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Archivio per la categoria ‘scuola’

Scrivere la tesi: linee guida (dritte e storte)

10 giugno 2016

graduation-879941_1920La scrittura della tesi di laurea non sarà certo la prima esperienza di elaborazione digitale di testi, ma probabilmente è la più importante per molti studenti. Si comincia ormai fin dalla scuola primaria con ricerche e tesine individuali o di gruppo. Eppure, arrivati alla fatidica soglia, si arriva ben presto a chiedersi: come devo presentare la mia tesi? Come devo formattare la mia pagina? Che devo/posso usare? Che formato di file?

Almeno da questo punto di vista era tutto più semplice ai tempi della macchina da scrivere: gli unici parametri da definire erano il numero di caratteri per riga e il numero di righe per pagina e i rapporti tra tesista e erano regolati dallo scambio di copie cartacee. Non è molto, a dire il vero, per poter rimpiangere i “vecchi tempi”.

Gli strumenti informatici oggi a disposizione concedono grandi libertà di gestione del testo e di scelta della veste grafica ma soprattutto permettono lo scambio dei file e una gestione delle informazioni – nello spazio e nel tempo – impensabile nel secolo scorso.

Proprio per cercare di mettere un po’ d’ordine in tutti questi aspetti molti atenei propongono ai laureandi delle linee guida relative sia all’aspetto finale dell’elaborato, sia al formato di file per lo scambio con i docenti e con l’ateneo stesso.

Diciamolo subito: non sarebbe male se il MIUR emanasse delle linee guida sulle linee guida. In mancanza di specifiche generali ogni università si è data le sue regole, più o meno precise, più o meno stringenti, e anche più o meno facili da trovare all’interno dei rispettivi siti web istituzionali. Addirittura in alcune università le indicazioni variano da una facoltà all’altra: a Medicina la tua tesi dev’essere così, a Giurisprudenza dev’essere cosà, se fai Ingegneria sei pregato di contattare il docente…

Ciò detto, in questa sede abbiamo cercato piuttosto di chiederci: quanto sono “open” queste linee guida?

Da quanto premesso emerge l’impossibilità di una risposta univoca. Bisognerebbe piuttosto valutare caso per caso. Per questo abbiamo scelto solo due esempi che ci sembrano interessanti per almeno due motivi: il primo è che si tratta di due grandi università, il secondo è che si collocano agli antipodi rispetto all’utilizzo di software libero e aperti. Si tratta dell’Università di Roma La Sapienza e del Politecnico di Torino.

Sapienza Università di Roma

La pagina web contenente le informazioni in questione non è facile da trovare. Dal titolo sembra solo l’indicazione di “come applicare il logo sulla tesi”, ma in realtà contiene tutte le informazioni che servono, compresi file già pronti da scaricare per essere usati ed esempi di copertina e frontespizio. Peccato però che:

  • il logo è fornito come file vettoriale, ma in un formato proprietario, precisamente il formato .ai dei file di Adobe Illustrator;
  • i modelli di file da usare per redigere la tesi sono anch’essi in formato proprietario, precisamente il formato .doc dei file di Microsoft Word fino alla versione 2003. Dunque un formato proprietario, chiuso, obsoleto e, ad essere pignoli, anche improprio: infatti non si tratta di file modello, che per Microsoft Office sarebbe il formato .dot, ma di semplici documenti vuoti. La differenza non è abissale, ma siamo pur sempre in una delle più prestigiose università italiane, un po’ di precisione non guasterebbe;
  • Dulcis in fundo (letteralmente, essendo in fondo alla pagina) viene testualmente raccomandato: “i caratteri da utilizzare per l’interno della tesi sono Arial per i titoli e Palatino Lynotipe per i testi”. Entrambi sono font proprietari, generamente forniti con i prodotti Microsoft (sistemi operativi Windows, ma anche applicativi come Office).

Delle due l’una: o tacitamente si assume che tutti gli studenti dell’ateneo romano utilizzino computer con sistemi operativi Microsoft Windows e abbiano una licenza di Microsoft Office e addirittura di Adobe Illustrator, oppure i formati dei file proposti sono considerati come degli standard. Peraltro altrove sembrerebbe invece che l’università regali agli studenti l’accesso a prodotti Google. Nessuna di queste ipotesi ci entusiasma.

Politecnico di Torino

Dal sito dell’ateneo, navigando attraverso il menù “didattica e studenti”, “servizi per gli studenti”, “proposte tesi” si trova la voce “saper comunicare”, da dove è possibile scaricare un interessante e completo manuale in formato PDF che introduce alla scrittura tecnico-scientifica trattandola in tutti i suoi aspetti. In particolare il capitolo 4 è interamente dedicato agli aspetti più tecnico-grafici, a partire dalla scelta dei programmi di scrittura. Da subito viene spiegato che “Indicare qui uno o più programmi per la composizione della tesi sembra voler fare réclame a questo o a quel programma, ma non è così; il problema è correlato ad un elemento del tutto nuovo rispetto al passato. Questo elemento del tutto nuovo è costituito dall’archiviazione elettronica”. La ratio del testo è che all’università interessa che la tesi venga consegnata in formato PDF/A, standard ISO pensato per l’archiviazione a lungo termine dei documenti, indipendentemente dagli strumenti utilizzati per ottenerlo, dei quali – sia comerciali che liberi – peraltro viene dato un elenco molto esauriente. Inoltre si specifica che “se non è detto diversamente nella precedente descrizione, vuol dire che il programma citato è disponibile per tutte le principali piattaforme di elaborazione, in particolare con i vari sistemi operativi della MicroSoft, con i sistemi Mac OS X, e con le varie incarnazioni dei sistemi Linux”. Della serie: usate ciò che volete, basta che ci date un file PDF/A.

