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La Bibbia di Internet e i vangeli apocrifi

20 febbraio 2017

Wired è un magazine di riferimento in ambito tecnologico per milioni di lettori da un quarto di secolo a questa parte, tanto da essere definito da alcuni – compresa Wikipedia – “La Bibbia di Internet”.

E proprio per la sua fama, è strano imbattersi in articoli che producono una reazione di sconforto. Ci era già capitato la scorsa estate con questo, che nel titolo voleva essere un analisi della migrazione a LibreOffice in atto presso il Ministero della Difesa, ma nei fatti si rivelava una inutile e improduttiva iniezione di luoghi comuni (Linux è più difficile di Windows e Mac OS), di disinformazione (le garanzie dei software commerciali offrono una certa protezione dell’utente e del suo investimento), e di FUD (“con hardware molto specifico l’utilizzo di software potrebbe dare qualche grattacapo”), con rimandi privi di senso ad altri software liberi che nulla c’entrano con LibreOffice e addirittura a presunti problemi legati all’hardware che non risultano a nessuno al di fuori di quell’articolo.

È capitato di nuovo con con questo, anch’esso a firma di Riccardo Meggiato.

Nel sommario si propone di commentare la classifica dei software con più vulnerabilità del 2016”, preannunciando sorprese peraltro parzialmente svelate già nel titolo. Di fatto si tratta di un tentativo di analisi dei dati relativi alle vulnerabilità dei software, forniti da CVE e riportati su CVE Details.

Il primo momento di sconforto ci viene dall’idea che si possa seriamente pensare di ridurre la questione a una classifica, come se i software fossero dei cantanti al Festival di Sanremo, col vezzo della suspense creata dal dare i risultati in ordine inverso, dal quinto al primo posto, come un Carlo Conti qualsiasi ma senza il televoto.

Il secondo momento di sconforto ci viene dall’osservare che la classifica mette insieme, in un’unica categoria, singoli programmi come Adobe Flash Player, sistemi operativi come Microsoft Windows e intere distribuzioni come Ubuntu, Debian e OpenSuse Leap, per non parlare di Android e della sua frammentazione in un universo di versioni che girano su un universo di dispositivi diversi; per confronto, iOS esiste in una sola versione che gira su un esiguo numero di dispositivi diversi. Non è la stessa cosa. Nel pugilato i pesi piuma e i pesi massimi non gareggiano tra loro, per ovvi motivi.

Qualcosa nell’articolo impedisce di spiegare, per esempio, che “Debian” (ma vale anche per Ubuntu, che da Debian deriva, e per Leap) significa un archivio di oltre 50mila pacchetti installabili, tra cui il kernel (Linux), decine di browser e migliaia di altri programmi, molti dei quali compaiono anche da soli nella classifica, ciascuno con i suoi possibili difetti, che quindi sono sommati in quel conto. Per fare un esempio a caso, la vulnerabilità CVE 216-7117, che riguardava proprio il kernel Linux (versione 4.5.1), è messa in conto a Linux Kernel, ma anche a Debian Linux e a Ubuntu Linux.

Per dire, anche le 95 vulnerabilità di un programma come Wireshark sono ascritte a Debian (provare per credere), nonostante esso non sia installato di default in Debian ma deve essere volontariamente installato dall’utente. Però Wireshark, che è software libero multipiattaforma, può essere ugualmente installato su Windows, eppure non compare affatto nel conto delle sue vulnerabilità. Potremmo allora osservare che sommando a Windows 10 le vulnerabilità di un browser internet – Chrome, Firefox, Edge, scegliete voi: ne abbiamo sempre almeno uno sul nostro pc, no? – superiamo facilmente le 300, che fanno balzare l’ultimo nato tra i sistemi operativi di Redmond direttamente sul podio di questa bizzarra competizione. Per non parlare del fatto che solo Windows è diviso nelle sue varie versioni (anche gli altri ne hanno, sapete?). Il calcolo del risultato della somma delle sue vulnerabilità (che è un numero a quattro cifre) è lasciato al lettore.

Nessun accenno, invece, nell’articolo citato, al concetto di numero di vulnerabilità per numero di righe di codice, che è universalmente considerato il dato più interessante per valutare la qualità del software in rapporto alla sua complessità. Incidentalmente osserviamo anche che il numero di linee di codice è un dato praticamente impossibile da conoscere direttamente per qualsiasi software proprietario, mentre è facilmente reperibile per qualsiasi software libero, tanto che spesso è fornito già pronto da chi non ha niente da nascondere, nemmeno i propri errori.

Il terzo momento di sconforto nasce da una domanda: i problemi di sono tutti uguali? Per dirla con parole di moda: “uno vale uno” oppure è possibile distinguerli per gravità? Se sì, vince chi ha 100 vulnerabilità di poco conto o chi ne ha 10 gravi?

