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Innovazione digitale tra grandi sogni e piccoli incubi

7 ottobre 2016

despair-513529_1920È di questi giorni la notizia della nomina a “Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale” di Diego Piacentini, attualmente “Senior Vice President International” di Amazon. Secondo le dichiarazioni ufficiali il numero due del colosso di Seattle dovrà “dare una mano al Governo nell’accelerazione della trasformazione digitale del Paese e a contribuire a semplificare la relazione tra la Pubblica Amministrazione, i cittadini e le imprese”.

Non è in questa sede che vogliamo giudicare questa scelta, peraltro non priva di lati oscuri, dubbi e possibili conflitti di interesse, come già emerso chiaramente da diverse parti. La trasformazione digitale del Paese è un grande sogno che non può più aspettare di essere realizzato.

E intanto? Si va avanti, più o meno come sempre. Ad esempio l’Agenzia per l’Italia Digitale () – nata per fare sostanzialmente quanto chiesto ora al Commissario Straordinario, quindi di fatto commissariata –  pubblica bandi, tra cui quello “per il conferimento di n. 15 incarichi di collaborazione coordinata e continuativa da impegnare sui progetti dell’Area “Architetture, standard e infrastrutture” e nel Piano Triennale dell’ICT nella P.A.”.

Nell’avviso in questione troviamo anche diversi allegati: due sono in formato .pdf, due in formato .doc.

schermata-2016-10-06-alle-09-49-29Il primo dei due file .pdf contiene l’intero testo dell’avviso, redatto verosimilmente con una qualche versione di Microsoft Word (dato che incorpora la serie di font Calibri) e quindi convertito in pdf con il software (libero) PDFCreator. L’altro file pdf contiene la determinazione, o meglio una scansione di bassa qualità della stampa cartacea della determinazione, probabilmente stampata apposta per essere firmata (a penna) dal direttore dell’AgID Samaritani. Ormai l’abbiamo imparato: per la Pubblica Amministrazione, anche nelle sue propaggini statutariamente votate alla modernizzazione digitale del Paese, il documento “è” il foglio, l’originale è il pezzo di carta – possibilmente con timbro e firma del dirigente di turno che ne sancisca l’originalità – anziché il contenuto. Per la cronaca il file ci dice anche che negli uffici dell’Agenzia usano delle Xerox WorkCentre 5875 (costo: circa 18.000 euro iva esclusa) per ottenere scansioni come quelle, che è un po’ come andare a far la spesa con la Ferrari.

Degli altri due file c’è ben poco da dire:

  • sono nel formato chiuso e proprietario creato da Microsoft e utilizzato come formato predefinito di Microsoft Word fino alla versione 2003. Da MS Office 2007 in poi fu sostituito da OOXML (estensione .docx per i file creati da Word), uno standard per modo di dire;
  • uno dei due non è altro che il file sorgente della stessa determinazione stampata, firmata, scansionata e convertita in pdf di cui abbiamo detto prima. Quello che per la PA è l’originale in realtà è una copia (o meglio una pessima fotografia autografa realizzata con una costosissima “macchina fotografica”) di questo file, che è letteralmente l’originale, alla quale hanno aggiunto a mano numero, data e firma;
  • l’altro è il modulo da compilare per presentare domanda di partecipazione al concorso in questione. Oltre ad usare un formato chiuso e proprietario, utilizza anche la font Calibri di cui abbiamo già parlato: vuol dire che può essere correttamente visualizzato sostanzialmente solo da utenti di Microsoft Word, che hanno preinstallata la font suddetta. D’altra parte “Se si desidera condividere file di Microsoft Office Word, PowerPoint o Excel con altri utenti, è necessario conoscere i tipi di carattere  nativi della versione di Office in uso. Se il tipo di carattere non è nativo, è necessario incorporarlo o distribuirlo insieme al file di Word, alla presentazione di PowerPoint o al foglio di calcolo di Excel. Questa operazione può a volte rivelarsi complessa perché numerosi tipi di carattere sono protetti da leggi sul copyright e alcuni contratti di licenza di tipi di carattere consentono di incorporare il carattere, ma impediscono ad altri utenti di modificare il file”. Non lo diciamo noi, lo dice Microsoft qui. Dunque gli utenti dei prodotti Microsoft, che hanno Office e la font Calibri installata, lo vedranno nella formattazione voluta dall’autore, mentre gli altri lo vedranno più o meno così:

schermata-2016-10-06-alle-09-51-10-768x422Non è tutto: i due documenti in formato .doc sono stati redatti usando versioni di Microsoft Word 2007 o successive, per le quali il formato di salvataggio dei file di dafault è OOXML. Sono stati quindi volutamente salvati in un formato chiuso, proprietario e obsoleto quale è il formato .doc. Il motivo davvero supera tutti i nostri più fantasiosi tentativi di comprensione.