Quello che deve essere chiaro al tesista è che “la tesi […] non può essere consegnata al momento di iscrizione all’esame di laurea in un formato qualsiasi, sia esso DOC, ODT, PS, RTF, o altri formati più o meno esoterici liberi o proprietari; nemmeno il formato PDF di per sé ha il formato giusto, se manca delle altre piccole modifiche e aggiunte a cui si accennava sopra. Anche il formato PDF deve essere scritto con la versione PDF-1.4 e non sono accettabili né versioni precedenti né versioni successive, perché così prescrive la norma ISO”. Della serie: lo standard prima di tutto, siamo o non siamo un politecnico?

Il testo, che merita di essere letto integralmente, eccelle per l’attenzione alla neutralità rispetto agli strumenti utilizzati e l’attenzione al rispetto degli standard aperti: chi lo legge ha la netta sensazione di poter scegliere liberamente la strada da percorrere per raggiungere l’obiettivo finale, definito comunque in maniera molto precisa e dettagliata.

Della serie: la libertà prima di tutto.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/10/scrivere-la-tesi-linee-guida-dritte-storte/

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Per imparare a suonare il violino serve uno Stradivari?

13 maggio 2016

music-1283851_1920La storia

L’anno scorso ho cercato di dare il mio contributo a questo progetto di realizzazione di un’aula informatica libera. Se qualcuno pensasse che il mio impegno non sia stato del tutto disinteressato, trattandosi della media dei miei figli (uno è già in prima), avrebbe senz’altro ragione: avevo tutto l’interesse affinché la dei miei figli avesse un’aula computer quantomeno funzionante, e funzionante con , e mi sono impegnato ben volentieri per agevolare questo processo. Alzi la mano chi non vuole il meglio per i propri figli.

Durante la fase di installazione di programmi aggiuntivi, oltre quelli presenti di default nella distribuzione Linux prescelta e quelli aggiunti di nostra iniziativa, ci è stato espressamente richiesto di installare anche DraftSight.

Il rivale povero di AutoCAD

Si tratta di un programma di disegno CAD bidimensionale, creato e distribuito da Dassault Systèmes, multinazionale francese nota per Catia, SolidWorks e altri prestigiosi software per la progettazione e la produzione industriale. È distribuito con costi di licenza molto accessibili per utilizzi professionali e con licenza d’uso gratuita per studenti e per utilizzo personale, pur rimanendo comunque a tutti gli effetti un software proprietario. L’interfaccia utente, la serie di strumenti e un workflow molto simili al costoso rivale AutoCAD, ma soprattutto la sua compatibilità in lettura e scrittura con il formato AutoCAD dwg, che sta al disegno tecnico come il formato .doc sta alla produzione documentale, ne fanno un software molto in voga negli ambienti che necessitano di strumenti di questo tipo.

Si è già discusso altrove delle possibilità – peraltro assai scarse, al momento – di utilizzo di strumenti liberi nel disegno 2D e 3D a livello professionale. Ma la domanda che ci siamo posti subito è: davvero una scuola ha bisogno di DraftSight? Ce lo siamo chiesto e lo abbiamo chiesto ai nostri interlocutori, presentando i programmi liberi (QCAD e LibreCAD) alternativi ad esso. La risposta che ci hanno dato è stata più o meno: “sì, serve perché è molto simile a quello che i ragazzi si troveranno ad usare una volta entrati nel mondo del lavoro, quindi devono imparare ad usarlo”.

Invece no.

Ragioniamo: a cosa serve un CAD 2D a scuola? Essenzialmente, nelle ore di tecnologia, a familiarizzare con alcuni concetti base, come il disegno di enti geometrici su un piano cartesiano, la conoscenza di strumenti di disegno di primitive come punti, linee, poligoni, cerchi e curve, e l’utilizzo di strumenti tipici del CAD bidimensionale, come l’aggancio a punti notevoli (estremi o punto medio di un segmento, centro di una circonferenza o di un arco…), la possibilità di disegnare linee parallele o perpendicolari, gli strumenti di spostamento e di copia di oggetti, di taglio e di estensione delle linee, eccetera. Un ragazzo che per la prima volta entra in questo mondo deve prima di tutto acquisire questo paradigma, che è un po’ diverso dal classico disegno tecnico su carta, lasciando al software il cruccio di mostrare il punto medio di un segmento anziché doverlo determinare con squadra e compasso, e liberando quindi la mente per la parte creativa del disegno tecnico. Ora tutto questo, a questo livello, è indipendente dal software utilizzato. Il fatto che AutoCAD (o il suo “rivale povero” DraftSight) gestisca lo snap in modo un po’ diverso (molto meno di quello che si crede) o che le icone dei vari strumenti di disegno e di editing siano disposte in modo diverso e accessibili attraverso un flusso di lavoro diverso è assolutamente irrilevante. Chi si avvicina per la prima volta a un software non ha nessuna idea del fatto che ne esista un altro che fa le cose in modo diverso da questo. La possibilità che un ragazzo possa accedere liberamente e senza costi di licenza ad un qualunque programma con cui possa tirare linee per qualche ora o disegnare la pianta quotata della sua cameretta, magari cominciando il lavoro a scuola e finendolo a casa, dove potrebbe utilizzare lo stesso software, salvando i suoi file in un formato (DXF) ragionevolmente (se non completamente) aperto, è di gran lunga prioritaria rispetto al problema di replicare un ipotetico ambiente di lavoro, che è un falso problema sia perché non tutti da grandi faranno progettazione, men che meno su un CAD bidimensionale, sia perché gli strumenti che troveranno tra cinque o dieci anni non avranno probabilmente molto in comune con quelli attuali (pensate solo a com’era AutoCAD due o tre lustri fa), per cui ha veramente ben poco senso preoccuparsene.