La risposta, stavolta, non è dentro di te, ma è già scritta sul sito di CVE Details. Bastava guardare, ma forse l’ignoranza o forse la malafede hanno tenuto fuori questo aspetto dall’articolo. Infatti aprendo una qualsiasi pagina relativa a una qualsiasi vulnerabilità, chiunque avrà notato che ad ognuna viene attribuito un punteggio (CVSS Score) da 1 a 10, con l’aggiunta di uno sfondo colorato dal verde al rosso che lo evidenzia a colpo d’occhio. Il tutto è riassunto in questa interessante – almeno quanto la precedente – classifica, di cui riportiamo qui sotto le prime quindici posizioni, ordinate per voto medio.

Metà dei posti disponibili, tra cui i primi sei, è occupata da prodotti Adobe, con una preoccupante media superiore al nove. Ci sono anche due versioni di Windows. Android, primo nella precedente competizione, scende in questo caso all’undicesimo posto, cioè cinque posizioni dietro Microsoft Office, cinquantesimo nella classifica precedente, settimo con una media di 9.30 su 10. Poche vulnerabilità ma buone. Anzi, ottime.

E gli altri del podio precedente? Debian totalizza un “misero” 42° posto con 6.40, davanti a OpenSuse, Ubuntu e il kernel Linux, che non arriva alla “sufficienza”. L’analisi della “classifica costruttori”, per dirla con l’autore, la lasciamo per esercizio. Si può trovare qui.

Se proprio c’è bisogno di commentare, diciamo che, ad esempio, la rigorosa politica di rilascio seguita da Debian dimostra di produrre i suoi buoni risultati; mutatis mutandis lo stesso può dirsi per le altre distribuzioni basate su Linux, e per Linux stesso. In generale, salvo eccezioni, il software libero occupa la parte bassa della classifica. Pur non essendo perfetto per definizione (in realtà lo dicono solo i suoi detrattori, nessun software lo è), per sua natura tende a risolvere i suoi problemi di sicurezza mediamente più in fretta e meglio di altri, semplicemente perché è così che vanno le cose quando il codice sorgente è pubblico e condiviso: se quattro occhi vedono meglio di due, figuriamoci i milioni di occhi sparsi per il pianeta. Se il codice è lì, ci sarà sempre qualcuno che ha voglia di cimentarsi a risolvere un problema. Se invece è chiuso nelle stanze della “cattedrale”, dovrà attendere la disponibilità dei suoi “sacerdoti”.

Ultimo ma non ultimo: analisi di questo tipo non sono banali da fare, soprattutto quando si parla a un vasto pubblico e si ha l’onore di scrivere sui “testi sacri”. Ma di “vangeli apocrifi”, soprattutto in epoche come la nostra, non abbiamo bisogno.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2017/02/20/la-bibbia-internet-vangeli-apocrifi/

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Le olimpiadi e l’orticaria

18 novembre 2016

“Lo sport è bello perché non è sufficiente l’abito. Chiunque può provarci”.
(Pietro Mennea)

Le Olimpiadi Italiane di Informatica (OII) sono un evento organizzato da AICA, Associazione Italiana per l’Informatica ed il Calcolo Automatico, insieme al MIUR, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, nato con l’intento di promuovere nei giovani studenti delle scuole secondarie superiori italiane lo studio e la conoscenza delle discipline legate all’informatica attraverso la partecipazione a una competizione. Gli “atleti” sono chiamati a risolvere dei problemi mediante la definizione di algoritmi e la loro implementazione tramite lo sviluppo di programmi di calcolo. La manifestazione vale anche come selezione per la partecipazione alle Olimpiadi Internazionali di Informatica (International Olympiad in Informatics, IOI), che si tengono ogni anno, dal 1989, in una nazione diversa. Occasioni uniche, dunque, per far crescere i ragazzi a “pane e software”.

Come ogni olimpiade che si rispetti, ci aspettiamo che le regole seguano gli standard. Ve l’immaginate una gara di lancio del disco dove gli atleti usano dischi di forma e peso diversi? o una gara di canottaggio dove c’è chi rema e chi va a motore? Fuor di metafora: che tipo di strumenti vengono messi in mano agli “atleti” dell’informatica? Nella speranza che il software libero fosse al centro di competizioni come queste, siamo andati a vedere. E in generale non siamo stati delusi. Anzi, abbiamo visto cose molto interessanti. Con qualche caduta di stile.

Ma andiamo con ordine.

Il regolamento di gara è in genere lo stesso tutti gli anni: un docente-referente registra le sue credenziali (e-mail, nome utente e password) nell’apposito sito, a cui potrà accedere il giorno stabilito per reperire i file oggetto della prova. Nel regolamento dell’anno scorso era previsto testualmente “un servizio di emergenza via fax oppure e-mail per quelle scuole che riscontreranno problemi nel reperimento dei file. La segnalazione della eventuale inaccessibilità dovrà essere fatta personalmente dal Referente, che verrà identificato attraverso username e password e al quale verranno comunicati i recapiti da utilizzare”.