Dite voi se è questa la condotta che vi aspettereste da un Ente espressamente creato per sovrintendere all’opera di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione; dite voi se questa è la che ci aspettiamo – che il resto del mondo si attende – da uno dei Paesi più industrializzati del mondo; dite voi se invece esiste un modo migliore, più coerente, aperto, inclusivo (e alla fine anche più economico) di fare le cose.

È vero: il comma 2 dell’Art.68 del CAD, che imponeva alle PA “l’interoperabilità e la cooperazione applicativa, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 28 febbraio 2005, n. 42” e “la rappresentazione dei dati e documenti in più formati, di cui almeno uno di tipo aperto, salvo che ricorrano peculiari ed eccezionali esigenze” è sparito (perché?) nella revisione operata dal Decreto Legislativo n.179/2016, ma non per questo interoperabilità ed apertura, per quanto sgradite a qualcuno, sono diventate fuori legge.

In fin dei conti la nomina del Commissario Straordinario potrebbe addirittura non essere il maggiore dei problemi di questo Paese.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/10/07/innovazione-digitale-tra-grandi-sogni-e-piccoli-incubi/?platform=hootsuite

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Linux Day 2016 a Fermo

6 ottobre 2016

Sabato 22 ottobre, in occasione del sedicesimo Linux Day, giornata nazionale promossa da Italian Linux Society a sostegno di GNU/Linux e del Software Libero, il FermoLUG organizza, presso il  MITI, Museo dell’Innovazione e della Tecnica Industriale, via p. Serafino Marchionni (mappa):

 

LINUX DAY 2016

 

 

Programma

16:00 – Cose che abbiamo fatto (Paolo Silenzi, Franco Mannocchi)
16:20 – Linux nelle scuole (Massimo Ciccola)
17:00 – Impara LaTeX e mettilo da parte (Daniele Liciotti)
17:40 – Pausa
17:50 – Quale scrivania? L’eterno dilemma… (Franco Mannocchi)
18:20 – FreeCAD, il CAD 3D libero (Marco Alici)
18:50 – Introduzione allo sviluppo di Android: da Java alle app di GATTINI (Andrea Colangelo)

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La ceralacca digitale

30 settembre 2016

seal-1463911_1280C’è gran fermento nella scuola italiana. O almeno così sembra. Da quando è stato varato il Piano Nazionale per la Scuola Digitale (PNSD) non c’è consiglio d’istituto dove non compaiano a verbale almeno una tra le parole “coding”, “innovazione”, “skills”, “framework” o “tecnologia”. E questo è indubbiamente un bene, segno che qualcosa si muove. A volte in modo maldestro e impacciato, ma si muove. D’altra parte per imparare a correre bisogna aver imparato prima a camminare e per imparare a camminare abbiamo prima imparato a gattonare.

Qualche giorno fa il ha pubblicato un bando per la realizzazione di Curricoli da parte delle istituzioni scolastiche ed educative statali, favorendo esperienze di progettazione partecipata, al fine di creare, sperimentare e mettere a disposizione di tutte le scuole nuovi Curricoli Didattici innovativi, strutturati, aperti e in grado di coinvolgere la comunità scolastica allargata, con uno stanziamento di oltre 4 milioni di euro di montepremi.

“L’Avviso che pubblichiamo oggi ha un contenuto altamente innovativo” ha prontamente dichiarato il ministro Giannini a commento dell’operazione che mira ad incentivare le scuole a produrre contenuti formativi – sia nella forma che nella sostanza – su temi come la cultura (ma anche arte, economia, imprenditorialità) digitale, STEM, big e open data e formazione all’uso dei media digitali.

Per maggiori informazioni sul “contenuto altamente innovativo” dell’avviso rimandiamo alla relativa pagina web del sito del MIUR. Ma più che dei contenuti, la nostra attenzione ai dettagli ci porta qui soprattutto a parlare della forma, ahimè abbastanza poco innovativa, in cui questo avviso è stato pubblicato. Si tratta infatti di un file in formato PDF che anziché contenere il testo contiene la scansione bitmap delle pagine del documento.

