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Scrivere la tesi: linee guida (dritte e storte)

10 giugno 2016

graduation-879941_1920La scrittura della tesi di laurea non sarà certo la prima esperienza di elaborazione digitale di testi, ma probabilmente è la più importante per molti studenti. Si comincia ormai fin dalla scuola primaria con ricerche e tesine individuali o di gruppo. Eppure, arrivati alla fatidica soglia, si arriva ben presto a chiedersi: come devo presentare la mia tesi? Come devo formattare la mia pagina? Che devo/posso usare? Che formato di file?

Almeno da questo punto di vista era tutto più semplice ai tempi della macchina da scrivere: gli unici parametri da definire erano il numero di caratteri per riga e il numero di righe per pagina e i rapporti tra tesista e erano regolati dallo scambio di copie cartacee. Non è molto, a dire il vero, per poter rimpiangere i “vecchi tempi”.

Gli strumenti informatici oggi a disposizione concedono grandi libertà di gestione del testo e di scelta della veste grafica ma soprattutto permettono lo scambio dei file e una gestione delle informazioni – nello spazio e nel tempo – impensabile nel secolo scorso.

Proprio per cercare di mettere un po’ d’ordine in tutti questi aspetti molti atenei propongono ai laureandi delle linee guida relative sia all’aspetto finale dell’elaborato, sia al formato di file per lo scambio con i docenti e con l’ateneo stesso.

Diciamolo subito: non sarebbe male se il MIUR emanasse delle linee guida sulle linee guida. In mancanza di specifiche generali ogni università si è data le sue regole, più o meno precise, più o meno stringenti, e anche più o meno facili da trovare all’interno dei rispettivi siti web istituzionali. Addirittura in alcune università le indicazioni variano da una facoltà all’altra: a Medicina la tua tesi dev’essere così, a Giurisprudenza dev’essere cosà, se fai Ingegneria sei pregato di contattare il docente…

Ciò detto, in questa sede abbiamo cercato piuttosto di chiederci: quanto sono “open” queste linee guida?

Da quanto premesso emerge l’impossibilità di una risposta univoca. Bisognerebbe piuttosto valutare caso per caso. Per questo abbiamo scelto solo due esempi che ci sembrano interessanti per almeno due motivi: il primo è che si tratta di due grandi università, il secondo è che si collocano agli antipodi rispetto all’utilizzo di software libero e aperti. Si tratta dell’Università di Roma La Sapienza e del Politecnico di Torino.

Sapienza Università di Roma

La pagina web contenente le informazioni in questione non è facile da trovare. Dal titolo sembra solo l’indicazione di “come applicare il logo sulla tesi”, ma in realtà contiene tutte le informazioni che servono, compresi file già pronti da scaricare per essere usati ed esempi di copertina e frontespizio. Peccato però che:

  • il logo è fornito come file vettoriale, ma in un formato proprietario, precisamente il formato .ai dei file di Adobe Illustrator;
  • i modelli di file da usare per redigere la tesi sono anch’essi in formato proprietario, precisamente il formato .doc dei file di Microsoft Word fino alla versione 2003. Dunque un formato proprietario, chiuso, obsoleto e, ad essere pignoli, anche improprio: infatti non si tratta di file modello, che per Microsoft Office sarebbe il formato .dot, ma di semplici documenti vuoti. La differenza non è abissale, ma siamo pur sempre in una delle più prestigiose università italiane, un po’ di precisione non guasterebbe;
  • Dulcis in fundo (letteralmente, essendo in fondo alla pagina) viene testualmente raccomandato: “i caratteri da utilizzare per l’interno della tesi sono Arial per i titoli e Palatino Lynotipe per i testi”. Entrambi sono font proprietari, generamente forniti con i prodotti Microsoft (sistemi operativi Windows, ma anche applicativi come Office).

Delle due l’una: o tacitamente si assume che tutti gli studenti dell’ateneo romano utilizzino computer con sistemi operativi Microsoft Windows e abbiano una licenza di Microsoft Office e addirittura di Adobe Illustrator, oppure i formati dei file proposti sono considerati come degli standard. Peraltro altrove sembrerebbe invece che l’università regali agli studenti l’accesso a prodotti Google. Nessuna di queste ipotesi ci entusiasma.

