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Licenza di sprecare

27 febbraio 2017

Vietato sprecare. Lo dice a gran voce il gruppo di sindaci ed enti territoriali riuniti nella rete nazionale Sprecozero.net, che lunedì 27 febbraio si incontrano in occasione dello Sprecozero Day, “giornata di studio e di approfondimento per fornire strumenti concreti e utili all’incremento delle politiche locali di contrasto ad ogni forma di : cibo, energie, acqua, farmaci, rifiuti, mobilità ecc.”.

Padrona di casa della giornata sarà la , che dopo aver raccontato al mondo di aver risparmiato dal 2011 al 2016 circa 1.2 milioni di euro all’anno grazie “al ricorso all’ su server da una parte e dallo sviluppo interno delle applicazioni, con una riduzione della spesa per licenze di oltre 2 milioni di euro l’anno” dall’altra, decide (decide?) di tornare a gestire le proprie informazioni usando software proprietari, rinchiudendole dentro formati proprietari e salvandole dentro computer che non sono suoi (e la chiamano cloud, ma dimenticano “proprietaria”, aggettivo qualificativo che qualifica eccome). È un po’ come organizzare un convegno sul traffico in mezzo alla tangenziale nell’ora di punta, o un convegno sull’inquinamento nella terra dei fuochi, no? Ma non chiamatelo spreco: si tratta solo di “rinnovo delle tecnologie per evitare un precoce processo di obsolescenza, rispondere alla crescita dimensionale del perimetro regionale e alla progressiva consumerizzazione in atto nel mercato relativamente ai servizi di base agli utenti…” che neanche il conte Mascetti dei tempi migliori.

Nella prima parte della giornata la parola è alle istituzioni: un’ora e mezza di saluti istituzionali da parte di Paola Gazzolo (Assessore Ambiente Regione Emilia Romagna), Stefano Mazzetti e Andrea Segrè, (rispettivamente Presidente e co-fondatore di Sprecozero.net), Gianluca Galletti (Ministro dell’Ambiente) e Matteo Ricci, vice-presidente ANCI ma anche sindaco di Pesaro, che magari oltre a salutare potrà raccontare all’uditorio la sua interessante esperienza migratoria e contromigratoria da e verso soluzioni software proprietarie (le stesse adottate dalla Regione Emilia Romagna, ma sarà un caso), magari rispondendo una volta per tutte alle domande e chiarendo i dubbi che tuttora circondano quell’investimento e le cifre a molti zeri che lo riguardano. Ma non chiamatelo spreco: è ufficio a cielo aperto”. E se non avete visto le immagini degli impiegati seduti al banchetto sul marciapiede a far vedere che la wifi prendeva e potevano aprire le delibere, non sapete cosa vi siete risparmiati.

Nel pomeriggio, dopo la presentazione di esperienze virtuose di sostenibilità ambientale e l’assemblea dei soci di Sprecozero.net, spazio a workshop formativi su diversi temi: si parlerà di economia circolare, bilancio ambientale, recupero di cibo e farmaci, e, infine, anche di riuso di software nella Pubblica Amministrazione con Erika Bressani di Urbano Creativo, azienda specializzata in tecnologie informatiche innovative applicate alla città. Speriamo che i vertici delle istituzioni non debbano lasciare il convegno – come spesso accade, purtroppo – per concomitanti improrogabili impegni, ma rimangano ad ascoltare fino alla fine: siamo sicuri che il tempo, almeno quello, non sarà sprecato.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2017/02/27/licenza-di-sprecare/

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Creare un modulo compilabile in PDF con LibreOffice

22 novembre 2016

Moduli PDF da creare per distribuirli a altre persone che li devono poi compilare? Ci pensa LibreOffice a crearli  come desiderate voi.

Ci può capitare di dover creare un modulo compilabile con una serie di campi di testo o caselline di scelta per rispondere a determinate domande, magari da fornire ai nostri clienti o a un dipendente.

Si potrebbere fare con Microsoft Word o Microsoft Excel, però il modulo che andiamo a creare potrebbe essere poi modificato, o rovinato, da chi lo riceve e non è quello che vogliamo.

Cosa più importante, potremmo doverlo spedire a una persona che può non essere in possesso dei suddetti programmi (o equivalenti gratuiti come LibreOffice) e quindi non riuscire ad aprirli.

Una soluzione interessante è quella di creare un file PDF, quindi non direttamente modificabile dai normali utenti, con una serie di caselle predefinite dove inserire il testo o pulsanti/caselline di scelta a specifiche domande.