Qualcuno ha quindi scritto il testo con un elaboratore di testi, poi l’ha stampato su carta e inserito in una fotocopiatrice-scanner per ottenere questo risultato finale. Più verosimilmente si tratta di una procedura automatizzata comune anche ad altri Ministeri, dal momento che il PDF contiene in testa alla prima pagina elementi (stavolta testuali) di codifica del documento.

In ogni caso qualcuno, evidentemente non molto in linea con il suo “contenuto altamente innovativo”, è stato comunque tanto zelante da richiedere che il Direttore Generale Simona Montesarchio firmasse a mano (con la penna) in calce al documento, ma anche – non si sa mai, è più sicuro! – nell’angolo di ognuna delle altre sei pagine, come usava nel secolo della carta (no, niente timbro su ceralacca, presumibilmente troppo difficile da riprodurre in fotocopia).

pag1-2Evidentemente per qualcuno al Ministero, ancora oggi, nel 2016, il documento “è” il foglio, la sostanza è il pezzo di carta anziché il contenuto. Altrettanto evidentemente il Direttore Generale Montesarchio – classe 1978, laurea con lode in giurisprudenza e patente europea del computer ECDL – non avrà trovato nulla da eccepire sulla pubblicazione online di un documento ufficiale in questa forma: pesante quasi 4 MB (almeno cento volte più di un equivalente file PDF in modo testo) ed utile solo ad essere letto con gli occhi. Perché la certificazione ECDL dovrebbe abilitare a sapere che un PDF bitmap non può usarsi per fare ricerche di testo utilizzando le funzioni proprie di tutti i lettori di PDF (cosa vuoi cercare in un foglio che contiene un’immagine bitmap anziché parole?) e non può essere indicizzato; in un PDF bitmap non puoi cliccare sui link alle pagine web o sugli indirizzi e-mail; di un PDF bitmap non puoi utilizzare parti di testo da copiare e incollare nei tuoi documenti di testo, nei progetti, nei messaggi che docenti e animatori digitali si scambiano attraverso i social network.

Come possiamo realisticamente parlare di “scuola digitale”, “contenuti altamente innovativi”, “qualità, integrità e circolazione dell’informazione”, “lettura e scrittura in ambienti digitali e misti” (tutte espressioni di cui è pieno il PNSD) se non siamo capaci di mettere in rete un documento in modo appropriato? Che tipo di formazione all’uso delle tecnologie informatiche possiamo ragionevolmente aspettarci per i nostri figli da chi si mostra come minimo altrettanto bisognoso di formazione? Quale “pensiero computazionale” possiamo apprendere in un contesto che, nonostante gli sforzi d’intenzione (o di facciata) quotidianamente si dimostra – salvo rare eccezioni – ancorato a schemi mentali analogici e a formalismi burocratici di stampo medievale?

Il minimo che possiamo aspettarci, in questi casi, è che il livello qualitativo della base sia quantomeno allineato a quello dei vertici. A titolo di esempio basta fare un giro sul gruppo Facebook degli Animatori Digitali per rendersene conto di persona.

esperto-ms_cropMarco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/30/la-ceralacca-digitale/?platform=hootsuite

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C’era una volta Piero Calamandrei

26 settembre 2016

schermata-2016-09-19-alle-10-23-20 è uno dei Padri della Costituzione della Repubblica Italiana. Era un professore, e in quanto tale era molto attento ai problemi della scuola.

L’11 febbraio 1950, ovvero 66 anni or sono, Piero Calamandrei ha fatto un discorso a difesa della neutralità della scuola che è particolarmente attuale, alla luce di un recente annuncio da parte del .

Rileggiamo le parole di Piero Calamandrei:

La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’articolo 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti.

La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”.

E l’articolo 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni […].

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta […].

La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito […].

Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.

Oggi, il problema non è rappresentato da una scuola che è espressione di un partito, ma di una scuola che rischia di diventare espressione di un’azienda e delle sue tecnologie (e purtroppo è già pericolosamente vicina a esserlo, con preoccupanti ripercussioni non solo sulla cultura digitale degli studenti ma anche sull’indipendenza tecnologia del nostro Paese).