Lo confessiamo: l’idea che nel XXI secolo degli informatici comunichino con altri informatici via fax, scambiandosi nome utente e password su dei fogli di carta (o anche in chiaro nel testo di una e-mail) come niente fosse, è raccapricciante, e ci ha provocato un principio d’orticaria. L’orticaria è cominciata a passare solo quando abbiamo scoperto con sollievo che il regolamento di quest’anno non prevede l’utilizzo del fax; passerà del tutto forse il prossimo anno, quando magari non sarà più necessario dover scrivere una password dentro una mail.

Lo scorso anno il regolamento prevedeva anche che “la comunicazione dei dati degli atleti avverrà mediante la compilazione di un foglio in formato Excel opportunamente predisposto…”. Abbiamo avuto un altro attacco d’orticaria, anzi due, anzi tre: il primo perché Excel è un programma commerciale per la creazione di fogli di calcolo e NON un formato di file; il secondo perché alle Olimpiadi (quelle vere) i giudici usano il Sistema Internazionale per misurare le prestazioni degli atleti (il metro per misurare i salti e i lanci, il secondo per le corse, il chilogrammo per il sollevamento pesi…) e non si capisce perché per le OII si obblighino le scuole a comprare un metro apposta, fuori standard (leggi: un software proprietario per aprire e modificare un file non standard); il terzo perché in quell’opportunamente predisposto temiamo possa nascondersi una macro di cui nessuno, crediamo, sente il bisogno.

Il regolamento di quest’anno prevede pari pari la stessa procedura stile INVALSI e stesso “foglio in formato Excel opportunamente predisposto”, per cui l’orticaria non è ancora guarita. Speriamo che l’anno prossimo si decida di usare il metro per i salti, il secondo per le corse e il chilogrammo per il sollevamento pesi, anziché lo stadio, il centigiorno e l’oncia, e le scuole non debbano dotarsi di programmi proprietari per aprire formati di file proprietari.

Al di là di queste cadute di stile c’è da dire che gli organizzatori hanno messo a disposizione delle scuole e degli studenti una nutrita serie di strumenti liberi: IDE, compilatori e addirittura l’intero ambiente di gara, ovvero una macchina virtuale, utilizzabile con VirtualBox, identica all’ambiente utilizzato per le gare, che è un sistema operativo Ubuntu Linux, che gli studenti possono scaricare liberamente e avviare per potersi allenare.

Che vinca il miglior software, dunque. Anche per la comunicazione dei dati.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/11/18/le-olimpiadi-lorticaria/

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Office gratis. Ma a che prezzo?

28 ottobre 2016

E adesso aspetterò domani per avere nostalgia
signora libertà signorina fantasia,
così preziosa come il vino, così gratis come la tristezza
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.
(Se ti tagliassero a pezzetti, F. De André, M. Bubola in Fabrizio De André, 1981)

 

chain-1662735_1920Immaginiamo di scendere in strada e chiedere alle prime 10 persone che passano: “cos’è il ?”. Probabilmente almeno 9 (uno che non sa/non risponde c’è in tutti i sondaggi, no?) risponderebbero “il software gratuito!”. Ecco una applicazione da manuale della più classica delle massime di Quelo.

Il software libero non è il software gratis.

Che il software libero sia gratuito non è scritto da nessuna parte. O meglio, nessuna fonte autorevole cita la gratuità come la principale caratteristica identificativa del software libero. Semmai la gratuità viene spesso citata per prima proprio dai suoi detrattori (aziende produttrici di software proprietario e suoi evangelist in testa), considerata solitamente come un difetto, come indice di bassa qualità del prodotto. Perché, signora mia, se te lo regalano o è difettoso, oppure da qualche parte c’è la fregatura e bisogna stare attenti, oggigiorno, con tutta la gente in giro che ti vuole scucire soldi.

D’altra parte riflettiamo: è gratis la tessera del supermercato che ti accredita punti ad ogni acquisto. Gratis, ma a che prezzo? Il prezzo è l’induzione a fare la spesa sempre in quel negozio, a prescindere dai prezzi e dai bisogni, per accumulare sempre più punti; il prezzo è anche il “piccolo” contributo da pagare per avere “diritto” ai ricchi premi in palio (dei quali spesso non abbiamo proprio alcun bisogno, altrimenti li avremmo acquistati. Ma questo è un altro problema).

È gratis il bellissimo smartphone offerto dalla compagnia telefonica in cambio del passaggio a una delle sue tariffe. Gratis, ma a che prezzo? Il prezzo è l’obbligo di tenere quella tariffa per il tempo imposto dal contratto, che è poi giusto il tempo necessario a generare il traffico telefonico con il quale alla fine dei conti pagheremo anche il telefono.