Politecnico di Torino

Dal sito dell’ateneo, navigando attraverso il menù “didattica e studenti”, “servizi per gli studenti”, “proposte tesi” si trova la voce “saper comunicare”, da dove è possibile scaricare un interessante e completo manuale in formato PDF che introduce alla scrittura tecnico-scientifica trattandola in tutti i suoi aspetti. In particolare il capitolo 4 è interamente dedicato agli aspetti più tecnico-grafici, a partire dalla scelta dei programmi di scrittura. Da subito viene spiegato che “Indicare qui uno o più programmi per la composizione della tesi sembra voler fare réclame a questo o a quel programma, ma non è così; il problema è correlato ad un elemento del tutto nuovo rispetto al passato. Questo elemento del tutto nuovo è costituito dall’archiviazione elettronica”. La ratio del testo è che all’università interessa che la tesi venga consegnata in formato PDF/A, standard ISO pensato per l’archiviazione a lungo termine dei documenti, indipendentemente dagli strumenti utilizzati per ottenerlo, dei quali – sia comerciali che liberi – peraltro viene dato un elenco molto esauriente. Inoltre si specifica che “se non è detto diversamente nella precedente descrizione, vuol dire che il programma citato è disponibile per tutte le principali piattaforme di elaborazione, in particolare con i vari sistemi operativi della MicroSoft, con i sistemi Mac OS X, e con le varie incarnazioni dei sistemi Linux”. Della serie: usate ciò che volete, basta che ci date un file PDF/A.

Quello che deve essere chiaro al tesista è che “la tesi […] non può essere consegnata al momento di iscrizione all’esame di laurea in un formato qualsiasi, sia esso DOC, ODT, PS, RTF, o altri formati più o meno esoterici liberi o proprietari; nemmeno il formato PDF di per sé ha il formato giusto, se manca delle altre piccole modifiche e aggiunte a cui si accennava sopra. Anche il formato PDF deve essere scritto con la versione PDF-1.4 e non sono accettabili né versioni precedenti né versioni successive, perché così prescrive la norma ISO”. Della serie: lo standard prima di tutto, siamo o non siamo un politecnico?

Il testo, che merita di essere letto integralmente, eccelle per l’attenzione alla neutralità rispetto agli strumenti utilizzati e l’attenzione al rispetto degli standard aperti: chi lo legge ha la netta sensazione di poter scegliere liberamente la strada da percorrere per raggiungere l’obiettivo finale, definito comunque in maniera molto precisa e dettagliata.

Della serie: la libertà prima di tutto.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/10/scrivere-la-tesi-linee-guida-dritte-storte/

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Le macro di Office: un male necessario?

3 giugno 2016

keyboard-932370_1280Alzi la mano chi usa abitualmente per lavoro o per diletto. Tra questi, alzi la mano chi ha usato almeno una volta una . Chi non sa rispondere a quest’ultima domanda, e magari non ha idea di cosa sia una , è probabile che non ne abbia mai vista una, e molto probabile che non ne abbia mai usate a sua insaputa.

In pillole: una macro è una porzione di codice che viene eseguita in corrispondenza di certe condizioni (per esempio la pressione di un pulsante) per fare qualcosa (generare un file di testo, o una pagina html, o fare dei calcoli e molto altro). Per maggiori informazioni potete chiedere, ad esempio, a Wikipedia: se optate per la pagina in italiano, constaterete che il concetto di “macro” diventa quasi subito coincidente con quello di “macro di Office”, e sembra tutto molto bello ed utile; nella pagina in inglese, invece, il tema è trattato in maniera molto più generale e più completa, e troviamo persino un capitolo a parte, intitolato Macro virus, dove viene detto testualmente che VBA, il linguaggio di programmazione delle macro di Office, è facilmente utilizzabile per creare dei virus informatici, a causa della sua possibilità di accedere alla maggior parte delle chiamate di sistema di Microsoft Windows, cosa che può avvenire alla semplice apertura di un documento (che è appunto una tipica chiamata di sistema). Ad esempio scaricando sul vostro computer un bel CryptoLocker.

Le macro, come qualsiasi strumento, non sono né buone né cattive. Sotto certe condizioni, però, possono rivelarsi uno strumento pericoloso. Il fatto che le macro di MS Office siano uno strumento molto pericoloso non è un’invenzione di quei quattro rosiconi che sostengono il software libero, e nemmeno degli autori inglesi di Wikipedia. Lo dichiara Microsoft in questo articolo, dove già nel dicembre 2014 veniva constatato un aumento del numero delle minacce informatiche veicolate attraverso macro inserite in file di MS Office allegati ad email e si raccomandava la massima attenzione. Lo stesso concetto viene ribadito da Microsoft in quest’altro articolo del 22 marzo scorso:

“Il malware basato sulle macro è in aumento e ci rendiamo conto che sia un’esperienza frustrante per tutti. Per aiutare a combattere questa minaccia stiamo rilasciando una nuova funzionalità di Office 2016 che blocca le macro in alcuni scenari ad alto rischio”.

A parte la stranezza del fatto che i virus legati a macro di MS Office siano in aumento da anni ma nella pagina italiana di Wikipedia dedicata alle macro, che parla esclusivamente di macro di MS Office, non compaia mai la parola “virus” o un suo qualche sinonimo, il concetto sembra chiaro: le macro di Office sono uno strumento pericoloso, talmente pericoloso che non basta aver disabilitato l’esecuzione automatica delle macro come impostazione predefinita (ebbene sì: per molto tempo l’installazione di MS Office prevedeva come impostazione predefinita che una macro contenuta in un qualsiasi documento venisse eseguita automaticamente alla sua apertura, a prescindere), ma è risultato necessario inserire in Office 2016 uno strumento che conferisca all’amministratore del sistema il potere di impedire – in parte o del tutto – ad un utente di eseguire macro contenute in documenti di Office.