Un paio di esempi, per evitare di essere accusato di catastrofismo:

1. All’interno del progetto LibreOffice, la comunità italiana – rappresentata da Associazione LibreItalia – è di gran lunga la più numerosa e la più attiva, ma è anche quella che esprime il minor numero di sviluppatori (perché si parla di sviluppo basato su strumenti open source, che non sembrano essere molto popolari tra gli studenti italiani).

In Turchia, un gruppo di studenti dell’Università di Ankara non solo contribuisce regolarmente allo sviluppo di LibreOffice, ma sta addirittura pensando alla creazione di una startup focalizzata sullo sviluppo di software open source. E questo è solo un esempio di quello che può succedere quando gli studenti hanno un approccio “neutrale” alle tecnologie.

2. La maggior parte degli acquisti di software proprietario in Italia vengono fatturati in Irlanda, perché le centrali di distribuzione dei grandi vendor sono tutte in quel Paese in virtù di un regime fiscale estremamente favorevole. In questo modo, solo una minima percentuale del costo del software – quella che equivale alle commissioni di vendita – rimane in Italia, mentre tutto il resto va all’Estero (a finanziare acquisizioni come quella di LinkedIn, che non portano nemmeno un centesimo in Italia).

Al contrario, qualsiasi installazione di software open source – comprese quelle in cui è previsto l’acquisto di un “abbonamento” al servizio – lascia una percentuale superiore al 50% del fatturato nel Paese di origine in quanto la maggior parte dei servizi viene erogata da aziende locali.

Eppure, stando ai commenti, l‘accordo siglato dal MIUR con è del tutto normale, probabilmente perché la maggior parte degli utenti è talmente “diseducata” da avere una percezione del tutto distorta del suo significato. E’ come se la definizione dei programmi scolastici di scienze della nutrizione venisse affidata a McDonald’s, e ho detto tutto…

Italo Vignoli

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/26/cera-volta-piero-calamandrei/?platform=hootsuite

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La giustizia civile in duplice copia (cartacea)

23 settembre 2016

Che mi si prenda per una scimmia” pensava il giudice col fiato corto
“non è possibile, questo è sicuro”. Il seguito prova che aveva torto.

(Il Gorilla, G. Brassens, adattamento italiano di F. De André in Volume III, 1968)

schermata-2016-09-21-alle-15-50-50L’altro giorno incrocio Mario (nome di fantasia), che fa l’avvocato civilista. Camminava a passo svelto, scuro in volto.

Dove vai?

Devo andare in cancelleria a fare delle copie da depositare in cancelleria.

Non sono sicuro di aver capito: ma il Processo Civile Telematico?

Vieni con me, ti racconto tutto. Nel secolo scorso, più esattamente nel 1997, venne promossa ed iscritta una procedura esecutiva immobiliare nei confronti di tre debitori, che chiameremo Tizio, Caio e Sempronio. La procedura restò per anni in attesa di fissazione della prima udienza, e verrà istruita solo a partire da questo secolo, più esattamente nel 2014.

Una giustizia lampo, insomma.

Questo è niente! Due anni dopo, nel 2016, il Giudice dell’Esecuzione rileva che i beni pignorati a Tizio risultano in comproprietà con la moglie.

Un problema, immagino.

Esatto. Non potendosi procedere alla separazione in natura e non avendo la comproprietaria manifestato interesse all’acquisto della quota pignorata, il Giudice dell’Esecuzione dispone – correttamente – che si proceda alla divisione degli immobili pignorati a Tizio, sospendendo la procedura esecutiva solo con riguardo a Tizio stesso, e disponendo la sua prosecuzione con riguardo a Caio e Sempronio.

Che si fa in questi casi?

Procedere a una divisione presuppone che si iscriva un procedimento nelle forme del rito ordinario in una cancelleria – quella del contenzioso ordinario – diversa da quella ove è aperto il fascicolo dell’esecuzione (cancelleria delle esecuzioni immobiliari). Due procedimenti che tuttavia si svolgono in concreto dinanzi allo stesso giudice, il Giudice dell’esecuzione funzionalmente competente anche per la divisione ex art. 181 disp att cpc.

Per carità, lascia stare gli articoli, credo di aver capito: altro procedimento, stesso giudice. E poi?