Il tutto è creabile con alcuni (non semplicissimi all’inizio) passaggi e LibreOffice.

Creazione del modulo

Andate su VisualizzaBarre degli strumenti e Controlli per formulario e si aprirà la nuova barra con i controlli, se non sono tutti visibili, cliccate sull’icona con il simbolo della mano in modo da farli apparire.

A questo punto dalle due barre dei Controlli per formulario, la seconda si può aprire tramite il pulsante Altri campi di controllo presente nella prima, potete inserire campi di testo, caselle di controllo, pulsanti per compiere determinate azioni e tante altre cose, che però bisognerà studiare in maniera più approfondita. Ma per adesso limitiamoci ai campi testo e a qualche pulsante utile.

Cliccate sull’icona del controllo, nella barra dei Controlli per formulario, che volete aggiungere al vostro modulo, il puntatore del mouse cambierà forma e basterà trascinarlo, all’interno del documento in modo da creare dei rettangoli con abbastanza spazio per inserire del testo, oppure piccoli quadrati per le caselle di controllo.

In seguito si potranno regolare dimensioni, colore dello sfondo, carattere e tanto altro, cliccando sullo spazio occupato e aprendo le proprietà.

Una volta inserito tutto quello che ci serve, andate su FileEsporta nel formato PDF.

Dalla schermata delle Opzioni PDF che si apre, verificate è che sia presente il flag nella casella Crea formulario PDF e poi cliccate su Esporta.

Ed ecco quello che si potrebbe ottenere, solo i campi a sinistra sono compilabili liberamente dall’utente, in basso ci sono alcune caselle dove l’utente può scegliere cose già determinate o esprimere una sua opinione, si può inserire un collegamento Internet a una pagina Web, dove avete magari inserito delle spiegazioni su come compilare il modulo.

E questo è solo un piccolo esempio veloce di quello che si può fare con LibreOffice e un modulo PDF.

Consigli

Quando ottenete un documento di testo che vi sembra già buono, ma volete provare a fare qualcosa di più, salvatene una copia di backup per tenerla di scorta.

Durante le prove che ho fatto, a volte, nel tentare di aggiungere nuovi pulsanti, si generava confusione e si rischiava di perdere quello che si era già inserito, con la copia di backup si evita di dover ripartire da zero.

Non scoraggiatevi subito quando fate le prove, bisogna un attimo prendere la mano con i vari controlli e pulsantini a disposizione.

Non sono riuscito a utilizzare tutti i controlli disponibili, alcuni sembrano essere collegati a particolari funzioni che, in questo momento, non mi interessava approfondire.

crazy.cat

Fonte: https://turbolab.it/windows-10/creare-modulo-compilabile-pdf-libreoffice-3

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Office gratis. Ma a che prezzo?

28 ottobre 2016

E adesso aspetterò domani per avere nostalgia
signora libertà signorina fantasia,
così preziosa come il vino, così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.
(Se ti tagliassero a pezzetti, F. De André, M. Bubola in Fabrizio De André, 1981)

 

chain-1662735_1920Immaginiamo di scendere in strada e chiedere alle prime 10 persone che passano: “cos’è il ?”. Probabilmente almeno 9 (uno che non sa/non risponde c’è in tutti i sondaggi, no?) risponderebbero “il software gratuito!”. Ecco una applicazione da manuale della più classica delle massime di Quelo.

Il software libero non è il software gratis.

Che il software libero sia gratuito non è scritto da nessuna parte. O meglio, nessuna fonte autorevole cita la gratuità come la principale caratteristica identificativa del software libero. Semmai la gratuità viene spesso citata per prima proprio dai suoi detrattori (aziende produttrici di software proprietario e suoi evangelist in testa), considerata solitamente come un difetto, come indice di bassa qualità del prodotto. Perché, signora mia, se te lo regalano o è difettoso, oppure da qualche parte c’è la fregatura e bisogna stare attenti, oggigiorno, con tutta la gente in giro che ti vuole scucire soldi.

D’altra parte riflettiamo: è gratis la tessera del supermercato che ti accredita punti ad ogni acquisto. Gratis, ma a che prezzo? Il prezzo è l’induzione a fare la spesa sempre in quel negozio, a prescindere dai prezzi e dai bisogni, per accumulare sempre più punti; il prezzo è anche il “piccolo” contributo da pagare per avere “diritto” ai ricchi premi in palio (dei quali spesso non abbiamo proprio alcun bisogno, altrimenti li avremmo acquistati. Ma questo è un altro problema).