Adesso è gratis anche il software. Ma come? – si dirà – Non s’era detto che il software libero non è quello gratuito? Certo. Infatti adesso è gratis il software proprietario. È gratis nientemeno che Microsoft Office, la nota suite da ufficio chiusa, come pubblicizzato a caratteri cubitali sul suo sito web.

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Ti basta un browser. Seleziona un riquadro qui sotto per iniziare. È gratis”. Gratis, ma a che prezzo? Tanto per cominciare non si tratta di software che puoi installare sul tuo computer, ma di un servizio a cui puoi accedere tramite internet. Quindi non “basta” un browser, ma “occorre” un browser e non basta: “occorre” anche una connessione internet. Niente connessione, niente Office. E se non avete salvato una copia in locale, cioè sul vostro computer niente documenti. È il cloud, bellezza.

Se vi sembra un evento improbabile non avere a disposizione una connessione internet nel mentre vi accingete ad esporre la vostra bella relazione corredata di slide realizzate con Microsoft PowerPoint Online, probabilmente vivete all’estero o nel mondo dei sogni. Per inciso, se anche avete scaricato in locale i vostri documenti, ma non vi siete premuniti contro l’assenza di connessione, non avrete modo di aprirli.

Come se non bastasse, aggiungiamo tutti i problemi legati alla privacy. I vostri documenti e il relativo software sono “sul cloud”, che non è l’etere di Aristotele o il paradiso terrestre, ma semplicemente il computer di un altro (nella fattispecie i server di Microsoft sparsi per il globo), insieme ai vostri dati. “Dati” non significa solo (si fa per dire) i documenti che avete creato con il vostro Office Online. Avete creato un account Microsoft, ricordate? “Facendo clic su Avanti dichiari di accettare il Contratto di Servizi Microsoft e l’informativa sulla privacy e sui cookie.”, ricordate? Avete letto attentamente questi due documenti prima di cliccare avanti, vero? Quindi già sapete che “Microsoft condivide i dati personali con il consenso dell’utente o in base alle esigenze per completare transazioni o fornire un prodotto richiesto o autorizzato dall’utente. Microsoft inoltre condivide dati con società affiliate e filiali controllate da Microsoft, con fornitori che lavorano per suo conto, se richiesto dalla legge o in risposta a procedimenti legali, per proteggere i propri clienti, per proteggere vite umane, per mantenere la sicurezza dei prodotti Microsoft e per proteggere i diritti o la proprietà di Microsoft”. Un sacco di gente, insomma. E un bel prezzo da pagare, per essere gratis. D’altra parte, se te lo regalano, signora mia…

Dunque aveva ragione Quelo: non il software libero, ma il software proprietario è quello gratis.

Ma il software libero allora? ”Libero” (felice e inequivoca traduzione del ben più equivoco inglese “free”) significa che la licenza con cui viene distribuito lascia all’utente alcune libertà: di installarlo su qualsivoglia dispositivo (e pazienza se manca la connessione, il software è sul pc), copiarlo e distribuirlo ad altri utenti, di vedere il codice sorgente, di modificarlo e ridistribuirlo nella versione modificata. Mai nella licenza di un software libero troverete riferimenti di natura economica. Il software libero si può vendere (sorpresi?), ma ovviamente troverete sempre qualcuno che vi farà un prezzo più basso, al limite nullo, da cui la convinzione che possa considerarsi gratis. In ogni caso stiamo parlando di vendita di supporti di memorizzazione, non di licenze d’uso. Lo so, sono concetti che decenni di monopolio del software proprietario hanno reso di difficile comprensione, ma vi assicuro che dopo un po’ tornerà a sembrare ovvio e naturale come dovrebbe essere.

Per restare alle suite da ufficio, prendiamo LibreOffice, principale concorrente libero di . Da nessuna parte sul suo sito web italiano (ma anche in quelli relativi alle altre lingue) troverete la parola “gratis”.

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Chi usa software libero generalmente investe in conoscenza anziché spendere in licenze. Significa partecipazione a corsi di formazione, o sviluppo di personalizzazioni a partire dal codice sorgente di cui ha piena disponibilità; spesso investe in sostegno alla comunità che è dietro ad ogni progetto di software libero di valore, e sostegno non significa solo contributo economico, ma anche collaborazione. Perché l’utente di software libero tende spontaneamente ad essere coinvolto nel progetto, sentendo il naturale bisogno di restituire, con quel tanto o poco che sa fare, quello che prende nell’utilizzo del software. L’utente di software libero finisce col diventare contributore nella segnalazione di bug, nella formazione di altri utenti, nella produzione e nella traduzione di documentazione… su su fino allo sviluppo vero e proprio del software. Il prezzo da pagare per il software libero è questo. Se tanto o poco, decidete voi.

Capisco che anche questi sono concetti resi difficili da comprendere da decenni di dinamiche di sfruttamento commerciale del software: ma almeno questa colpa non può essere imputata al software libero, vi pare?