Il Giudice dell’esecuzione rinvia dunque il processo esecutivo all’udienza del 17.03.2017 ore 11.30 per gli adempimenti riguardanti Caio e Sempronio e contestualmente fissa per la comparizione dinanzi a sé, in veste di giudice istruttore della divisione dei beni di Tizio, l’udienza del 17.03.17 ore 12 (stesso giorno, una di seguito all’altra), invitando la parte più diligente “all’iscrizione a ruolo civile contenzioso della causa di divisione (attività da compiere presso la cancelleria civile) […] mediante deposito della copia notificata della presente ordinanza e di copia dell’atto di pignoramento” e al “deposito, nel fascicolo della causa di divisione, di copia dell’istanza di vendita, della documentazione ipotecaria e catastale depositata nel fascicolo della procedura esecutiva e della relazione di stima dell’esperto effettuata nella procedura esecutiva”.

Eh? Praticamente chiede a te di depositare in una cartella una copia dei documenti che tiene lui nell’altra cartella!

Più o meno. Un autentico paradosso all’epoca del .

Ecco, io avrei usato un altro termine.

Sebbene il Giudice dell’Esecuzione andrà a trattare lo stesso giorno in orario consecutivo di mezz’ora i due fascicoli, quello dell’esecuzione immobiliare e quello della divisione, una delle parti si dovrà prendere l’impegno di depositare nel fascicolo della divisione una corposa documentazione da estrarre dal fascicolo dell’esecuzione. Trattandosi peraltro di documentazione ovviamente prodotta in cartaceo nel fascicolo dell’esecuzione aperto nel 1997, e dunque non presente nel suo fascicolo telematico ( era, rimane), l’estrazione dovrà necessariamente avvenire a mezzo di fotocopiatura, con oneri per la parte, ma anche per la cancelleria.

Soldi del contribuente, quindi. Spesi per fare delle fotocopie di documenti che stanno in un fascicolo, da mettere in un altro fascicolo solo perché si archiviano in due stanze diverse. Fascicoli che poi, lo stesso giorno, usciranno ognuno dalla sua stanza per andare in mano allo stesso giudice, uno sopra l’altro sulla stessa scrivania.

D’altra parte, dopo aver richiesto e ritirato tanta carta, può escludersi che l’avvocato vada ad iscrivere la procedura di divisione in modalità telematica, presupponendo il deposito di tali documenti una lunga e complessa scansione delle fotocopie.

Ma non si potrebbe richiedere una copia digitale della documentazione cartacea?

Eh?

Dicevo: dal momento che si devono fare delle copie, non si potrebbero avere in PDF anziché su carta? No, perché sulla fotocopiatrice si preme sempre lo stesso tasto, solo che…

Eh?

No, niente.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/23/la-giustizia-civile-in-duplice-copia-cartacea/

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Cos’ha comprato Microsoft?

17 giugno 2016

6717267977_30e38b773e_bAppena uscita, la notizia ha fatto subito il giro del mondo: ha annunciato – a cose fatte – di aver comprato Linkedin. Costo dell’operazione: poco più di 26 miliardi di dollari. In contanti. 26 miliardi di dollari sono un po’ più dell’1% del PIL dell’Italia, il doppio del PIL dell’Albania, una volta e mezzo il prezzo pagato nel 2014 da Facebook per Whatsapp.

Sulle motivazioni strategiche di questa acquisizione si è già detto: Microsoft sta progressivamente disinteressandosi del mercato desktop e dell’utente domestico, accrescendo le sue attenzioni verso il mondo delle imprese e delle organizzazioni, e è il maggiore social network orientato al mondo del lavoro. Non ci compete nemmeno fare analisi economiche per capire se è uno strumento così tanto prezioso da valere 26 miliardi di dollari o se Microsoft ne aveva così tanto bisogno per il suo business da essere disposta a spendere qualunque cifra (e comunque stiamo tranquilli: se anche fossero soldi buttati, Microsoft non finirà sul lastrico per questo. Notizia, anche questa, tutta da meditare).