È gratis il bellissimo smartphone offerto dalla compagnia telefonica in cambio del passaggio a una delle sue tariffe. Gratis, ma a che prezzo? Il prezzo è l’obbligo di tenere quella tariffa per il tempo imposto dal contratto, che è poi giusto il tempo necessario a generare il traffico telefonico con il quale alla fine dei conti pagheremo anche il telefono.

Adesso è gratis anche il software. Ma come? – si dirà – Non s’era detto che il software libero non è quello gratuito? Certo. Infatti adesso è gratis il software proprietario. È gratis nientemeno che Microsoft Office, la nota suite da ufficio chiusa, come pubblicizzato a caratteri cubitali sul suo sito web.

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Ti basta un browser. Seleziona un riquadro qui sotto per iniziare. È gratis”. Gratis, ma a che prezzo? Tanto per cominciare non si tratta di software che puoi installare sul tuo computer, ma di un servizio a cui puoi accedere tramite internet. Quindi non “basta” un browser, ma “occorre” un browser e non basta: “occorre” anche una connessione internet. Niente connessione, niente Office. E se non avete salvato una copia in locale, cioè sul vostro computer niente documenti. È il cloud, bellezza.

Se vi sembra un evento improbabile non avere a disposizione una connessione internet nel mentre vi accingete ad esporre la vostra bella relazione corredata di slide realizzate con Microsoft PowerPoint Online, probabilmente vivete all’estero o nel mondo dei sogni. Per inciso, se anche avete scaricato in locale i vostri documenti, ma non vi siete premuniti contro l’assenza di connessione, non avrete modo di aprirli.

Come se non bastasse, aggiungiamo tutti i problemi legati alla privacy. I vostri documenti e il relativo software sono “sul cloud”, che non è l’etere di Aristotele o il paradiso terrestre, ma semplicemente il computer di un altro (nella fattispecie i server di Microsoft sparsi per il globo), insieme ai vostri dati. “Dati” non significa solo (si fa per dire) i documenti che avete creato con il vostro Office Online. Avete creato un account Microsoft, ricordate? “Facendo clic su Avanti dichiari di accettare il Contratto di Servizi Microsoft e l’informativa sulla privacy e sui cookie.”, ricordate? Avete letto attentamente questi due documenti prima di cliccare avanti, vero? Quindi già sapete che “Microsoft condivide i dati personali con il consenso dell’utente o in base alle esigenze per completare transazioni o fornire un prodotto richiesto o autorizzato dall’utente. Microsoft inoltre condivide dati con società affiliate e filiali controllate da Microsoft, con fornitori che lavorano per suo conto, se richiesto dalla legge o in risposta a procedimenti legali, per proteggere i propri clienti, per proteggere vite umane, per mantenere la sicurezza dei prodotti Microsoft e per proteggere i diritti o la proprietà di Microsoft”. Un sacco di gente, insomma. E un bel prezzo da pagare, per essere gratis. D’altra parte, se te lo regalano, signora mia…

Dunque aveva ragione Quelo: non il software libero, ma il software proprietario è quello gratis.

Ma il software libero allora? ”Libero” (felice e inequivoca traduzione del ben più equivoco inglese “free”) significa che la licenza con cui viene distribuito lascia all’utente alcune libertà: di installarlo su qualsivoglia dispositivo (e pazienza se manca la connessione, il software è sul pc), copiarlo e distribuirlo ad altri utenti, di vedere il codice sorgente, di modificarlo e ridistribuirlo nella versione modificata. Mai nella licenza di un software libero troverete riferimenti di natura economica. Il software libero si può vendere (sorpresi?), ma ovviamente troverete sempre qualcuno che vi farà un prezzo più basso, al limite nullo, da cui la convinzione che possa considerarsi gratis. In ogni caso stiamo parlando di vendita di supporti di memorizzazione, non di licenze d’uso. Lo so, sono concetti che decenni di monopolio del software proprietario hanno reso di difficile comprensione, ma vi assicuro che dopo un po’ tornerà a sembrare ovvio e naturale come dovrebbe essere.

Per restare alle suite da ufficio, prendiamo LibreOffice, principale concorrente libero di . Da nessuna parte sul suo sito web italiano (ma anche in quelli relativi alle altre lingue) troverete la parola “gratis”.