A dire il vero in molti ci avevano già pensato da soli.

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Se ancora qualcuno avesse dubbi sulla pericolosità delle macro di Office e sulle possibilità di intrusione che offrono, può dare un’occhiata qui per rendersi conto del grado di sofisticazione raggiunto dagli attacchi informatici a mezzo macro, soprattutto in relazione alla capacità di assumere le sembianze di documenti innocui e di sviluppare strumenti per eludere i controlli da parte degli esperti di sicurezza informatica.

La domanda finale da porsi è: davvero ci serve una macro in un documento di testo o in un foglio di calcolo? Esistono delle alternative, magari addirittura migliori, certamente più sicure, e sicuramente più libere, perché indipendenti dal programma e dal sistema operativo utilizzato?

A chi avesse risposto  alla prima domanda suggeriamo la lettura di questo articolo, e ricordiamo a tutti, compreso chi afferma che il formato OOXML è uno standard ISO, che un file OOXML contenente una macro sicuramente non è né standard, né sicuro.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/03/le-macro-office-un-male-necessario/

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Standard e open standard, il diavolo si annida nei dettagli

10 febbraio 2016

Magnifier“Sono uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo” – Principe Antonio De Curtis (in arte Totò)

Come il più noto commediante italiano, anch’io ho fatto la mia parte per servire la Patria in quel della Provincia Granda, anche se solo per qualche settimana. Lì ho imparato che senza gli 1, in ambito militare le cose si possono fare veramente difficili. Cominciamo con “Alfa, Bravo, Charlie, Delta, Echo, Foxtrot, Golf, Hotel, India, Juliett, Kilo, Lima, Mike, November, Oscar, Papa, Quebec, Romeo, Sigma, Tango, Uniform, Victor, Whisky, X-ray, Yankee, Zulu”. È l’ABC degli standard, anzi, lo standard dell’ABC. È l’alfabeto fonetico, standard NATO. Se non lo conosci a memoria, non puoi comunicare via radio; così è per quasi tutto quanto accade nella vita militare: se sei un militare non hai spazio per ambiguità. Dai gradi (per sapere chi comanda su chi) fino al calibro delle pallottole, tutto è standard.

“Standard”, effettivamente, viene dal francese antico “estandart” o “estandard”, stendardo, bandiera, che in effetti richiama i campi di battaglia e gli eserciti schierati in file ordinate. Ma sbaglieremmo a pensare che solo in ambito militare esistono standard. Come misuriamo il tempo dipende da uno standard, come scriviamo il tempo dipende da uno standard. Come misuriamo qualsiasi cosa dipende da uno standard. È importante ovviamente che le misure siano conosciute e che qualsiasi necessità di conversione tra uno standard e l’altro sia precisa e dichiarata, altrimenti succedono disastri. Se non dico che l’ora in cui fisso una conferenza telefonica corro al massimo il rischio di perdere qualche partecipante; ma se non dico che una pressione è in libbre per pollici quadrati e l’altro pensa che sia (come dovrebbe) in kilogrammi per metro quadro, succedono disastri ben peggiori. Nel 1999 il Mars Polar Orbiter si schiantò al suolo perché alcuni dati di volo vennero inviati in libbre/secondo invece che in newton/secondo, buttando a mare quasi 330 milioni di Dollari USA. La stessa cosa capiterebbe anche a noi se nell’aviazione non ci fossero centinaia di standard, da quelli di sicurezza a quelli sulla navigazione e ai sistemi di identificazione e atterraggio.

Quasi tutto ciò che facciamo, in realtà, si basa sugli standard. È standard la presa con cui colleghiamo il computer alla corrente, è standard la corrente, è standard la codifica dei file, è standard il cavo di rete, è standard la presa di rete (o se usiamo il Wi-Fi, è standard pure quello), è standard il protocollo che stabilisce la connessione e assegna l’identificativo Internet; tutta Internet, da un punto di vista logico, non è che una somma di standard. È standard il formato di file con cui scriviamo il documento che contiene questo articolo. Se guardiamo la televisione, via satellite (DVB), via satellite (DVBT) è tutto uno standard; se guardiamo un filmato su Youtube, pure quello è uno standard (anzi due, uno per il video e uno per l’audio, anzi, tre, uno per il contenitore, WebM, anzi quattro, perché il se e il come il filmato viene mostrato dipende da un altro standard, HTML).

