una “liberazione della conoscenza” manuale e macchinosa, mentre oggi l’automazione di Sci-Hub esaudisce «centinaia di migliaia» di richieste simili in un batter d’occhio. La stima totale dei visitatori del sito, secondo Elbakyan, supera i 19 milioni.

Di fatto, Sci-Hub sta facendo per gli articoli scientifici quello che Napster ha fatto per la musica.

Motivo per cui l’estate scorsa il gruppo editoriale Elsevier ha presentato querela presso i giudici di New York chiedendone l’immediata chiusura e un risarcimento danni pari a svariati milioni di dollari per presunte infrazione al copyright. La relativa ingiunzione di chiusura è stata aggirata, per ora, con il passaggio a un nuovo dominio.

Science Hub non mette tutti d’accordo, ma trova molti sostenitori

Un trend tutt’altro che isolato, quindi, con il sostegno che si espande a macchia d’olio: oltre 150.000 ricercatori hanno pubblicamente annunciato il boicottaggio nei confronti di Elsevier proprio per le tariffe esorbitanti e altre pratiche che portano alla bancarotta le stesse biblioteche universitarie (inclusa perfino la Harvard University, non certo una povera università del terzo mondo). E in una recente lettera ai giudici Usa, la stessa Elbakyan rimarca le basi etiche, non legali o commerciali, con cui va interpretata la sua iniziativa.

«È vero che Sci-Hub raccoglie donazioni, ma non facciamo pressioni per averle. Elsevier invece ricorre al racket: se non paghi, non puoi leggere le ricerche».

L’articolo su Big Think chiude spiegando che, in attesa di ulteriori decisioni legali, Sci-Hub rimane accessibile da ogni parte del mondo e sfoggia una nuova versione in inglese, con oltre 48 milioni di ricerche a libera disposizione e un manifesto contro le norme sul copyright.

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«L’uccello è scappato dalla gabbia, e se Elsevier crede di potercelo rimettere, si sbaglia di grosso».

Da notare che in pochi giorni l’articolo ha raccolto oltre 150 commenti:

secondo qualcuno, c’è un grosso lavoro redazionale per organizzare le ricerche ed è quindi giusto pagarle, altri ribadiscono invece l’urgenza di avere accesso libero e gratuito a quel materiale

Un accesso per incentivare il progresso scientifico secondo una modalità che, ricordano, era esattamente la funzione originaria del copyright. Una discussione che conferma l’ampio interesse su tali temi, ben oltre l’ambito accademico o degli addetti ai lavori. (Leggi anche su Chefuturo!: “Cosa ci insegna il diario di Anna Frank su copyright, pubblico dominio e content mining“)

Il dibattito ha suscitato una vasta eco, ripresa anche da un altro popolare scritto in circolazione online in questi giorni, in cui si chiarisce fra l’altro che «Elbakyan è in parte protetta dal fatto di vivere in Russia e di non avere alcuna proprietà in Usa, per cui se Elsevier dovesse anche vincere la causa, sarebbe molto difficile ottenere dei soldi come risarcimento danni». Concludendo che, pur se sarà davvero interessante vedere come andrà a finire questa battaglia legale per il precedente che rappresenta, «se c’è una cosa di cui il mondo ha sempre pìu bisogno è la conoscenza scientifica» accessibile a tutti.

Ovvio quindi che le pratiche “open” emergano con forza, come pure l’urgenza di rivedere l’intero settore dei journal accademici. Un quadro in continuo divenire in cui va ricordato, insieme al caso di Sci-Hub e analoghe iniziative in corso, che lo studente colombiano Diego Gomez rischia tuttora il carcere per una tesi caricata online e la stessa decisione di Aaron Swartz di scaricare milioni di articoli da JSTOR, probabilmente per renderli disponibili al mondo (pur se non potremo mai saperlo con certezza), solo per poi rischiare 35 anni di galera e un milione di dollari di multa. Ciò in base al famigerato Computer Fraud and Abuse Act ancora in vigore negli Usa, e la terribile persecuzione giudiziaria che ne seguì fu, con ogni probabilità, la causa scatenante che lo spinse al suicidio l’11 gennaio 2013, a soli 28 anni.

Interventi di disobbedienza civile e azione diretta in applicazione della filosofia secondo cui l’informazione è potere e non può né deve restare accentrata nelle mani di pochi. Nell’articolo di Big Think, Elbakyan infatti conclude: «Quando ho letto le notizie su Aaron per la prima volta, ho pensato: questo ragazzo potrebbe essere il mio miglior amico e alleato».

Ne sentiremo ancora parlare.

Andrea Zanni

*Ha collaborato Bernardo Parella

Fonte: http://www.chefuturo.it/2016/02/science-hub-napster-ricerca-scientifica/

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Alfabeto Open: N come NethServer

26 aprile 2016

girl-1252760_1280“Siamo fatti anche noi della materia di cui sono fatti i sogni;
e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita” 

William Shakespeare

Oggi narriamo una storia.