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Chi usa software libero generalmente investe in conoscenza anziché spendere in licenze. Significa partecipazione a corsi di formazione, o sviluppo di personalizzazioni a partire dal codice sorgente di cui ha piena disponibilità; spesso investe in sostegno alla comunità che è dietro ad ogni progetto di software libero di valore, e sostegno non significa solo contributo economico, ma anche collaborazione. Perché l’utente di software libero tende spontaneamente ad essere coinvolto nel progetto, sentendo il naturale bisogno di restituire, con quel tanto o poco che sa fare, quello che prende nell’utilizzo del software. L’utente di software libero finisce col diventare contributore nella segnalazione di bug, nella formazione di altri utenti, nella produzione e nella traduzione di documentazione… su su fino allo sviluppo vero e proprio del software. Il prezzo da pagare per il software libero è questo. Se tanto o poco, decidete voi.

Capisco che anche questi sono concetti resi difficili da comprendere da decenni di dinamiche di sfruttamento commerciale del software: ma almeno questa colpa non può essere imputata al software libero, vi pare?

Dunque d’ora in poi facciamo pure che il software proprietario è gratis (al prezzo che abbiamo detto sopra) e il software libero è – semplicemente – libero, ok?

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/10/28/office-gratis-prezzo/

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Innovazione digitale tra grandi sogni e piccoli incubi

7 ottobre 2016

despair-513529_1920È di questi giorni la notizia della nomina a “Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale” di Diego Piacentini, attualmente “Senior Vice President International” di Amazon. Secondo le dichiarazioni ufficiali il numero due del colosso di Seattle dovrà “dare una mano al Governo nell’accelerazione della trasformazione digitale del Paese e a contribuire a semplificare la relazione tra la Pubblica Amministrazione, i cittadini e le imprese”.

Non è in questa sede che vogliamo giudicare questa scelta, peraltro non priva di lati oscuri, dubbi e possibili conflitti di interesse, come già emerso chiaramente da diverse parti. La trasformazione digitale del Paese è un grande sogno che non può più aspettare di essere realizzato.

E intanto? Si va avanti, più o meno come sempre. Ad esempio l’Agenzia per l’Italia Digitale () – nata per fare sostanzialmente quanto chiesto ora al Commissario Straordinario, quindi di fatto commissariata –  pubblica bandi, tra cui quello “per il conferimento di n. 15 incarichi di collaborazione coordinata e continuativa da impegnare sui progetti dell’Area “Architetture, standard e infrastrutture” e nel Piano Triennale dell’ICT nella P.A.”.

Nell’avviso in questione troviamo anche diversi allegati: due sono in formato .pdf, due in formato .doc.

schermata-2016-10-06-alle-09-49-29Il primo dei due file .pdf contiene l’intero testo dell’avviso, redatto verosimilmente con una qualche versione di Microsoft Word (dato che incorpora la serie di font Calibri) e quindi convertito in pdf con il software (libero) PDFCreator. L’altro file pdf contiene la determinazione, o meglio una scansione di bassa qualità della stampa cartacea della determinazione, probabilmente stampata apposta per essere firmata (a penna) dal direttore dell’AgID Samaritani. Ormai l’abbiamo imparato: per la Pubblica Amministrazione, anche nelle sue propaggini statutariamente votate alla modernizzazione digitale del Paese, il documento “è” il foglio, l’originale è il pezzo di carta – possibilmente con timbro e firma del dirigente di turno che ne sancisca l’originalità – anziché il contenuto. Per la cronaca il file ci dice anche che negli uffici dell’Agenzia usano delle Xerox WorkCentre 5875 (costo: circa 18.000 euro iva esclusa) per ottenere scansioni come quelle, che è un po’ come andare a far la spesa con la Ferrari.