Per imparare a guidare non serve un’ammiraglia, serve un’utilitaria dove capire come si comportano l’acceleratore e il freno, e come si cambiano le marce; per imparare a suonare il violino non serve uno Stradivari, serve un violino da studio dove esercitarsi con la tecnica; per imparare a usare un CAD non serve un CAD professionale, ma serve un CAD che funziona per capire come funziona. E magari – quello sì – serve un insegnante che lo conosca.

LibreCAD a scuola va benissimo: è semplice, leggero, libero e gratuito, ha tutto quello che serve per un utilizzo di base quale è quello scolastico e permette di imparare come funziona lui e come funzionano i programmi più complessi ed evoluti.

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Epilogo

Com’è finita la storia?

Basti sapere che:

  • la maggior parte dei computer di quell’aula è costituita da vecchie macchine a 32 bit;
  • per ragioni di uniformità si era già deciso di installare una identica versione (a 32 bit) del sistema operativo su tutti i PC dell’aula, compresi i pochi recenti a 64 bit;
  • Per ragioni che ignoriamo, una versione di DraftSight a 32 bit esiste solo per Microsoft Windows: per MacOS e Linux esistono solo binari precompilati a 64 bit.

E vissero tutti ugualmente felici e contenti.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/05/13/per-imparare-a-suonare-violino-serve-stradivari/

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La scuola al tempo del bonus

25 marzo 2016

bambini-tabletCom’è noto, la la legge 107/2015 di riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione ha istituito quella che formalmente si chiama la Carta elettronica per l’aggiornamento e la formazione del docente di ruolo, ma che sostanzialmente si traduce in un bonus di 500 euro all’anno che il docente può investire in beni o servizi ritenuti utili per la sua formazione professionale.

Sulla strana natura di questo bonus si potrebbe disquisire all’infinito: non si tratta di un semplice aumento di stipendio, che ogni docente avrebbe la libertà di spendere (o di non spendere) come vuole, ma di un finanziamento pubblico che il docente, in quanto dipendente dello Stato, riceve perché sia speso nei termini di legge e adeguatamente rendicontato.

Come spendere, dunque, quei 500 euro? La legge, al comma 121 dell’unico articolo, dice testualmente che la somma può essere impiegata:

  • per l’acquisto di libri e di testi, anche in formato digitale, di pubblicazioni e di riviste comunque utili all’aggiornamento professionale;
  • per l’acquisto di hardware e software;
  • per l’iscrizione a:
    • corsi per attività di aggiornamento e di qualificazione delle competenze professionali, svolti da enti accreditati presso il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca;
    • a corsi di laurea, corsi di laurea magistrale, specialistica o a ciclo unico, inerenti al profilo professionale, ovvero a corsi post lauream o a master universitari inerenti al profilo professionale;
  • per rappresentazioni teatrali e cinematografiche;
  • per l’ingresso a musei, mostre ed eventi culturali e spettacoli dal vivo;
  • per iniziative coerenti con le attività individuate nell’ambito del piano triennale dell’offerta formativa delle scuole e del Piano nazionale di formazione di cui al comma 124.

Successivamente il MIUR ha fornito anche alcune linee guida (sottoforma di FAQ) più precise e dettagliate, per includere ed escludere elementi dall’elenco. Dunque:

  • sì all’acquisto di computer e tablet, no agli smartphone;
  • sì al cinema (qualunque film), no ai viaggi (qualunque viaggio);
  • sì ai corsi di formazione, anche on-line, no al canone per la linea ADSL o qualunque altro tipo di connessione a internet necessaria per parteciparvi;
  • sì all’acquisto di una LIM (con 500 euro?!?), che è sostanzialmente un videoproiettore più uno schermo più un sensore a infrarossi più una penna a led infrarossi, ma no all’acquisto di un più semplice (ed accessibile) videoproiettore, che insieme a una parete bianca e a qualche altro semplice ed economico accessorio può diventare una WiiLD, cioè…una LIM.

Il bonus, dice la legge, può anche essere utilizzato per “l’acquisto […] di software”. Siamo abbastanza certi che il legislatore intendesse “l’acquisto di licenze d’uso di software commerciali”. Dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, soprattutto negli estensori delle norme, che le licenze (EULA) che più o meno consapevolmente accettiamo quando installiamo un software proprietario non permettono all’utente di possedere nulla, ma solo di utilizzare i programmi secondo le modalità descritte nelle licenze stesse.

Le FAQ del MIUR specificano ulteriormente che nella categoria in questione vi rientrano tutti i programmi e le applicazioni (disponibili in formato elettronico, disponibili in cloud, scaricabili online o incorporati in supporti quali memorie esterne, CD, DVD, Blue Ray), destinati alle specifiche esigenze formative di un docente, come ad esempio programmi che permettono di consultare enciclopedie, vocabolari, repertori culturali o di progettare modelli matematici o di realizzare disegni tecnici, di videoscrittura, di editing e di calcolo (strumenti di office automation)”.