C’è standard e

Chi fa gli standard? Fornire una risposta a questa domanda è praticamente impossibile. Abbiamo standard formali e standard informali (la posta elettronica e molti degli standard di Internet sono delle RFC, mai adottati formalmente e gestiti in larga parte dall’IETF). Esistono poi enti di standardizzazione formale “istituzionali” a livello nazionale (ad esempio UNI in Italia, DIN in Germania, BSI nel Regno Unito, ANSI negli Stati Uniti), a livello europeo (ETSI, CEN), e internazionale (ISO, ITU, IEC). E poi vi sono quelli su base consortile (OASIS, ECMA, Bluetooth, W3C). Un bel guazzabuglio.

Ma a noi, in questa sede, non importa più di tanto come gli standard sono formati e da chi (se non quando succede un problema, come vedremo poi con il famigerato OOXML). Ci importa sapere cosa accomuna gli standard. Tutti gli standard, ufficiali e formalizzati (de jure) o non ufficiali e informali (de facto) si caratterizzano per essere una norma, e infatti un sinonimo dell’attività di creazione degli standard è “normazione” e così si specificano gli enti che se ne occupano. Si tratta di un norma di per sénon cogente, se non quando vi fa espresso riferimento una legge o un atto normativo dello stato o internazionale. Gli standard vengono rispettati perché e in quanto sono diffusamente adottati e non adottarli comporta problemi difficilmente insuperabili. La norma diventa “cogente” se non posso fare altrimenti che seguirla, salvo trovarmi a mal partito (o peggio, violare la legge). Se entro in un ristorante francese e non so il francese, probabilmente non mangio, o corro il rischio di mangiare cose che non volevo.

Norma, dicevamo, dunque regola. Chi di solito fa le regole? Come nello sport, non è mai uno dei giocatori, o almeno non dovrebbe. E come seguire le regole se non le conosco? E mettiamo che le conosco, ma se una volta che le ho imparate, mi si cambiano le carte in tavola, e io non faccio in tempo a prepararmi, ma qualcun altro sì, perché lo sapeva prima? E se ancora, si impone di usare un pallone speciale, ma io non posso allenarmi con quel pallone, salvo poi trovarmelo in campo contro le altre squadre?

Le regole, devono essere fatte in un certo modo, altrimenti qualcuno è nei guai, e qualcun altro ci marcia. Entrano in campo gli standard veramente imparziali e non distorsivi, ovvero gli standard aperti. Siccome ci piace usare l’inglese “Open Standard”.

Standard Aperti

Non esiste una definizione di open standard. Quando si cerca di adottarne una, ci si trova un fuoco di sbarramento fatto di lobbying selvaggio, disinformazia, agenti doppi, non un quadro edificante. Lo dico per esperienza personale, per esserci entrato in occasione di OOXML (ci arriviamo, ci arriviamo…) e in occasione di vari dibattiti in cui si è tentato di trovare una definizione efficace, come nel caso dell’European Interoperability Framework, che in effetti adottò una formulazione quasi accettabile di open standard, e infatti quando si è passati alla versione 2, quella parte è stata rimossa perché contro di essa si sono mossi mari e monti.

Ma chi è intellettualmente onesto non può che rinvenire alcuni tratti fondamentali su cosa definisce uno standard aperto. A partire dal fatto che uno standard aperto è… aperto alla sua adesione da parte di tutti e non crea indebiti vantaggi o posizioni di dominio da parte di qualcuno su qualcun altro. Qui do alcune indicazioni su ciò che uno standard aperto debba rispettare, nella definizione che ho contribuito a fissare per FSFE

Uno standard è aperto quando è accessibile

Questa è facile. Lo standard è una norma, la norma deve essere conosciuta per essere osservata. Lo standard deve essere dunque pienamente conoscibile. Per cui deve essere compiutamente documentato. Gli standard non debbono completamente documentare tutto, ma quello che non documentano deve essere facilmente derivabile da altri standard. Anzi, gli standard devono riutilizzare gli altri standard, dove possibile, e non inventare nuovi modi per parti di esso che siano già standardizzate.

Corollario a questo principio è che uno standard non può fare riferimento a un prodotto, un servizio una tecnologia non standard, o peggio, proprietaria. Uno standard che dovesse indicare “fai questa cosa qui come la fa l’applicazione X del produttore M” non sarebbe uno standard aperto, e non sarebbe uno standard completo.

Tali documenti, poi, debbono essere resi “pubblici”. Ciò non significa che essi non possono essere coperti da copyright e ceduti sotto condizioni proprietarie: tali condizioni non debbono essere discriminatorie o eccedere i costi di formazione dello standard e di produzione del documento, ovvero costi nominali dell’opera. Se munirsi di una copia dello standard dovesse costare eccessivamente, solo chi ha sufficienti disponibilità economiche potrebbero accedervi. Se solo chi ha una qualifica particolare può accedere il documento, questo sarebbe discriminatorio. L’accesso pubblico significa “a chiunque sia disposto a pagare una ragionevole somma, non eccessiva, se richiesta, e senza che qualcuno possa opporre un rifiuto”.