Degli altri due file c’è ben poco da dire:

  • sono nel formato chiuso e proprietario creato da Microsoft e utilizzato come formato predefinito di Microsoft Word fino alla versione 2003. Da MS Office 2007 in poi fu sostituito da OOXML (estensione .docx per i file creati da Word), uno standard per modo di dire;
  • uno dei due non è altro che il file sorgente della stessa determinazione stampata, firmata, scansionata e convertita in pdf di cui abbiamo detto prima. Quello che per la PA è l’originale in realtà è una copia (o meglio una pessima fotografia autografa realizzata con una costosissima “macchina fotografica”) di questo file, che è letteralmente l’originale, alla quale hanno aggiunto a mano numero, data e firma;
  • l’altro è il modulo da compilare per presentare domanda di partecipazione al concorso in questione. Oltre ad usare un formato chiuso e proprietario, utilizza anche la font Calibri di cui abbiamo già parlato: vuol dire che può essere correttamente visualizzato sostanzialmente solo da utenti di Microsoft Word, che hanno preinstallata la font suddetta. D’altra parte “Se si desidera condividere file di Microsoft Office Word, PowerPoint o Excel con altri utenti, è necessario conoscere i tipi di carattere  nativi della versione di Office in uso. Se il tipo di carattere non è nativo, è necessario incorporarlo o distribuirlo insieme al file di Word, alla presentazione di PowerPoint o al foglio di calcolo di Excel. Questa operazione può a volte rivelarsi complessa perché numerosi tipi di carattere sono protetti da leggi sul copyright e alcuni contratti di licenza di tipi di carattere consentono di incorporare il carattere, ma impediscono ad altri utenti di modificare il file”. Non lo diciamo noi, lo dice Microsoft qui. Dunque gli utenti dei prodotti Microsoft, che hanno Office e la font Calibri installata, lo vedranno nella formattazione voluta dall’autore, mentre gli altri lo vedranno più o meno così:

schermata-2016-10-06-alle-09-51-10-768x422Non è tutto: i due documenti in formato .doc sono stati redatti usando versioni di Microsoft Word 2007 o successive, per le quali il formato di salvataggio dei file di dafault è OOXML. Sono stati quindi volutamente salvati in un formato chiuso, proprietario e obsoleto quale è il formato .doc. Il motivo davvero supera tutti i nostri più fantasiosi tentativi di comprensione.

Dite voi se è questa la condotta che vi aspettereste da un Ente espressamente creato per sovrintendere all’opera di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione; dite voi se questa è la che ci aspettiamo – che il resto del mondo si attende – da uno dei Paesi più industrializzati del mondo; dite voi se invece esiste un modo migliore, più coerente, aperto, inclusivo (e alla fine anche più economico) di fare le cose.

È vero: il comma 2 dell’Art.68 del CAD, che imponeva alle PA “l’interoperabilità e la cooperazione applicativa, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 28 febbraio 2005, n. 42” e “la rappresentazione dei dati e documenti in più formati, di cui almeno uno di tipo aperto, salvo che ricorrano peculiari ed eccezionali esigenze” è sparito (perché?) nella revisione operata dal Decreto Legislativo n.179/2016, ma non per questo interoperabilità ed apertura, per quanto sgradite a qualcuno, sono diventate fuori legge.

In fin dei conti la nomina del Commissario Straordinario potrebbe addirittura non essere il maggiore dei problemi di questo Paese.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/10/07/innovazione-digitale-tra-grandi-sogni-e-piccoli-incubi/?platform=hootsuite

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Libero e salvo a sua insaputa

16 settembre 2016

schermata-2016-09-13-alle-15-49-24Qualche giorno fa Mario (nome di fantasia) porta il suo computer in assistenza. Lui non sa niente di computer: lo usa per internet, per scrivere, per la posta. “Quando lo accendo mi fa lo schermo nero, con delle scritte” cerca di spiegare preoccupato a Daniele, il tecnico che ha preso in carico la sua macchina.

Effettivamente la sua spiegazione non fa una piega.

schermata-2016-09-13-alle-15-22-59-1024x545Daniele conosce Mario, gli aveva venduto il computer calibrando la scelta di hardware e software sulle sue esigenze basilari, capisce subito che si tratta di un classico attacco da ransomware. D’altra parte la schermata spiega esattamente cosa è successo: il “virus”, probabilmente un programmino allegato a qualche messaggio di posta ed inavvertitamente eseguito dall’utente stesso, ha cifrato i file presenti nell’hard disk (tutti o alcuni, a seconda della variante del ) e viene richiesto un riscatto per la loro decrittazione. Resta solo da capire di quale variante di virus si tratta, ma anche questo non è difficile: basta fare una rapida ricerca in rete per scoprire trattarsi di Zepto ransomware.

“C’è una notizia buona e una cattiva. – spiega Daniele al suo sfortunato cliente. – La notizia cattiva è che non è stato ancora trovato il modo di decifrare i file cifrati senza pagare il riscatto e pagare, oltre che essere solo un modo per alimentare la diffusione della truffa, non garantisce affatto di ricevere la chiave per decifrare i file e riportarli ad essere di nuovo leggibili. In sostanza: i file cifrati, se non hai una copia di backup, sono da considerare perduti.”