La domanda che ci poniamo è un’altra: cosa ha comprato Microsoft esattamente? Un’azienda con oltre 1500 dipendenti? Certamente. Un’infrastruttura hardware e software di tutto rispetto? Anche. Uno strumento per integrare nuove funzionalità da proporre ai propri clienti di prodotti per la produttività? Senz’altro. Ma davvero tutto questo vale da solo un punto di PIL italiano, o due PIL albanesi eccetera? Probabilmente con un decimo di quella cifra si sarebbe potuto mettere in piedi un’azienda e un’infrastruttura hardware e software di pari livello. Dunque dev’esserci dell’altro, e infatti c’è: con Linkedin Microsoft ha comprato anche (soprattutto?) i suoi 400 (quattrocento) milioni di utenti, che sono più degli abitanti degli USA, un terzo degli abitanti della Cina. Quattrocento milioni di profili, che sono dati anagrafici, curriculum, informazioni lavorative, ma anche dati aziendali, abitudini, interessi individuali e di gruppo e quant’altro possa esserci dentro al profilo utente di un social network. In altre parole: informazioni sulle persone. O meglio, informazioni su quattrocento milioni di persone. Poco importa che solo un quarto siano utenti attivi, l’attività non è tanto importante quanto le informazioni personali, materiale su cui Zuckerberg ha costruito la sua fortuna patrimoniale e il suo potere. Che siano le informazioni a giustificare la spesa?

Certo, un utente che si era iscritto a Linkedin dando i suoi dati a un’azienda, di fatto li sta consegnando nelle mani di un’altra. A sua insaputa, peraltro. Non è la prima volta che succede: è accaduto agli utenti di Whatsapp, ma anche a quelli di Skype, di Instagram, e di chissà quanti “luoghi” in cui siamo entrati. Né sta a noi dire se la cosa sia buona o cattiva: di certo come utenti – “basic”, ma soprattutto “premium”, che pagano – avremmo il diritto di essere, se non proprio interpellati, almeno informati. Possibilmente prima degli azionisti. O è chiedere troppo?

(foto di Luca Biada Flickr, CC-BY 2.0)

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/17/cosha-comprato-microsoft/

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Software libero al “Villaggio dell’Infanzia”

7 aprile 2016

Dopo alcuni anni di assenza, il 7 e 8 maggio Grottazzolina (FM) tornerà ad essere il “Villaggio dell’Infanzia”. Grazie all’impegno organizzativo dell’associazione “Arte Per Crescere”, per due giorni il piccolo centro dell’entroterra fermano sarà invaso dai bambini e da intere famiglie: “Faremo trascorrere due giornate tra laboratori, attività in strada, concerti, spettacoli e formazione per genitori, educatori ed insegnanti”, spiega Katy Nataloni, referente dell’Associazione. “Ci sarà un convegno importante con il Garante per l’Infanzia, nel quale si parlerà della tutela del bambino e del ruolo del futuro educatore legato alla riforma della Legge 107, che verrà presentata dalla Senatrice Francesca Puglisi; si parlerà di formazione specifica dell’educatore, all’interno della quale siano incluse anche le arti e altri linguaggi di comunicazione. Toccheremo anche il tema della sicurezza a scuola da zero a 6 anni, poi una serie di workshop formativi legati a varie tematiche.”

In questo contesto ci sarà posto anche per l’informatica e il software libero e open source. Infatti, sebbene gli strumenti informatici siano oggi alla portata di tutti fin dalla più tenera età, tuttavia manca, in generale, la consapevolezza necessaria alla scelta degli strumenti giusti e l’educazione al loro corretto utilizzo.

Per questo il FermoLUG, con il patrocinio di LibreItalia, sarà presente domenica 8 maggio con uno spazio espositivo dove si imparerà a crescere a pane e software libero. In questo spazio sarà possibile conoscere la storia e i valori alla base della nascita di importanti progetti open source, come la condivisione della conoscenza, la collaborazione e l’importanza delle comunità che si occupano del loro sviluppo.

Verranno messi a disposizione dei computer con diverse versioni del sistema operativo GNU/Linux, dove chiunque potrà toccare con mano la facilità d’uso, comprendere la sicurezza del sistema (che rende inutile, per esempio, l’uso di programmi antivirus), vedere la quantità e qualità di programmi – liberi, a sorgente aperto e senza costi di licenza – a disposizione per i bambini e per tutta la famiglia: apprendimento, gioco, navigazione web, posta elettronica, videoscrittura e produttività individuale. Ci sarà anche la possibilità di conoscere Raspberry Pi, il famoso mini-computer economico nato in Inghilterra proprio per favorire l’insegnamento dell’informatica, della programmazione e dell’elettronica di base nelle scuole. Infine si potrà entrare nel mondo della stampa 3D attraverso il progetto RepRap che, grazie allo sviluppo di stampanti 3D open source, ha reso questa tecnologia alla portata di tutti contribuendo a quella che autorevoli analisti hanno chiamato “la terza Rivoluzione Industriale”.

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.libreitalia.it/software-libero-al-villaggio-dellinfanzia/

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