Uno standard è aperto quando è gestito imparzialmente

La partecipazione alla formazione degli standard da parte delle imprese e degli altri operatori interessati è una elemento essenziale nella formazione degli stessi. Solo chi conosce un campo di applicazione può avere idea di cosa può essere standardizzato e come. Di solito si adottano le scelte operative più intelligenti dei primi che hanno affrontato il problema. Il principio base è dunque quello del raggiungimento di un consenso tra tutti gli operatori.

Uno standard “buono” è normalmente uno standard formato democraticamente, in cui tutti gli interessati hanno avuto modo di dire la loro e nessuno prevale in modo abnorme sugli altri partecipanti. In realtà questa non è una regola necessaria. Esistono buoni standard in cui la tecnologia è stata fornita unilateralmente da un operatore, il quale la ha compiutamente descritta in maniera standard (esiste uno standard su come si scrivono gli standard) e ha concesso a tutti il permesso di usare tale tecnologia. È il caso del PDF, che è stato “donato” da Adobe e formalizzato in uno standard ISO (ISO 19005). Qui la genesi non è certo imparziale, ma una volta che il formato è stato proposto come standard aperto, la conduzione ulteriore dello stesso è affidata a comitati tecnici in sede ISO, la cui partecipazione – come per tutti i comitati tecnici di ISO – è aperta a tutti.

Dunque, originalmente o successivamente a una “donazione”, lo standard è affidato a un ente imparziale, non legato o dominato da un attore dominante, ad accesso democratico.

Uno standard è aperto quando non discrimina

Uno standard dovrebbe essere il tecnologicamente neutro possibile, ovvero non privilegiare ingiustificatamente una piattaforma rispetto a un’altra, una tecnologia rispetto a un’altra, un’impresa piuttosto che un’altra, per quanto possibile. Dunque dovrebbe osservare un principio di prudenza nel non prevedere l’adozione di tecnologie esterne e non standard, o peggio, la necessità di ottenere il permesso da qualcuno per utilizzare tutta o parte della tecnologia necessaria.

Condizione necessaria e sufficiente per implementare uno standard dovrebbe essere necessario unicamente conoscere lo standard (e gli standard di riferimento sui cui lo stesso si basa). Il resto dovrebbe essere solo “delivery”.

Standard e brevetti: questo matrimonio non s’ha da fare (rinvio)

Siccome uno standard diventerà una norma, e soprattutto negli standard tecnologici più uno standard è utilizzato, più tende ad essere utilizzato (effetto di rete) a prescindere anche da quanto merito tecnico esso abbia, sono ovvie le interazioni tra standard e concorrenza. Pertanto, per quanto possibile, gli standard dovrebbero essere privi di condizioni legali che tendano a privilegiare le offerte di alcuni a scapito di altri, e soprattutto dovrebbero evitare quella che si chiama “patent holdup”, ovvero la posizione di supremazia di chi ha brevetti essenziali per l’implementazione di uno standard.2

E qui, sovente, casca l’asino. In difetto di una precisa politica che consenta l’utilizzo degli standard a tutti, indipendentemente dal modello di business e di licenze, occorre che vi siano chiare regole sia per chi contribuisce agli standard (dichiarare l’esistenza di propri brevetti, impegnarsi a licenziarli sotto determinate regole), sia per chi approfitta delle lacune o delle imprecisioni degli enti di standardizzazione per porsi in posizione di controllo, spesso identica a quella dei famigerati troll.

Questo è un campo di indagine molto complesso, che sospendiamo solo momentaneamente.

OOXML e altri orrori

OOXML è lo standard documentale XML spinto (per usare un eufemismo) da Microsoft. La storia è molto lunga ed è anche in certo modo la summa di ciò che non si dovrebbe fare in una standardizzazione. Lo standard serve a codificare i documenti di Microsoft Office in formato XML (altro standard).

Lo standard soprattutto evidenzia difetti in tutte le aree di cui ho parlato sopra, forse (e dico forse) con l’unica esclusione dell’interferenza di brevetti.

Andiamo in ordine sparso. Il primo peccato capitale è che si tratta di uno standard che viene adottato su proposta di una e una sola azienda, senza che vi sia una che sia una implementazione di esso che sia in qualche modo completa. E ciò non lo è stato per diversi anni. Soprattutto quando esiste un diverso standard (ISO IEC IS 26300 – ODF) per esattamente lo stesso dominio. Le buone pratiche vorrebbero che Microsoft si mettesse in gioco e spingesse perché tale standard evolva fino a coprire le esigenze non coperte dallo stesso. Invece lo rimpiazza con un secondo standard completamente nuovo.