“E… la notizia buona?” chiede Mario, bianco in volto, con un filo di voce, pensando che sì, le sue poche foto e qualche video sono ancora nella macchina fotografica, ma i documenti? E la posta?

La notizia buona – continua Daniele, con fare deciso e sguardo sereno – è che Zepto ransomware non cifra tutti i file, ma solo alcune tipologie ben precise, tra cui ci sono le fotografie (file .jpg, .png, i .psd di Photoshop…), la musica e i filmati (file .mp3, mp4, .mkv, mpeg…) i documenti di MS Office (file .doc, .docx, .xls, .xlsx, .ppt, .pptx…) ed altri.”

E che buona notizia sarebbe? – grida Mario, sentendosi un po’ preso in giro – Io non ho mai fatto copie della posta e dei documenti, che sono i più importanti: dunque non c’è verso di riaverli indietro?”

Daniele lo guarda dritto negli occhi ed esclama: “la tua posta e i tuoi documenti sono tutti salvi.”

“Com’è possibile?!?”

Già, com’è possibile? Per quanto riguarda la posta, l’account era stato configurato come IMAP, per cui la posta era ancora tutta nel server del gestore: una volta riformattato il disco e reinstallato il sistema operativo, sarebbe bastato reinstallare il programma e riconfigurare l’account per rivedere tutta la posta al suo posto.

Per quanto riguarda i documenti era ancora più facile. Quando il nostro Mario andò da Daniele a comprare un computer voleva anche “un programma per scrivere le cose” e Daniele gli aveva installato LibreOffice. Quando Mario era venuto a ritirarlo, Daniele gli aveva spiegato brevemente le funzionalità dei vari programmi. Mario, da utente poco esperto, non aveva fatto domande e Daniele non aveva dato troppe spiegazioni che avrebbero solo generato confusione.

Dunque Mario, a sua insaputa, aveva usato da sempre , peraltro trovandosi benissimo, per creare i suoi documenti in formato ODF, un formato standard aperto di ottima qualità, il formato predefinito in LibreOffice. Senza saperlo, questa scelta aveva messo i suoi documenti al riparo dai danni provocati dal malware che aveva reso praticamente inutilizzabile il suo computer. Restando nella metafora medica, nonostante il suo computer fosse stato devastato da un virus, i suoi documenti si sono salvati perché erano vaccinati.

Intendiamoci, non c’è nessuna particolare merito di LibreOffice o del formato in questo caso. Ma è un dato di fatto che molti ransomware in circolazione – e Zepto tra questi – attaccano selettivamente alcuni tipi di file e tra questi quasi sempre ci sono i formati di Microsoft Office e quasi mai il formato OpenDocument. Ed è dunque un dato di fatto che usare LibreOffice – che è un ottima suite per la produttività individuale – e il formato mette i nostri documenti potenzialmente al riparo da attacchi di questo tipo.

È bastato quindi salvare i documenti di Mario su un supporto esterno, bonificare la macchina reinstallando il sistema operativo e rimettere i documenti al loro posto per ripristinare l’utilizzo del computer limitando i danni

Certo, se Daniele avesse osato di più, installando un sistema operativo Linux sulla macchina di Mario, certamente non avrebbe subito attacchi di questo tipo, dato che Linux è incompatibile con quasi tutti i malware in circolazione, Zepto compreso. Ma questa è un’altra storia.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/16/libero-salvo-sua-insaputa

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Un volo tra le nuvole

8 luglio 2016

“Il Marketing è come il bikini: sembra che faccia vedere tutto,
ma nasconde le parti più importanti.”

Clouds

Sembra quasi di rivivere i tempi in cui Sony inventò, insieme al suo Walkman, il bisogno (indotto, giacché prima non lo si aveva, dall’abile Marketing Sony) di ascoltare musica per la strada. All’improvviso sembrò come se nessuno potesse più vivere senza quelle cuffie, perfino chi la musica, fino ad allora, l’ascoltava sì e no dallo stereo di casa. Il Cloud: ormai non si parla d’altro, almeno negli ambienti informatici. Considerato da molti (spesso sono gli stessi che la vendono, in verità) l’ultima frontiera, lo stato dell’arte della tecnologia, viene quasi da chiedersi come abbiamo potuto, fino ad ora, vivere senza.