La cosa è un po’ strana: abbiamo chiarito che il bonus non è un mero aumento di stipendio, non sono soldi del docente, ma fondi che lo Stato investe sulla formazione dei docenti, tanto è vero che lo Stato, in primo luogo nel testo della legge e in secondo luogo nelle succitate direttive ministeriali, impone vincoli precisi, per quanto discutibili (per esempio: ci puoi pagare il cinema per vedere tutti i cinepanettoni del prossimo Natale, ma non un viaggio ad Agrigento per visitare la Valle dei Templi). Ma per quanto riguarda l’acquisto di sistemi informatici, la Pubblica Amministrazione è tenuta a spendere i soldi pubblici nel rispetto del ben noto – almeno per chi ci legge regolarmente – Codice per L’Amministrazione Digitale. Non dovrebbero valere anche per l’utilizzo del bonus da parte degli insegnanti? Non dovrebbero, nell’acquisto di licenze software, procedere all’analisi comparativa delle soluzioni, a norma dell’art.68 della legge suddetta? Ad esempio: spendere il bonus per l’acquisto di licenze di Microsoft Office è sempre lecito? Non bisognerebbe prima valutare se – a norma del comma 1, lettera c) dell’art.68 – esiste un “software libero o a codice sorgente aperto” che corrisponda alle “specifiche esigenze formative” del docente? Di quali caratteristiche di Microsoft Office non presenti in LibreOffice avrebbe bisogno il docente? Se la risposta è “nessuna” allora quella spesa, oltre ad essere ingiustificata, è anche evidentemente contraria alla legge.

Volendo generalizzare il discorso ai sistemi informatici in genere (quindi anche all’hardware), verrebbe da chiedere a quel nutrito gruppo di insegnanti che si sono catapultati negli Apple Store a comprare l’ultimo modello di iPad con i soldi del bonus, se non esistano dispositivi più economici in grado di assolvere ugualmente alle funzioni richieste o se l’acquisto risponda invece a ragioni diverse dalle necessità di “aggiornamento” e “formazione” dei docenti per cui la “Carta” è stata istituita. A meno che non si confonda l’essere “aggiornati” con l’essere semplicemente “alla moda”.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/03/25/la-scuola-al-tempo-del-bonus/

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Software Libero alla scuola “Pupilli” di Grottazzolina.

21 marzo 2016

A cura di Marco Alici

Gli ingredienti sono semplici: una scuola con un’aula computer quasi inutilizzabile; docenti consapevoli delle opportunità didattiche derivanti dall’utilizzo delle nuove tecnologie digitali e pronti a mettersi in gioco; un LUG (Gruppo di Utenti Linux) attivo e disponibile a dare una mano. Il risultato è un’aula informatica finalmente fruibile, di facile manutenzione e di facile utilizzo per insegnanti e ragazzi. A costo zero.

La scuola è la secondaria “Mario Pupilli” di Grottazzolina. Nella sua aula computer convivono alcuni portatili acquistati di recente insieme a computer da scrivania vecchi anche di dieci anni, alcuni dei quali mal funzionanti, dotati di versioni diverse (in alcuni casi obsolete) sia del sistema operativo Microsoft Windows che dei programmi di produttività individuale (la suite Microsoft Office, per intenderci), alcuni dei quali in condizioni di licenza difficili da verificare. Una situazione troppo eterogenea, poco funzionale ed eticamente poco sostenibile per una scuola: praticamente inutilizzabile. Un peccato, perché il corpo docente è invece convinto dell’utilità delle tecnologie digitali nella didattica, della necessità di rispettare le leggi sull’utilizzo del software e della difficoltà di reperire risorse per migliorare la situazione.

In questo caso sono risultate fondamentali le intuizioni di un insegnante, il professor Federico Tordelli. Prima intuizione: considerare il mondo del software libero, che può essere scaricato ed installato liberamente su qualsiasi computer, come opzione. L’idea è di eliminare le diverse versioni di Windows ed installare un sistema operativo Linux su tutti i computer, per avere un parco macchine omogeneo, performante e virtualmente immune da virus, e di poter usare un’unica versione dell’ottima suite LibreOffice, che insegnanti e studenti possono eventualmente installare anche sui propri computer, indipendentemente dal sistema operativo, insieme a decine di altri ottimi programmi open source utili per la didattica. Seconda intuizione: chiedere aiuto all’associazione FermoLUG, che riunisce gli utenti di Linux del fermano, svolge da anni attività di volontariato nell’ambito della promozione del software libero ed ha già lavorato su progetti analoghi in altre scuole della zona.

FASE 1

SONY DSCDopo un sopralluogo iniziale, per capire la situazione e pianificare l’intervento, Tordelli e alcuni soci del LUG si sono messi subito al lavoro. Le macchine vecchie o rotte sono state eliminate, recuperando hardware (soprattutto schede di memoria RAM) da utilizzare per aumentare le prestazioni delle altre. Attingendo alle risorse del progetto “Trashware”, con il quale il FermoLUG recupera macchine dismesse da aziende e enti pubblici e le dona a chi ne fa richiesta dopo averci installato Linux, un paio di computer rotti sono stati sostituiti con altri simili. Quindi si è proceduto ad installare Linux, precisamente la distribuzione Xubuntu, con alcune personalizzazioni che ne migliorano la facilità di utilizzo e l’estetica, su tutti i computer dell’aula e anche su quello della lavagna interattiva multimediale (LIM). Xubuntu ha il vantaggio di essere abbastanza completa per un esperienza utente facile e soddisfacente, e nello stesso tempo sufficientemente leggera da poter girare anche su computer con risorse hardware limitate: un ottimo compromesso, dunque, per il parco macchine della scuola “Pupilli”.