Lo standard poi si limita a riflettere pari-pari il comportamento delle applicazioni di Microsoft, non a descrivere le funzioni in astratto e a risolverle in modo astratto e imparziale. Arriva persino a codificare gli errori, fenomenale fu quello di ripetere l’omissione dell’anno non bisestile negli anni zero dei secoli non divisibili per quattrocento, che è la modalità in cui si contano le date nel calendario Gregoriano (che è anch’esso uno standard: ISO 8601.3 Ciò solo per un bug mai corretto di Microsoft Excel.

Lo standard venne proposto con una procedura accelerata (“Fast Track”) nonostante ci fossero molte perplessità sull’esperibilità di tale procedura e in vari enti nazionali (ISO è un ente “federato” in cui partecipano gli enti nazionali, in Italia l’ente nazionale competente era Uninfo, in seno a UNI) si sollevarono centinaia di osservazioni, che vennero risolte in modo molto grossolano in un “Ballot Resolution Meeting” in quel di Ginevra, segno che lo standard doveva essere approvato più o meno ad ogni costo. Le stesse procedure nazionali lasciarono molti perplessi, me compreso. In Italia, ad esempio, nei mesi precedenti alla votazione, si osservò un’impennata di iscrizioni ad Uninfo a cui molti hanno attribuito un significato preciso: quello di un tentativo di modificare gli equilibri in gioco per far passare (o non passare, ma in misura assai minore) lo standard, al di là del suo merito tecnico. Lo standard stesso era composto da circa 6000 pagine, che probabilmente nessuno dei partecipanti (se mai qualcuno) ha letto integralmente.

Ma al di là di tali episodi, su cui ognuno manterrà le proprie opinioni, è il concetto stesso che si possa standardizzare a partire da un’applicazione singola per creare uno standard che non è condiviso, ma replica in maniera ossessivamente pedissequa ciò che fa un’applicazione, a detrimento di tutte le altre, a fare a pugni con la stessa concezione di standard. Il fatto che il principale sponsor di quello standard fosse una società che proprio in quel periodo era stata condannata per condotte abusive esattamente per la creazione di standard di fatto usati in modo anticoncorrenziale, anche se in ambiti non sovrapponibili, lascia alquanto perplessi circa tale standard.

Non che gli altri siano indenni da critiche. Lo vedremo nella prossima puntata.

  1. Per ulteriori letture in tema di standard, vedi i vari contributi su Techeconomy da parte, tra gli altri, di Italo Vignoli. Vedi anche di Simone Aliprandi “Apriti Standard”.
  2. Per un’ottima analisi, si veda Dolmans, Maurits (2010) ‘A Tale of Two Tragedies – A plea for open standards, and some comments on the RAND report’, IFOSS L. Rev., 2(2), pp 115 – 138 DOI: 10.5033/ifosslr.v2i2.46 con una mia introduzione.
  3. Per un’interessante disamina, se interessati, si può consultare la pagina di Wikipedia.

Carlo Piana

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/02/10/standard-open-standard-diavolo-si-annida-nei-dettagli/

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La Marca monomarca

1 febbraio 2016

FreedomLa scorsa estate aveva destato un certo scalpore la notizia secondo cui il Comune di Pesaro, dopo un primo passaggio (mai completato) all’utilizzo di OpenOffice come strumento di Office Automation, aveva deciso di tornare indietro e stipulare un accordo con per l’acquisto di licenze di Office365 per 600 postazioni di lavoro. Scalpore ma anche molte perplessità, perché si tratta di una scelta in netta controtendenza rispetto alle scelte di altri settori della Pubblica Amministrazione sia italiana (una su tutte la migrazione di 150.000 postazioni a LibreOffice in corso presso il Ministero della Difesa) che internazionale (una su tutte la scelta del governo del Regno Unito di adottare l’ODF come formato standard per la produzione documentale nella Pubblica Amministrazione), e anche per la poca chiarezza con cui un rapporto “indipendente” avrebbe dovuto dimostrare il risparmio conseguente alla scelta in atto.

Il 28 gennaio il sito Informagiovani del comune marchigiano riporta la notizia, pubblicata in precedenza sul sito dell’associazione Informagiovani, secondo cui Microsoft finanzierebbe 20 borse di studio per un corso di formazione, realizzato insieme a Tree e SkipsoLabs, denominato “CTO4STARTUP”. Il corso intende “formare i CTO (Chief Technology Officer) del futuro, in particolare quelli impegnati nella creazione di una startup, su contenuti tecnici e sulla gestione delle persone”. In realtà sembra trattarsi di 20 borse di studio per un corso da 20 posti: nessun altro, oltre ai 20 selezionati e pagati da Microsoft, potrà partecipare, neanche pagando di tasca propria.