Ma di che si tratta esattamente? Com’è usuale in questa rubrica, la facciamo semplice a costo di perdere qualcosa in precisione: tu hai un PC, ma i tuoi file e/o le tue applicazioni sono su un altro computer. In mezzo c’è Internet, che permette al tuo PC di accedere ai tuoi file e/o di eseguire le tue applicazioni “come se” fossero sul tuo PC. Dove siano esattamente non lo sappiamo: sotto un cavolo, in cielo, fra le nuvole, “in the clouds“, appunto.

La gran comodità di questa tecnologia è che puoi accedere ai tuoi dati e/o alle tue applicazioni – spesso attraverso un’interfaccia web, da un semplice browser – anche da un altro PC, o addirittura da un dispositivo diverso da un PC, come un tablet o uno smartphone. Ma si sa, le comodità hanno un prezzo da pagare:

  • l’assenza di una connessione Internet rende tutto molto più difficile, al limite impossibile. Se usate la posta elettronica solo in modalità webmail, attraverso il browser (la posta e il software per accedervi risiedono sul computer di un altro, quindi è un servizio “cloud”) sapete bene di cosa stiamo parlando;
  • siccome i tuoi file sono sul computer di un altro (il fornitore del servizio), devi compiere un atto di fede: devi fermamente credere che quell’altro non vada a ficcare il naso nei tuoi files, magari indicizzandone i contenuti e spifferandoli in giro al miglior offerente;
  • se si tratta di applicazioni, devi fermamente credere che il servizio funzioni sempre, o almeno funzioni quando ti serve. La cronaca recente mostra che si tratta sempre di fiducia ben riposta.

Qualche volta i servizi cloud mostrano dettagli e comportamenti a dir poco curiosi:

  • se usate Google Drive, il servizio di memorizzazione offerto dal colosso di Mountain View, certamente saprete che, oltre ad essere gratuito entro certi limiti di spazio, comprende anche la scansione per la ricerca di eventuali virus, dei files che state per scaricare sul vostro dispositivo locale. Peccato però che a quelli di Google interessino solo i file più piccoli di 25 MB! Se ad esempio state scaricando un archivio compresso da 30 MB zeppo di file infetti, verrete avvertiti che dovrete cavarvela da soli. Utente avvisato…

Google-Drive

  • Se usate Dropbox per tenere sincronizzati i vostri file su diversi dispositivi, e magari amate accedervi dalla comoda interfaccia web anziché utilizzare l’apposita applicazione, certamente avrete notato che Dropbox permette di visualizzare il contenuto di moltissimi tipi di file: immagini, video, ma anche file di testo, documenti, fogli di calcolo e presentazioni. Non solo: da qualche tempo il servizio comprende anche la possibilità di editare file avvalendosi dell’integrazione con Microsoft Office Online. Ufficialmente viene dichiarata la possibilità di editare i formati di Microsoft Office (.docx .xlsx .pptx), cosa peraltro alquanto ovvia; in realtà il software gestisce anche formati diversi, come i formati standard OpenDocument, ma questo non viene dichiarato, e la cosa è molto meno ovvia. Un dettaglio, certo. Tu chiamale, se vuoi…”distrazioni”.

Dropbox-768x304Per amor di cronaca segnaliamo anche di avere avuto qualche problema – non sappiamo se dovuto al browser o al codice di Dropbox – con il pulsante di apertura del file: dovrebbe presentare (sempre, crediamo, ma a volte non compariva) un menù a discesa da dove poter scegliere se aprire il nostro file .odt di prova con la nostra applicazione desktop predefinita (nella fattispecie LibreOffice) o con Microsoft Word Online di cui, se non altro per la sua insensata interfaccia utente, probabilmente continueremo a fare piacevolmente a meno.

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Abbiamo visto che i servizi offerti dalla “nuvola” possono essere strumenti utili in molte situazioni, ma non sono la Panacea descritta da molti uffici marketing: possono essere pieni di insidie, di rischiosi atti di fede da compiere e dettagli da non trascurare.