Dunque d’ora in poi facciamo pure che il software proprietario è gratis (al prezzo che abbiamo detto sopra) e il software libero è – semplicemente – libero, ok?

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/10/28/office-gratis-prezzo/

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Innovazione digitale tra grandi sogni e piccoli incubi

7 ottobre 2016

despair-513529_1920È di questi giorni la notizia della nomina a “Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale” di Diego Piacentini, attualmente “Senior Vice President International” di Amazon. Secondo le dichiarazioni ufficiali il numero due del colosso di Seattle dovrà “dare una mano al Governo nell’accelerazione della trasformazione digitale del Paese e a contribuire a semplificare la relazione tra la Pubblica Amministrazione, i cittadini e le imprese”.

Non è in questa sede che vogliamo giudicare questa scelta, peraltro non priva di lati oscuri, dubbi e possibili conflitti di interesse, come già emerso chiaramente da diverse parti. La trasformazione digitale del Paese è un grande sogno che non può più aspettare di essere realizzato.

E intanto? Si va avanti, più o meno come sempre. Ad esempio l’Agenzia per l’Italia Digitale () – nata per fare sostanzialmente quanto chiesto ora al Commissario Straordinario, quindi di fatto commissariata –  pubblica bandi, tra cui quello “per il conferimento di n. 15 incarichi di collaborazione coordinata e continuativa da impegnare sui progetti dell’Area “Architetture, standard e infrastrutture” e nel Piano Triennale dell’ICT nella P.A.”.

Nell’avviso in questione troviamo anche diversi allegati: due sono in formato .pdf, due in formato .doc.

schermata-2016-10-06-alle-09-49-29Il primo dei due file .pdf contiene l’intero testo dell’avviso, redatto verosimilmente con una qualche versione di Microsoft Word (dato che incorpora la serie di font Calibri) e quindi convertito in pdf con il software (libero) PDFCreator. L’altro file pdf contiene la determinazione, o meglio una scansione di bassa qualità della stampa cartacea della determinazione, probabilmente stampata apposta per essere firmata (a penna) dal direttore dell’AgID Samaritani. Ormai l’abbiamo imparato: per la Pubblica Amministrazione, anche nelle sue propaggini statutariamente votate alla modernizzazione digitale del Paese, il documento “è” il foglio, l’originale è il pezzo di carta – possibilmente con timbro e firma del dirigente di turno che ne sancisca l’originalità – anziché il contenuto. Per la cronaca il file ci dice anche che negli uffici dell’Agenzia usano delle Xerox WorkCentre 5875 (costo: circa 18.000 euro iva esclusa) per ottenere scansioni come quelle, che è un po’ come andare a far la spesa con la Ferrari.

Degli altri due file c’è ben poco da dire:

  • sono nel formato chiuso e proprietario creato da Microsoft e utilizzato come formato predefinito di Microsoft Word fino alla versione 2003. Da MS Office 2007 in poi fu sostituito da OOXML (estensione .docx per i file creati da Word), uno standard per modo di dire;
  • uno dei due non è altro che il file sorgente della stessa determinazione stampata, firmata, scansionata e convertita in pdf di cui abbiamo detto prima. Quello che per la PA è l’originale in realtà è una copia (o meglio una pessima fotografia autografa realizzata con una costosissima “macchina fotografica”) di questo file, che è letteralmente l’originale, alla quale hanno aggiunto a mano numero, data e firma;
  • l’altro è il modulo da compilare per presentare domanda di partecipazione al concorso in questione. Oltre ad usare un formato chiuso e proprietario, utilizza anche la font Calibri di cui abbiamo già parlato: vuol dire che può essere correttamente visualizzato sostanzialmente solo da utenti di Microsoft Word, che hanno preinstallata la font suddetta. D’altra parte “Se si desidera condividere file di Microsoft Office Word, PowerPoint o Excel con altri utenti, è necessario conoscere i tipi di carattere  nativi della versione di Office in uso. Se il tipo di carattere non è nativo, è necessario incorporarlo o distribuirlo insieme al file di Word, alla presentazione di PowerPoint o al foglio di calcolo di Excel. Questa operazione può a volte rivelarsi complessa perché numerosi tipi di carattere sono protetti da leggi sul copyright e alcuni contratti di licenza di tipi di carattere consentono di incorporare il carattere, ma impediscono ad altri utenti di modificare il file”. Non lo diciamo noi, lo dice Microsoft qui. Dunque gli utenti dei prodotti Microsoft, che hanno Office e la font Calibri installata, lo vedranno nella formattazione voluta dall’autore, mentre gli altri lo vedranno più o meno così:

schermata-2016-10-06-alle-09-51-10-768x422Non è tutto: i due documenti in formato .doc sono stati redatti usando versioni di Microsoft Word 2007 o successive, per le quali il formato di salvataggio dei file di dafault è OOXML. Sono stati quindi volutamente salvati in un formato chiuso, proprietario e obsoleto quale è il formato .doc. Il motivo davvero supera tutti i nostri più fantasiosi tentativi di comprensione.