In un’intervista a “Corriere Comunicazioni” Fabio Santini, direttore della divisione Direttore della Divisione Developer Experience and Evangelism di Microsoft Italia, illustrando il progetto spiega che “spesso il successo di una startup è strettamente legato non solo all’idea di base ma anche al valore dell’infrastruttura tecnologica che può sostenerne o meno la crescita” e anche che il corso intende “formare le professionalità adeguate per sostenere startup e aziende italiane nel proprio percorso di crescita, cogliendo le opportunità dei trend tecnologici, gestendo in modo sinergico i team e costruendo network di valore”.

Naturalmente nessuno può mettere in dubbio la qualità dell’offerta, né le competenze di chi la propone. Sarebbe come mettere in dubbio la competenza di Volkswagen in fatto di motori, o quella di McDonald’s in fatto di hamburger, o di Chiquita in fatto di banane. Ma se Volkswagen finanziasse un corso di motori destinato a giovani disoccupati, di che motori parlerebbe? Che esperti di motori formerebbe? Per costruire motori per chi? Su quanti tipi di hamburger ci formeremmo in un corso finanziato da McDonald’s? Quali metodi di coltivazione e raccolta delle banane impareremmo in un corso offerto da Chiquita?

È del tutto legittimo che un’azienda promuova i suoi prodotti come meglio crede, ma la “formazione” è una cosa diversa: ha a che fare con l’insegnare a pescare più che con il mettere a disposizione del pesce. Tanto più che oggi la tecnologia in generale e l’ICT in particolare hanno, a livello planetario, sempre più a che fare con strumenti , con formati standard, con concetti come l’interoperabilità, l’aderenza agli standard e la condivisione di informazioni, di dati, ma anche di conoscenza, E il software è conoscenza. Concetti lontani, al limite antitetici a quelli su cui Microsoft ha costruito la sua fortuna economica e la sua egemonia culturale.

Le persone, soprattutto le nuove generazioni, dovrebbero essere poste nelle condizioni di scegliere liberamente, di trovare la propria “frequenza di risonanza”. Come ha scritto il prof. Davoli, “Ogni studente ha proprie capacità e propri talenti innati, ha frequenze proprie di risonanza. Deve essere esposto a quanti più domini del sapere e metodologie sia possibile. Quando incontrerà una vibrazione simile ad una delle proprie frequenze inizierà a risuonare, e sarà l’inizio di una magnifica avventura”.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/02/01/la-marca-monomarca/

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Un canale Telegram LibreItalia

30 dicembre 2015

untitledDopo un primo periodo di test, possiamo presentare ufficialmente il nostro canale Telegram LibreItalia, che ci consente di inviare direttamente messaggi e file multimediali a tutti gli iscritti oltre che condividere notizie riferite alla nostra associazione, agli eventi che organizziamo e al mondo LibreOffice in generale.

A differenza delle chat private, il canale pubblico consente di vedere soltanto i messaggi senza possibilità di rispondere. Per ricevere le notizie LibreItalia è sufficiente iscriversi al canale tramite questo link oppure dallo smartphone cercando @libreitalia su Telegram.

Il nostro canale, al momento gestito dai soci Enio Gemmo e Giordano Alborghetti, rappresenta un’altra modalità di comunicazione delle nostre iniziative e un ulteriore modo per restare in contatto non soltanto con i nostri soci.

Un buon proposito per il nuovo anno è sicuramente quello di iscrivervi!

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.libreitalia.it/un-canale-telegram-libreitalia/

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Corso on line gratuito formazione formatori LibreOffice con Didasca

18 dicembre 2015

A partire dal 12 gennaio LibreItalia, in collaborazione con Didasca, organizza un corso on line gratuito di Formazione Formatori LibreOffice  che consentirà di apprendere le nozioni utili a poter diventare formatori LibreOffice. Il corso è rivolto a persone che hanno una conoscenza base di LibreOffice, che abbiano una prima esperienza da formatori e che vogliano approfondire questi due aspetti.

Il percorso, che si articola in 12 lezioni di 90 minuti ciascuna ogni martedì e venerdì con inizio alle ore 16, affronta i seguenti argomenti: introduzione al Software Libero, Writer, Calc, Impress e nozioni di Formazione Formatori. Le lezioni saranno erogate online, in modalità interattiva, tramite l’Auditorium Didasca e oltre che in tempo reale, potranno essere seguite anche in un secondo momento visto che saranno registrate.

L’ iscrizione al percorso LibreOffice 5 è libera e gratuita e va effettuata compilando l’apposito modulo on line entro e non oltre il 9 gennaio 2016.

Questa la scheda completa del corso.