Sul computer del docente si è installato l’ottimo Epoptes, programma libero che permette all’insegnante di controllare i computer degli studenti dalla propria postazione e di interagire con essi in maniera semplice e intuitiva.

Nel giro di qualche serata – tutto si è svolto, necessariamente, fuori dall’orario scolastico e dall’orario di lavoro delle persone impegnate nell’operazione – si è riusciti a rimettere in piedi la struttura, che oggi conta una dozzina di computer identici dal punto di vista della dotazione software, connessi in rete, facili da usare, ricchi di programmi di ottimo livello, sicuri sia per quanto riguarda i virus (per sua natura un sistema Linux è molto sicuro e robusto), sia per quanto riguarda la navigazione sul web: infatti con l’occasione si è pensato di dotare la rete di un sistema di controllo – anch’esso libero – che impedisce l’accesso a siti web pericolosi o non adatti alla fascia di età degli utenti. Non sfugga il fatto che, trattandosi di software libero, anche i ragazzi e i docenti potrebbero installare – legalmente e senza costi di licenza – lo stesso sistema operativo sui propri computer, o al limite molti dei programmi presenti (ad esempio LibreOffice), che sono multi-piattaforma e quindi installabili anche su altri sistemi operativi, ed avere quindi a casa un ambiente di lavoro identico a quello che trovano a scuola.

FASE 2

SONY DSCNaturalmente gli strumenti da soli non bastano: occorre formare le persone che quegli strumenti devono usare. Per questo, una volta rimessa in funzione, l’aula ha ospitato due pomeriggi di formazione, nei quali il FermoLUG ha raccontato agli insegnanti la storia di Linux e del software libero, i principi su cui si fonda e le ragioni per cui la Pubblica Amministrazione in generale e la scuola in particolare dovrebbero preferirlo a quello proprietario; quindi sono state mostrate le funzionalità di Linux e dei programmi installati, con i quali gli insegnanti hanno avuto il tempo di familiarizzare. Alcuni insegnanti hanno portato il proprio computer portatile, su cui è stato installato lo stesso sistema operativo.

Antonio Faccioli

Fonte: http://www.libreitalia.it/software-libero-alla-scuola-pupilli-di-grottazzolina/

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Serve Excel per le prove INVALSI?

4 marzo 2016

, Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, è l’ente che si occupa, tra le altre cose, di gestire i test a cui dal 2009 devono sottoporsi tutti gli alunni delle seconde e quinte classi della primaria (seconda e quinta elementare, per capirci), delle terze classi della secondaria di primo grado (terza media) e delle seconde classi della secondaria di secondo grado (secondo superiore)

Come funziona il sistema?
Circa un mese prima della fine della scuola (quest’anno si comincia il 4 e 5 maggio nella scuola primaria, a seguire nelle altre) i ragazzi devono rispondere a una serie di domande a risposta multipla. Successivamente gli insegnanti inseriscono le risposte date in un sistema informatico che si occupa di raccoglierle e di elaborarle per ottenere informazioni sul livello di apprendimento degli alunni ma anche sul livello dell’insegnamento dei docenti (ragione per cui sono temute dagli insegnanti oltre che dagli studenti).

Ma come avviene la rilevazione dei dati?
A partire da una certa data INVALSI mette a disposizione sul proprio sito, in un’area ad accesso riservato ai docenti, un foglio di calcolo (un file .xls) che, per mezzo di una macro scritta nel linguaggio VBA, consente agli insegnanti l’inserimento interattivo delle risposte date e produce un file (di testo) da caricare poi sul sito web di INVALSI.

Ebbene sì: per gestire correttamente i dati dei test ogni scuola deve avere almeno una licenza valida (leggi a pagamento) di un software proprietario (leggi Excel) di una marca precisa (leggi Microsoft) e – almeno fino all’anno scorso – addirittura di una versione ben precisa (leggi Excel 2013), essendo la macro incompatibile con le altre versioni del software. Sebbene esistano altri software in grado di gestire fogli di calcolo nel formato .xls di Microsoft, in questo caso sono inservibili, perché la macro può funzionare solo dentro Microsoft Excel e, come detto, nemmeno in tutte le versioni.

Una procedura inutilmente complicata (6000 linee di codice, dice chi ha visto la macro) e probabilmente anche costosa, che appare del tutto sproporzionata per una semplice operazione di inserimento dati che potrebbe farsi – e infatti si fa – generalmente aprendo un qualunque (sic) browser e compilando un form all’interno di una pagina web. Infatti l’elaborazione dei dati viene fatta direttamente dai computer di INVALSI; una procedura che non rispetta gli standard, dal momento che obbliga all’utilizzo di strumenti specifici (un form ben fatto, ricordiamolo, si compila con un browser qualunque su un computer qualunque o un tablet o uno smartphone, a parte le complicazioni pratiche dovute alle dimensioni degli schermi e alla mancanza di tastiera fisica nei dispositivi mobili); una procedura che mal si concilia con l’art.68 del D.Lgs 82/2005, (Codice dell’Amministrazione Digitale, o CAD) e i “principi di economicità e di efficienza, tutela degli investimenti, riuso e neutralità tecnologica” su cui dovrebbero basarsi la scelta degli strumenti informatici nella Pubblica Amministrazione. Per non parlare della “valutazione comparativa” che, se fosse fatta, porterebbe certamente a preferire soluzioni alternative.