Dite voi se è questa la condotta che vi aspettereste da un Ente espressamente creato per sovrintendere all’opera di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione; dite voi se questa è la che ci aspettiamo – che il resto del mondo si attende – da uno dei Paesi più industrializzati del mondo; dite voi se invece esiste un modo migliore, più coerente, aperto, inclusivo (e alla fine anche più economico) di fare le cose.

È vero: il comma 2 dell’Art.68 del CAD, che imponeva alle PA “l’interoperabilità e la cooperazione applicativa, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 28 febbraio 2005, n. 42” e “la rappresentazione dei dati e documenti in più formati, di cui almeno uno di tipo aperto, salvo che ricorrano peculiari ed eccezionali esigenze” è sparito (perché?) nella revisione operata dal Decreto Legislativo n.179/2016, ma non per questo interoperabilità ed apertura, per quanto sgradite a qualcuno, sono diventate fuori legge.

In fin dei conti la nomina del Commissario Straordinario potrebbe addirittura non essere il maggiore dei problemi di questo Paese.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/10/07/innovazione-digitale-tra-grandi-sogni-e-piccoli-incubi/?platform=hootsuite

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La ceralacca digitale

30 settembre 2016

seal-1463911_1280C’è gran fermento nella scuola italiana. O almeno così sembra. Da quando è stato varato il Piano Nazionale per la Scuola Digitale (PNSD) non c’è consiglio d’istituto dove non compaiano a verbale almeno una tra le parole “coding”, “innovazione”, “skills”, “framework” o “tecnologia”. E questo è indubbiamente un bene, segno che qualcosa si muove. A volte in modo maldestro e impacciato, ma si muove. D’altra parte per imparare a correre bisogna aver imparato prima a camminare e per imparare a camminare abbiamo prima imparato a gattonare.

Qualche giorno fa il ha pubblicato un bando per la realizzazione di Curricoli da parte delle istituzioni scolastiche ed educative statali, favorendo esperienze di progettazione partecipata, al fine di creare, sperimentare e mettere a disposizione di tutte le scuole nuovi Curricoli Didattici innovativi, strutturati, aperti e in grado di coinvolgere la comunità scolastica allargata, con uno stanziamento di oltre 4 milioni di euro di montepremi.

“L’Avviso che pubblichiamo oggi ha un contenuto altamente innovativo” ha prontamente dichiarato il ministro Giannini a commento dell’operazione che mira ad incentivare le scuole a produrre contenuti formativi – sia nella forma che nella sostanza – su temi come la cultura (ma anche arte, economia, imprenditorialità) digitale, STEM, big e open data e formazione all’uso dei media digitali.

Per maggiori informazioni sul “contenuto altamente innovativo” dell’avviso rimandiamo alla relativa pagina web del sito del MIUR. Ma più che dei contenuti, la nostra attenzione ai dettagli ci porta qui soprattutto a parlare della forma, ahimè abbastanza poco innovativa, in cui questo avviso è stato pubblicato. Si tratta infatti di un file in formato PDF che anziché contenere il testo contiene la scansione bitmap delle pagine del documento.

Qualcuno ha quindi scritto il testo con un elaboratore di testi, poi l’ha stampato su carta e inserito in una fotocopiatrice-scanner per ottenere questo risultato finale. Più verosimilmente si tratta di una procedura automatizzata comune anche ad altri Ministeri, dal momento che il PDF contiene in testa alla prima pagina elementi (stavolta testuali) di codifica del documento.

In ogni caso qualcuno, evidentemente non molto in linea con il suo “contenuto altamente innovativo”, è stato comunque tanto zelante da richiedere che il Direttore Generale Simona Montesarchio firmasse a mano (con la penna) in calce al documento, ma anche – non si sa mai, è più sicuro! – nell’angolo di ognuna delle altre sei pagine, come usava nel secolo della carta (no, niente timbro su ceralacca, presumibilmente troppo difficile da riprodurre in fotocopia).

pag1-2Evidentemente per qualcuno al Ministero, ancora oggi, nel 2016, il documento “è” il foglio, la sostanza è il pezzo di carta anziché il contenuto. Altrettanto evidentemente il Direttore Generale Montesarchio – classe 1978, laurea con lode in giurisprudenza e patente europea del computer ECDL – non avrà trovato nulla da eccepire sulla pubblicazione online di un documento ufficiale in questa forma: pesante quasi 4 MB (almeno cento volte più di un equivalente file PDF in modo testo) ed utile solo ad essere letto con gli occhi. Perché la certificazione ECDL dovrebbe abilitare a sapere che un PDF bitmap non può usarsi per fare ricerche di testo utilizzando le funzioni proprie di tutti i lettori di PDF (cosa vuoi cercare in un foglio che contiene un’immagine bitmap anziché parole?) e non può essere indicizzato; in un PDF bitmap non puoi cliccare sui link alle pagine web o sugli indirizzi e-mail; di un PDF bitmap non puoi utilizzare parti di testo da copiare e incollare nei tuoi documenti di testo, nei progetti, nei messaggi che docenti e animatori digitali si scambiano attraverso i social network.