Sonia Montegiove

 

Fonte: http://www.libreitalia.it/corso-on-line-gratuito-formazione-formatori-libreoffice-con-didasca/

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Caffè gratis…già pagato. Il diavolo si annida nei dettagli

1 dicembre 2015

Immaginate questa scena: la scuola dei vostri figli vi manda una circolare in cui si informa che la Provincia ha stipulato un contratto in base al quale tutti gli studenti potranno usufruire, gratis, di cialde di caffè (facciamo decaffeinato), cappuccino, cioccolata, thè, latte eccetera, di una nota e pregiata marca, e di una machinetta, utilizzabile dallo studente e dai membri della famiglia – fino a cinque – in comodato d’uso gratuito per tutto il corso degli studi, alla fine del quale la macchinetta verrà ritirata e le cialde eventualmente rimaste potranno essere solo guardate e annusate, ma non utilizzate. Immaginiamo che la Provincia abbia appaltato questo servizio spendendo 1.250.000 (unmilioneduecentocinquantamila) euro in tre anni, tutto regolare, trasparente e documentato.

Non avrebbero ragione, i genitori, ad arrabbiarsi con la Provincia per aver sperperato unmilioneduecentocinquantamila euro del contribuente (cioè soldi nostri) per un servizio di dubbia utilità e che di gratis non ha proprio niente? Non avrebbero ragione a protestare perché, magari, preferirebbero scegliere la marca del caffè e il modello della macchinetta anziché vedersi imporre un preciso modello di macchinetta e una precisa marca di cialde, per giunta incompatibili con la macchinetta che hanno già a casa, che invece usa un formato standard di cialde? Non avrebbero ragione ad indignarsi per la incomprensibile limitazione d’uso delle cialde rimanenti?

Adesso smettete di immaginare e sostituite le cialde e la macchinetta della nota marca con il pacchetto Office365 Plus Pro di , la vostra provincia con la Provincia Autonoma di Bolzano Alto Adige e la scuola dei vostri figli con l’Istituto Tecnico Economico in lingua tedesca “Heinrich Kunter” di Bolzano. Lasciate invariato tutto il resto, compresa la cifra di unmilioneduecentocinquantamila euro in tre anni. Tutto regolare, trasparente e documentato.

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Come è spiegato nella lettera, il servizio consiste in una licenza per l’uso di una casella di posta elettronica personale, di programmi del pacchetto Office365 e di spazio di archiviazione cloud. In pratica i ragazzi possono avere una mailbox a loro nome e possono scrivere le loro ricerche con MS Word e salvarle su uno spazio accessibile da internet. Finita la scuola i file potranno essere accessibili solo in lettura, e i programmi utilizzabili con funzionalità limitate.

Non avrebbero ben più ragione, i genitori, ad arrabbiarsi, protestare, indignarsi? Come si può promuovere un tale servizio come Kostenloses (gratuito) dopo aver speso tutti quei soldi?

Il decreto legislativo n.82/2005, meglio noto come “Codice dell’Amministrazione Digitale (C.A.D.), all’art.68 impone di scegliere soluzioni software dopo aver effettuato una valutazione comparativa delle diverse soluzioni disponibili sulla base dei seguenti criteri:

a)    costo complessivo del programma o soluzione quale costo di acquisto, di implementazione, di mantenimento e supporto;

b)    livello di utilizzo di formati di dati e di interfacce di tipo aperto nonché di standard in grado di assicurare l’interoperabilità e la cooperazione applicativa tra i diversi sistemi informatici della pubblica amministrazione;

c)    garanzie del fornitore in materia di livelli di sicurezza, conformità alla normativa in materia di protezione dei dati personali, livelli di servizio tenuto conto della tipologia di software acquisito.

Ora, per quanto ci si sforzi, risulta davvero difficile, in mancanza di informazioni in merito, immaginare una valutazione comparativa che renda accettabile una soluzione come quella scelta dalla Provincia di Bolzano, per quanto autonoma essa possa essere:

a)    come può una soluzione da  unmilioneduecentocinquantamila euro essere vincente dal punto di vista del costo complessivo?

b)    come può una soluzione che utilizza formati di dati di tipo proprietario essere preferibile ad una soluzione che utilizza formati di dati e di interfacce di tipo aperto?

c)    come può una soluzione di tipo SaaS (quale è Microsoft Office365) per il software e una soluzione di tipo cloud per l’archiviazione dei dati (e delle email) essere vincente dal punto di vista della sicurezza e protezione dei dati personali?

Questione casella di posta elettronica a parte (quanti dei genitori degli studenti di quella scuola non hanno già una casella di posta?), non sarebbe preferibile, oltre che di gran lunga più semplice, scegliere una soluzione come LibreOffice, installandolo senza costi di licenza sui PC delle scuole (come peraltro stanno facendo, con soddisfazione, tanti istituti scolastici) e invitando gli studenti a fare altrettanto sui propri computer? In questo modo, oltre a favorire la buona pratica dell’utilizzo di formati standard di tipo aperto, si sarebbero liberate ingenti risorse economiche da poter destinare a formazione, didattica e altri investimenti realmente utili alla scuola e agli studenti.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2015/12/01/caffe-gratisgia-pagato-diavolo-si-annida-dettagli/

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