A proposito di alternative: come deve comportarsi una scuola che non possiede licenze di Excel, perché magari non può permettersi di sprecare risorse per questi scopi, o non vuole, perché magari ha operato una migrazione verso programmi da ufficio (e magari anche sistemi operativi) liberi?

Ufficialmente non ci sono alternative. Ufficialmente. Perché invece un’alternativa esiste, anche se non vi è traccia sul sito dell’Ente. Evidentemente INVALSI deve aver ricevuto, negli anni scorsi, tante di quelle richieste in tal senso da aver dovuto per forza fornire un’alternativa; ma altrettanto evidentemente deve avere qualche fondato (seppur ignoto) motivo per non renderla pubblica.

L’alternativa è una piccola applicazione Java che funziona su qualunque sistema operativo (compresi i sistemi GNU/Linux) e fa praticamente le stesse cose che fa la macro di Excel (inserimento dati, generazione del file dei risultati). Come detto, ufficialmente non esiste, ma va richiesta espressamente, scrivendo un’e-mail all’indirizzo prove2016@invalsi.it. In questo modo, quando si potranno scaricare dal sito gli strumenti per la correzione, dovremmo poter trovare il link relativo nell’area riservata del proprio istituto.

A parte il chiedersi del perché una alternativa libera e funzionante debba essere richiesta espressamente e per iscritto, ci auguriamo che siano molte le scuole a farne richiesta, anche se non si intende utilizzarla. Magari, semplicemente, perché si crede che avere un’alternativa libera sia giusto, come sia giusto che tutti siano messi nella condizione di lavorare indipendentemente dalla marca dei propri attrezzi da lavoro.

(foto di Alberto G., Flickr)

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/03/04/serve-excel-le-prove-invalsi/

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“Twitto la letteratura e assegno compiti di coding per Natale: la mia vita da animatrice digitale”

2 marzo 2016

Intervista a Stefania Bassi, animatrice digitale e maestra elementare a Roma: la sua scuola è tra i vincitori del concorso del Miur per il Piano Nazionale Scuola Digitale

La figura di animatore digitale in Italia è la novità introdotta a fine ottobre dal Piano Nazionale Scuola Digitale, per tenere alta l’attenzione sui temi dell’innovazione all’interno della scuola, in tre ambiti principali: formazione interna, coinvolgimento della comunità scolastica, creazione di soluzioni innovative. I docenti scelti hanno il compito di guidare per tre anni gli istituti verso la digitalizzazione. In questo contesto, abbiamo incontrato Stefania Bassi: quarant’anni, maestra elementare da venti presso l’Istituto Comprensivo C.A. Dalla Chiesa di Roma, oggi anche animatrice digitale.

proiettore-e1456844026876-1024x768Parlaci del tuo “nuovo” ruolo da animatrice digitale.

«Come tantissimi miei colleghi in tutta Italia, da tempo animo spontaneamente le attività digitali della mia scuola e, devo ammettere, di essermi naturalmente e facilmente immedesimata nel “nuovo” ruolo di Animatore Digitale, così come è stato riconosciuto e definito nel PNSD. Quando a fine ottobre ho letto il Piano Nazionale Scuola Digitale ho visto finalmente descritta la scuola nella quale ho sempre desiderato lavorare: una scuola aperta, aggiornata, collaborativa, inclusiva, ricca di apprendimento. Una scuola in cui protagonista non è più necessariamente la lezione tradizionale dove la maestra fa monologhi su monologhi, dove il docente parla e l’alunno riceve passivamente le informazioni, ma prevede il naturale coinvolgimento degli studenti nelle attività didattiche affinché gli stessi possano sentirsi parte attiva della scuola per aggiungere valore, per costruire i propri saperi, per sviluppare le proprie competenze».

E’ questo che significa essere animatrice?

«Prima ancora di essere un’animatrice digitale sono una maestra che non si limita a passare conoscenza, ma prova ad insegnare la vita. Oggi i ragazzi hanno bisogno di modelli significativi in cui identificarsi, ecco perché l’atteggiamento culturale e umano dell’insegnante ha enorme importanza. I ragazzi attribuiscono generalmente maggiore importanza a ciò che siamo rispetto a ciò che insegniamo: etica, empatia, autorevolezza, rispetto, passione sono i valori chiave, perché fattori di motivazione. Sapere insegnare la vita, credo sia questo il compito principale di un bravo maestro».

Credi che nella scuola italiana sia una sfida?

«Ho ricevuto l’investitura del ruolo di Animatrice Digitale dalla preside del mio istituto a dicembre, ho appreso la comunicazione con felicità e come qualcosa di molto spontaneo. Sono promotrice di attività didattico-digitali nella mia scuola da un bel po’, e spesso la mia curiosità verso il mondo digitale mi ha portata prima a sperimentare come allieva le nuove attività, poi a testarle insieme agli altri insegnanti e infine a trasferirle: insegnandole agli alunni. Quando ero piccola, mi piaceva smontare e rimontare i computer, forse è per questo motivo che oggi amo insegnare tecnologia, nella sua accezione più ampia, ai miei piccoli studenti. Sono convinta che una scuola meno composta e più rumorosa,  meno tradizionale, meno “istruzionista” e, perché no, più partecipativa sia la chiave per liberare le potenzialità dei miei piccoli cittadini del futuro».