Inizia da un “coltellino svizzero” molto valido, che avremo modo di apprezzare descrivendo le sue caratteristiche e la sua utilità. Ma il resto del racconto, soprattutto il finale, quello in parte è ancora da scrivere…e spero che lo scriveremo noi.

Procediamo con ordine, allora.

C’era una volta un gruppo di 3 amici, giovani appassionati di Linux e di informatica, che nel 2003 fonda un’azienda marchigiana, la Nethesis. La loro idea è chiara: semplificare e standardizzare progetti open source complessi, per creare prodotti alla portata di tutti. Su questo obiettivo muovono il loro modello di business.

Si affianca via via il contributo di altre persone e la realtà iniziale cresce con forza e positività, la stessa che purtroppo uno dei tre soci iniziali è costretto a lasciare in eredità, dopo la sua prematura scomparsa nel 2008.

Nel 2010 nasce la community del progetto NethServer, che da vita all’omonima distribuzione Linux. La distribuzione è libera, in quanto lo sviluppo è rilasciato sotto licenza GPL3, e diventa la base su cui l’azienda marchigiana (parte integrante della community) offre i suoi prodotti aggiuntivi.

NethServer è una distribuzione “all-in-one”, cioè offre molti servizi modulari su un solo server, ed è basata su CentOS (quindi compatibile Red Hat Enterprise Linux).

È dedicata alle piccole e medie imprese, ma come vedremo è anche molto utile a scuola.

Questi i suoi punti di forza: è semplice da configurare tramite un’interfaccia web moderna e dinamica, che rende non necessarie le competenze Linux per la sua amministrazione (così come rende praticamente impossibile comprometterne il funzionamento). Ha un’installazione semplificata e tanti moduli già pronti, installabili con un click, coprendo una serie numerosissima di necessità come:

  • Directory condivise per reti Windows e Linux (basato su SAMBA).
  • Primary Domain Controller e Workstation (gestione centralizzata degli utenti)
  • Firewall (basato su Shorewall)
  • Web Filter e Antivirus (per la protezione ed il filtraggio dei contenuti della navigazione web, basato su Squid, ClamAV antivirus e SquidGuard URL blacklist)
  • HotSpot (captive portal per la gestione degli accessi Wi-Fi con relativa autenticazione)
  • Groupware (gestione calendario ed agenda indirizzi condivisi, attraverso il web browser, lo smartphone ed i tablet oppure attraverso client email come Thunderbird, basato su SOGo)
  • Cloud privato (fornisce accesso universale ai file via web da computer e dispositivi mobili, basato su ownCloud)
  • Dashboard NethGUI (utilizzo di cruscotti grafici per il controllo delle funzionalità)
  • Bandwidth, Latency Monitor and Packet LossMonitor (monitoraggio della larghezza di banda, del consumo di banda e della qualità del collegamento Internet)
  • Full Data Backup e Supporto a UPS (backup di tutti i dati del server e delle configurazioni e funzioni di supporto/monitoraggio del gruppo di continuità elettrica connesso al server)
  • …e molto altro

Insomma, NethServer offre molto più di un valido aiuto per risolvere a livello centralizzato le problematiche tipiche della gestione degli utenti in rete, che non sono propriamente banali.

Fin qui tutto chiaro?

Entra in questo punto del racconto un’altra storia, che si intreccia con la precedente. Protagonista un altro gruppo di amici, giovani appassionati di Linux e di informatica, che si raccoglie attorno ad una associazione: il Linux Users Group di Bergamo.

Anche loro hanno un’idea chiara: semplificare al massimo la gestione dei laboratori informatici a scuola da parte dei professori, rendendo la manutenzione del tutto autonoma (e la scuola tecnicamente indipendente).

Loro sono un’associazione no-profit, come i numerosissimi GNU/Linux Users Group sparsi in tutta Italia, e stanno cercando una soluzione utile alle scuole, sostenibile e libera, come è nel loro scopo sociale e nel loro DNA di associazione.

LugMap_Italia

Si mettono quindi nei panni dell’utente finale, tenendo conto del fatto che le scuole per l’infanzia, le primarie e le secondarie di primo grado non hanno personale tecnico IT di supporto, ed intuiscono che la manutenzione del laboratorio dovrà essere alla portata di chiunque (o quasi).

Nasce così il progetto Linux va a scuola”, subito applicato con successo presso l’Istituto Comprensivo “Mastri Caravaggini” di Caravaggio (BG) e presso l’Istituto Comprensivo “Gabriele Camozzi” di Bergamo.