Utente avvisato…

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/07/08/un-volo-le-nuvole/

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Diario della migrazione: giorno 5, definire il formato per lo scambio dei documenti

30 giugno 2016

usb-key-1212110_1920Parlare di openness e libertà digitale in PA significa non solo parlare di programmi open source, ma focalizzare l’attenzione sul concetto di formato aperto standard, che consente di eliminare il lock-in da fornitore e da software. É il caso per esempio del formato , Open Document Format, uno aperto basato su una versione XML pubblicamente accessibile ed implementabile, conforme alla ISO/IEC 26300 e dal 2007 divenuto italiano con la sigla UNI CEI ISO/IEC 26300. Adottato anche dal Regno Unito come dei documenti per la Pubblica Amministrazione, garantisce interoperabilità e leggibilità nel tempo del prezioso patrimonio documentale di cui dispone la PA. Ed è per queste ragioni che la Difesa italiana lo ha adottato come suo per lo scambio di documenti.

Con la pubblicazione di una direttiva interna la Difesa non ha solo spiegato le ragioni dell’adozione di tale formato, ma ha contestualmente definito alcune regole per la corretta produzione dei documenti da scambiare oltre che per la scelta del tipo di carattere, visto che non tutte le font sono libere da diritti (tanto per fare un esempio una delle più utilizzate in quanto font di default in Office, Calibri, si può usare soltanto se si è in possesso di una licenza del prodotto).

Quali le ragioni dell’adozione di uno standard aperto?

Nell’ottica di efficientamento dell’azione amministrativa e di ricerca di economie di scala – si legge nella parte introduttiva – la Difesa si sta orientando all’adozione, in alcuni settori, di software aperto, non legato a licenze proprietarie che comportano il pagamento di canoni fissi…In un’ottica di lungo periodo, l’importanza dell’utilizzo di formati aperti assume particolare rilevanza anche a fronte del processo di dematerializzazione attualmente in atto”.

Come a dire, visto che la maggior parte dei documenti oggi nasce (e forse non morirà neppure) digitale, è necessario utilizzare formati di salvataggio che ne consentano l’accesso senza vincoli nel lungo periodo. E quando si parla di vincoli, ci si riferisce al fornitore del software tramite il quale il documento è prodotto e al software deputato alla produzione (libero o proprietario che sia).

Questo concetto del resto è ripreso da una delle definizioni più chiare di formato aperto, ovvero quella di Bruce Perens, che fissa sei requisiti fondamentali per l’individuazione di uno standard aperto: disponibilità, massimizzazione della possibilità di scelta dell’utente finale, nessuna royalty da versare per l’implementazione dello standard, nessuna discriminazione verso gli operatori impegnati ad implementare lo standard, estensibilità o scomponibilità in sottoinsiemi, assenza di pratiche predatorie. Requisiti fondamentali se pensiamo all’importanza che oggi rivestono i documenti digitali.

L’obiettivo della presente direttiva – si legge nel documento – è quello di assicurare l’indipendenza dalle piattaforme tecnologiche, l’interoperabilità tra sistemi informatici, la durata nel tempo dei dati in termini di accesso e di leggibilità”. Semplice, efficace e molto di buon senso. Forse troppo visto che altre Pubbliche Amministrazioni non prendono neppure in considerazione il problema, spesso confondendo uno standard de facto con uno standard de jure.

Cosa si fa nel giorno quinto di migrazione?

Si definiscono i formati di scambio dei documenti.

Così come riportato nella direttiva della Difesa occorre stabilire i formati di salvataggio dei documenti in ingresso e in uscita. Nel caso specifico, la direttiva stabilisce che “documenti che non necessitano di essere modificati dall’utente (es. delibere, determine, bandi, regolamenti), dove è necessario preservare anche l’aspetto grafico e l’impaginazione” sono salvati nel formato PDF/A, idoneo anche all’archiviazione a lungo termine; “documenti che l’utente deve poter compilare ovvero modificare, ad esempio facsimili di dichiarazioni o moduli di domanda” e “documenti salvati nei formati previsti dalla precedente direttiva (.rtf)” dovranno essere salvati tutti in ODF.

E i documenti che arrivano dall’esterno? In questo caso la direttiva dice che nel caso di “documenti salvati in formati diversi da quanto normato, si dovrà procedere con la loro conversione digitale/digitale, ai sensi di quanto previsto dall’art. 23-bis del CAD, per il successivo utilizzo ed eventuale protocollazione e conservazione, avendo cura, ove previsto dalle norme in vigore, di preservare l’originale informatico”.

Insomma una direttiva da archiviare su cose buone fatte in PA per poterla riusare e non solo ammirare.

schemalibredifesaSonia Montegiove

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/30/diario-della-migrazione-giorno-5-definire-formato-standard-aperto-lo-scambio-documenti/

 

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