Forse, in Italia, la vera sfida è insegnare in un’aula in cui i banchi hanno ancora il porta calamaio…

«La scuola italiana è ricca di contraddizioni, esattamente come il nostro Paese, ma il bello sta proprio nel saper leggere in chiave positiva la sfida e affrontare tutte queste contraddizioni come un’opportunità. Un’aula aumentata di tecnologia con l’insegnamento di nuove attività come il coding, gli atelier creativi, le app digitali, può e deve avvenire anche tra i banchi sgangherati, alcuni dei quali molto antichi hanno ancora il porta calamaio».

In che modo stai diffondendo la cultura digitale nel tuo istituto?

«Ho deciso di portare il digitale nella mia classe, in modo pragmatico e con la leggerezza dei piccoli passi, superando quello che noi insegnanti chiamiamo “effetto wow”, ossia l’effetto di entusiasmo temporaneo che si suscita nei bambini per pochi minuti ma poi non lascia nulla, nessun ricordo, nessun tipo d’insegnamento. Nelle mie classi, oltre alla LIM, per insegnare adopero spesso un proiettore (donato dai genitori dei miei alunni che si sono autofinanziati) lo collego al mio iPad e proietto le lezioni di didattica digitale.

Come scuola e come insegnate, abbiamo deciso di puntare molto sul coding, che consideriamo il pilastro della didattica del futuro.

Riteniamo che l’apprendimento del linguaggio di programmazione sin dalla scuola dell’infanzia sia fondamentale e riesca anche con maggiori risultati. I bambini più sono piccoli e più apprendono con meno fatica, soprattutto attraverso il gioco. Così faccio loro lezioni di coding come un vero e proprio gioco, perché il gioco è una cosa seria: i miei alunni adorano scratch!».

microscopioQualche esempio pratico?

«Questo Natale per avvicinare sempre più i bambini (e in fondo anche molti genitori) all’argomento del coding, ho assegnato come compiti per le vacanze: codeSpark, un gioco  che superando una serie di livelli, consente di prendere un attestato. Per la prima volta tutti hanno fatto i compiti delle vacanze, e tutti hanno preso l’attestato. Altro strumento fondamentale, per una cultura dell’uso digitale nella mia scuola, per me è l’utilizzo di dropbox. Una cartella virtuale, in cui condivido con inseganti, studenti, genitori: file, video, foto, lavori, documenti, compiti. Condividere i saperi è importantissimo, anche per capitalizzare i lavori e le buone pratiche in un’ottica di collaborazione, di condivisione e di diffusione della conoscenza.

Ultimamente mi sono dotata di un ingranditore da cellulare, un microscopio da telecamera con il quale esaminiamo alcuni oggetti e i materiali con i quali sono fatti.

Osservare la coda di una lucertola e proiettarla ingrandita sullo schermo, stimola la fantasia degli alunni».

Cosa pensi dei social network a scuola?

«Fino a un anno fa, nonostante la mia passione per la tecnologia e l’innovazione, non avevo messo mai piede sul pianeta dei social. Poi, incoraggiata da amiche e colleghe, mi sono lanciata su twitter con l’account @wlascuolaviva, dove ho cominciato a cinguettare in 140 caratteri quello che c’è di memorabile nella giornata scolastica. Questa è stata la mia prima esperienza di didattica-social fino allo scorso maggio, quando è piombata in classe @aliceavventure, a scombinare tutto. L’idea è di Paola Mattioli, mia collega nonché espertissima maestra social, che, in occasione  del centenario della nascita letteraria di “Alice nel paese delle meraviglie”, mi ha proposto di partecipare a un progetto di TwLetteratura: la riscrittura collettiva del classico di Carroll. Nonostante fossi appena sbarcata sul pianeta twitter, e non avessi maturato sufficiente esperienza, ho pensato che l’unico modo per capire se i social potessero rivelarsi utili anche in ambito didattico per una esperienza di apprendimento fosse farlo. Così, sentita la dirigente, ho inaugurato un account di plesso @europaprimaria! e iniziato la nuova esperienza di didattica social. Dire che abbiamo “letto” il libro sarebbe davvero riduttivo. E’ più verosimile dire, abbiamo “abitato” uno spazio letterario virtuale, convivendo insieme ad Alice, allo stralunato @CappellaioTw e alla collerica @ReginaCuoriTw.

Ho visto bambini preferire la lettura di Alice alla ricreazione

riconoscere il sorriso dello stregatto dovunque, anche in una crosta di pane a mensa; ho visto maestre portare teiere e biscotti per rivivere la scena clou del testo, stravolgere il programma  di italiano per dedicarsi un mese ad inseguire senza tregua il Bianconiglio; ho visto spuntare in classe decine di libri procurati dalle famiglie, tutti diversi ma tutti della stessa storia di Alice. Provo a raccontare cosa ritengo abbia contribuito a trasformare la lettura di un classico in un’esperienza totalmente innovativa e digitale: la lettura scadenzata da un calendario condiviso ha ritmato la nostra lettura e la riscrittura, costringendoci a soffermarci e riflettere sul testo più di quello che singolarmente avremmo fatto.