Come possiamo realisticamente parlare di “scuola digitale”, “contenuti altamente innovativi”, “qualità, integrità e circolazione dell’informazione”, “lettura e scrittura in ambienti digitali e misti” (tutte espressioni di cui è pieno il PNSD) se non siamo capaci di mettere in rete un documento in modo appropriato? Che tipo di formazione all’uso delle tecnologie informatiche possiamo ragionevolmente aspettarci per i nostri figli da chi si mostra come minimo altrettanto bisognoso di formazione? Quale “pensiero computazionale” possiamo apprendere in un contesto che, nonostante gli sforzi d’intenzione (o di facciata) quotidianamente si dimostra – salvo rare eccezioni – ancorato a schemi mentali analogici e a formalismi burocratici di stampo medievale?

Il minimo che possiamo aspettarci, in questi casi, è che il livello qualitativo della base sia quantomeno allineato a quello dei vertici. A titolo di esempio basta fare un giro sul gruppo Facebook degli Animatori Digitali per rendersene conto di persona.

esperto-ms_cropMarco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/30/la-ceralacca-digitale/?platform=hootsuite

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C’era una volta Piero Calamandrei

26 settembre 2016

schermata-2016-09-19-alle-10-23-20 è uno dei Padri della Costituzione della Repubblica Italiana. Era un professore, e in quanto tale era molto attento ai problemi della scuola.

L’11 febbraio 1950, ovvero 66 anni or sono, Piero Calamandrei ha fatto un discorso a difesa della neutralità della scuola che è particolarmente attuale, alla luce di un recente annuncio da parte del .

Rileggiamo le parole di Piero Calamandrei:

La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’articolo 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti.

La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”.

E l’articolo 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni […].

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta […].

La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito […].

Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.

Oggi, il problema non è rappresentato da una scuola che è espressione di un partito, ma di una scuola che rischia di diventare espressione di un’azienda e delle sue tecnologie (e purtroppo è già pericolosamente vicina a esserlo, con preoccupanti ripercussioni non solo sulla cultura digitale degli studenti ma anche sull’indipendenza tecnologia del nostro Paese).

Un paio di esempi, per evitare di essere accusato di catastrofismo:

1. All’interno del progetto LibreOffice, la comunità italiana – rappresentata da Associazione LibreItalia – è di gran lunga la più numerosa e la più attiva, ma è anche quella che esprime il minor numero di sviluppatori (perché si parla di sviluppo basato su strumenti open source, che non sembrano essere molto popolari tra gli studenti italiani).

In Turchia, un gruppo di studenti dell’Università di Ankara non solo contribuisce regolarmente allo sviluppo di LibreOffice, ma sta addirittura pensando alla creazione di una startup focalizzata sullo sviluppo di software open source. E questo è solo un esempio di quello che può succedere quando gli studenti hanno un approccio “neutrale” alle tecnologie.

2. La maggior parte degli acquisti di software proprietario in Italia vengono fatturati in Irlanda, perché le centrali di distribuzione dei grandi vendor sono tutte in quel Paese in virtù di un regime fiscale estremamente favorevole. In questo modo, solo una minima percentuale del costo del software – quella che equivale alle commissioni di vendita – rimane in Italia, mentre tutto il resto va all’Estero (a finanziare acquisizioni come quella di LinkedIn, che non portano nemmeno un centesimo in Italia).

Al contrario, qualsiasi installazione di software open source – comprese quelle in cui è previsto l’acquisto di un “abbonamento” al servizio – lascia una percentuale superiore al 50% del fatturato nel Paese di origine in quanto la maggior parte dei servizi viene erogata da aziende locali.

Eppure, stando ai commenti, l‘accordo siglato dal MIUR con è del tutto normale, probabilmente perché la maggior parte degli utenti è talmente “diseducata” da avere una percezione del tutto distorta del suo significato. E’ come se la definizione dei programmi scolastici di scienze della nutrizione venisse affidata a McDonald’s, e ho detto tutto…

Italo Vignoli

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/26/cera-volta-piero-calamandrei/?platform=hootsuite

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Libero e salvo a sua insaputa

16 settembre 2016

schermata-2016-09-13-alle-15-49-24Qualche giorno fa Mario (nome di fantasia) porta il suo computer in assistenza. Lui non sa niente di computer: lo usa per internet, per scrivere, per la posta. “Quando lo accendo mi fa lo schermo nero, con delle scritte” cerca di spiegare preoccupato a Daniele, il tecnico che ha preso in carico la sua macchina.