La scelta tecnica ricade proprio su NethServer, a cui però aggiungono altre funzionalità indispensabili, come:

  • l’installazione e la configurazione semi-automatica dei PC client, che attraverso l’utilizzo di PXE Boot e di Ansible, consente di ottenere l’autoriparazione (!) delle postazioni. Grazie a questa soluzione, ogni postazione riceve via rete dal server del laboratorio quanto necessita per il ripristino totale del sistema operativo (Edubuntu) e delle numerose applicazioni (come LibreOffice), applicando automaticamente le configurazioni necessarie e senza intervento da parte dell’operatore
  • la gestione centralizzata lato server degli applicativi e degli aggiornamenti su tutti i PC client (si definisce a livello centralizzato cosa installare e cosa rimuovere)
  • la mappatura in automatico della home dell’utente (pam_mount) nella gestione dei profili utente (roaming profiles), salvati sul server ed accessibili da ogni postazione: in pratica, ogni studente ha le proprie credenziali di accesso (gestite a livello del server con funzione di Domain Controller) che può utilizzare su qualunque PC del laboratorio, trovando sempre il suo “ambiente”, cioè i suoi documenti e le sue impostazioni. Grazie inoltre alla condivisione delle cartelle di rete, non c’è più bisogno della classica chiavetta USB che gira per la classe per poter condividere documenti
  • l’integrazione dell’applicativo Epoptes, che permette la gestione di tutti i PC del laboratorio consentendo assistenza remota di un PC, la diffusione del proprio schermo su tutti i PC (o solo su quelli selezionati, ad esempio per mostrare i contenuti di una lezione), l’accensione e lo spegnimento di tutti i PC… e molto molto altro.

Va detto, inoltre, che il progetto è stato ben disegnato con un’architettura funzionale, flessibile e scalabile, individuando una release “master” (una struttura di base comune, pubblicata su GitHub) da cui derivare tutte le diverse installazioni e configurazioni (branch) per le diverse esigenze.

Attraverso Vagrant si ha l’opportunità di ricreare in locale l’intera installazione, anche solo per testare comodamente il progetto in una macchina virtuale (ad esempio con Virtualbox), magari prima di metterlo in produzione.

Ciò non bastasse, i ragazzi del LUG di Bergamo prevedono che il metodo di “migrazione” ai loro laboratori informatici liberi contempli:

  • il Corso base, che ha come destinatari tutti i docenti che utilizzeranno il laboratorio
  • il Corso tecnico, i cui destinatari saranno i responsabili del laboratorio
  • il Corso su LibreOffice, curato in collaborazione con l’associazione LibreItalia

Bene.

Ed ora, come ricorderete, veniamo al finale del racconto.

Secondo voi come va a finire?

In coerenza con l’aforisma iniziale, io lo immagino senza dubbio così.

  1. Alcuni LUG italiani, meno “pigri” e più capaci tecnicamente, intuiscono la portata del progetto e capiscono (anche) di poter dare una mano alle scuole locali. Raccolgono dunque la sfida e si mettono in contatto con Emiliano Vavassori e Paolo Finardi del BgLUG, scrivendo a info@bglug.it. Si crea così un primo gruppo scelto e distribuito di LUG sul territorio nazionale (ma non solo LUG, le associazioni che si occupano di software libero sul territorio sono davvero tante!);
  2. nasce un blog per raccontare questa nuova avventura. Iniziano i lavori ed il Bergamo LUG trasferisce al gruppo iniziale le proprie competenze tecniche e metodologiche sull’implementazione del progetto. C’è un preciso e duplice obiettivo primario: creare una buona pratica di riuso replicando l’esperienza su una scuola del proprio territorio e, contemporaneamente, restituire al progetto originale i primi miglioramenti (arricchimento della documentazione tecnica, correzione di eventuali bug e apporto di miglioramenti tecnici al modello, aumento della maturità generale ecc.);
  3. il gruppo realizza i primi casi di successo distribuiti, grazie anche ad una delicata attività di supporto e coordinamento di Bergamo, documentando e condividendo le attività svolte nel blog, in modo che chiunque possa rimanere informato, quasi in tempo reale, dell’intero percorso;
  4. il progetto “linux va scuola” diventa best practice nazionale, pronto per essere replicato con semplicità grazie alla documentazione completa e libera, pubblicata dal progetto e dalle prime buone pratiche di riuso appena raccolte;
  5. qualsiasi scuola che abbia intenzione di realizzare a sua volta il progetto presso la propria sede può provare a farlo da sola, attraverso personale al proprio interno o con l’aiuto di  un’associazione locale o di genitori volenterosi, oppure può decidere di avvalersi del supporto esterno di professionisti, rivolgendosi al mercato (anche MePA – Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione) e trovando offerte per i servizi richiesti.

Il finale: in moltissime scuole ci ritroviamo dei laboratori liberi ed efficienti, per la gioia dei nostri figli e dei loro docenti (la rima è venuta casuale, tant’è che ironicamente la lascio così).

Fine della storia.

Per come la vedo io, ci sono due possibilità:

o si lascia questa bellissima esperienza isolata in provincia di Bergamo, oppure si sposa il progetto e si contribuisce, per poterne anche usufruire positivamente su altri territori e su altre scuole.

Quest’ultima ipotesi mi sembra né più né meno una coerenza con il vero spirito delle community e con l’essenza stessa delle associazioni di software libero, che infatti proprio ora sono chiamate a fare il primo passo in avanti. Arrivati con successo al punto 3 di cui sopra, è sicuro che il progetto non lo ferma nessuno.

Quindi che si fa? Si parte?

Io intanto coinvolgo il LUG di Perugia, e voi?

bglug-1024x683Andrea Castellani

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/04/26/alfabeto-open-n-nethserver/

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