Effettivamente la sua spiegazione non fa una piega.

schermata-2016-09-13-alle-15-22-59-1024x545Daniele conosce Mario, gli aveva venduto il computer calibrando la scelta di hardware e software sulle sue esigenze basilari, capisce subito che si tratta di un classico attacco da ransomware. D’altra parte la schermata spiega esattamente cosa è successo: il “virus”, probabilmente un programmino allegato a qualche messaggio di posta ed inavvertitamente eseguito dall’utente stesso, ha cifrato i file presenti nell’hard disk (tutti o alcuni, a seconda della variante del ) e viene richiesto un riscatto per la loro decrittazione. Resta solo da capire di quale variante di virus si tratta, ma anche questo non è difficile: basta fare una rapida ricerca in rete per scoprire trattarsi di Zepto ransomware.

“C’è una notizia buona e una cattiva. – spiega Daniele al suo sfortunato cliente. – La notizia cattiva è che non è stato ancora trovato il modo di decifrare i file cifrati senza pagare il riscatto e pagare, oltre che essere solo un modo per alimentare la diffusione della truffa, non garantisce affatto di ricevere la chiave per decifrare i file e riportarli ad essere di nuovo leggibili. In sostanza: i file cifrati, se non hai una copia di backup, sono da considerare perduti.”

“E… la notizia buona?” chiede Mario, bianco in volto, con un filo di voce, pensando che sì, le sue poche foto e qualche video sono ancora nella macchina fotografica, ma i documenti? E la posta?

La notizia buona – continua Daniele, con fare deciso e sguardo sereno – è che Zepto ransomware non cifra tutti i file, ma solo alcune tipologie ben precise, tra cui ci sono le fotografie (file .jpg, .png, i .psd di Photoshop…), la musica e i filmati (file .mp3, mp4, .mkv, mpeg…) i documenti di MS Office (file .doc, .docx, .xls, .xlsx, .ppt, .pptx…) ed altri.”

E che buona notizia sarebbe? – grida Mario, sentendosi un po’ preso in giro – Io non ho mai fatto copie della posta e dei documenti, che sono i più importanti: dunque non c’è verso di riaverli indietro?”

Daniele lo guarda dritto negli occhi ed esclama: “la tua posta e i tuoi documenti sono tutti salvi.”

“Com’è possibile?!?”

Già, com’è possibile? Per quanto riguarda la posta, l’account era stato configurato come IMAP, per cui la posta era ancora tutta nel server del gestore: una volta riformattato il disco e reinstallato il sistema operativo, sarebbe bastato reinstallare il programma e riconfigurare l’account per rivedere tutta la posta al suo posto.

Per quanto riguarda i documenti era ancora più facile. Quando il nostro Mario andò da Daniele a comprare un computer voleva anche “un programma per scrivere le cose” e Daniele gli aveva installato LibreOffice. Quando Mario era venuto a ritirarlo, Daniele gli aveva spiegato brevemente le funzionalità dei vari programmi. Mario, da utente poco esperto, non aveva fatto domande e Daniele non aveva dato troppe spiegazioni che avrebbero solo generato confusione.

Dunque Mario, a sua insaputa, aveva usato da sempre , peraltro trovandosi benissimo, per creare i suoi documenti in formato ODF, un formato standard aperto di ottima qualità, il formato predefinito in LibreOffice. Senza saperlo, questa scelta aveva messo i suoi documenti al riparo dai danni provocati dal malware che aveva reso praticamente inutilizzabile il suo computer. Restando nella metafora medica, nonostante il suo computer fosse stato devastato da un virus, i suoi documenti si sono salvati perché erano vaccinati.

Intendiamoci, non c’è nessuna particolare merito di LibreOffice o del formato in questo caso. Ma è un dato di fatto che molti ransomware in circolazione – e Zepto tra questi – attaccano selettivamente alcuni tipi di file e tra questi quasi sempre ci sono i formati di Microsoft Office e quasi mai il formato OpenDocument. Ed è dunque un dato di fatto che usare LibreOffice – che è un ottima suite per la produttività individuale – e il formato mette i nostri documenti potenzialmente al riparo da attacchi di questo tipo.

È bastato quindi salvare i documenti di Mario su un supporto esterno, bonificare la macchina reinstallando il sistema operativo e rimettere i documenti al loro posto per ripristinare l’utilizzo del computer limitando i danni

Certo, se Daniele avesse osato di più, installando un sistema operativo Linux sulla macchina di Mario, certamente non avrebbe subito attacchi di questo tipo, dato che Linux è incompatibile con quasi tutti i malware in circolazione, Zepto compreso. Ma questa è un’altra storia.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/16/libero-salvo-sua-insaputa

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