Dove temevo che ci sarebbe stata la superficialità dei 140 caratteri, ho trovato l’efficacia della sintesi.

Finalmente, una classe elementare ha abitato uno spazio letterario virtuale».

Qual è stata finora l’esperienza più intensa da animatrice digitale?

«Ripensandoci ora, l’esperienza di animazione più intensa, l’ho sicuramente vissuta in occasione della Settimana del Piano Nazionale per la Scuola Digitale, che si è tenuta dal 7 al 15 dicembre”. Nonostante il tempo a disposizione fosse pochissimo, mi sembrava un’opportunità unica per coinvolgere la nostra comunità scolastica sui temi del digitale e dell’innovazione. Per me, l’occasione andava colta al volo: ho così pensato di proporre un laboratorio-show di didattica digitale, dal titolo:APPrenderò: giochiamo alla Scuola del Futuro, immaginando la scuola digitale che sarà!”. Nel giro di poche ore insieme agli altri insegnati abbiamo tirato giù un calendario di due giorni di iniziative didattico-digitali, dando vita ad un laboratorio per tutte le terze e quarte dell’istituto e coinvolgendo 15 classi, per un totale di circa 350 alunni. Inoltre grazie alla disponibilità del personale ATA, in quelle giornate, uno dei plessi è rimasto aperto fino a sera, per replicare il laboratorio e soprattutto per consentire la partecipazione di tutti gli studenti e le famiglie del quartiere. Cruciale è stato infatti il coinvolgimento dei genitori, e per far questo, abbiamo adottato, tra le altre cose, una nuova forma di comunicazione: abbiamo lanciato la scuola sui social, in particolare su Twitter, invitando così i genitori a scrivere con un semplice tweet sull’evento. Nel laboratorio-show i bambini hanno così potuto sperimentare tante piccole, ma significative, esperienze che parlavano di robotica, digital storytelling, realtà aumentata e coding». 

Il laboratorio ha avuto anche un seguito?

«Sì: l’esperienza ha avuto successo a tal punto che abbiamo deciso, d’accordo con la dirigente scolastica, i maestri e gli alunni di rinnovarla. Siamo ormai alla dodicesima replica! (l’ultimo laboratorio si è tenuto venerdì 26 febbraio). Quasi dimenticavo, per non farci mancare nulla, abbiamo deciso di raccontare il nostro laboratorio-show  di didattica digitale con un video semplice ed essenziale che ha vinto il primo premio del concorso #ilmioPNSD (che ha riconosciuto le migliori cinque proposte di attività svolte in Italia nella Settimana del PNSD) forse perché interpretava l’emozione dei bambini e le intenzioni di educatori, genitori e insegnanti, per la scuola che sarà. Come spesso accade quando ci si mette in gioco, ciò che abbiamo ricevuto alla fine di questa esperienza è molto più di quello che avremmo potuto immaginare. Ecco il video:

0Cosa vuol dire per te innovazione a scuola ?

«Saper creare entusiasmo. L’innovazione è la vera protagonista della scuola, si tratta di una questione culturale e educativa, noi insegnanti siamo il mezzo per trasferirla, perché la scuola sia un posto speciale per far crescere i cittadini del domani».

@grocco4

tweeettweet1Gabriella Rocco

Fonte: http://ischool.startupitalia.eu/interviste/52258-20160302-vita-da-animatrice-digitale

Licenza: CC BY-NC-ND

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Il nuovo che arretra

18 febbraio 2016

L’Italia è un Paese speciale perché gli italiani sono persone speciali.  Siamo artisti, creativi, e grandi chiacchieroni; sappiamo fregare gli altri nelle piccole cose, ma siamo maestri nel farci fregare in quelle grandi, come la Storia ci insegna.

Questo millennio va di moda la tecnologia e il digitale. Ci siamo fatti convincere che la tecnologia è sempre buona, anche grazie al denso alone di sacralità da cui è avvolta.  Cosa di meglio, allora, per la nostra Pubblica Amministrazione, che fare accordi quadro con le grandi aziende tecnologiche, “senza oneri per l’Amministrazione”?

Ecco quindi che il nuovo “ufficio tecnologico” del Governo viene dato in gestione a Diego Piacentini, vice presidente di Amazon, che si impegna a lavorarvi gratuitamente due anni prima di tornare in azienda.  La notizia è passata però in secondo piano, perché l’attenzione dell’opinione pubblica era divisa tra il dibattito sulle unioni civili e l’importantissimo Sanremo.

Credo che un incarico così importante dovrebbe essere remunerato, risolvendo il conflitto di interessi con l’impegno a non tornare in azienda al termine dell’incarico. Oppure, più semplicemente, si sarebbe potuta scegliere una persona meno di parte.  Invece, “senza oneri per l’Amministrazione” regaliamo due anni di scelte tecnologiche, che avranno effetti per almeno altri 20 anni, ad una delle più grandi realtà commerciali d’oltreoceano.

Parlo di 20 anni non solo perché ogni scelta politica ha effetti sul lungo periodo, ma in particolare perché ogni scelta tecnica nel digitale è quasi inevitabilmente condita di “lock-in”. Il fornitore di un servizio o di un prodotto fa sempre tutto il possibile per legare il cliente a se stesso e rendergli impossibile o estremamente oneroso ogni cambiamento.  Quando per esempio tutti i dati di anagrafe e catasto sono in uno specifico sistema informatico, a fronte un contratto di abbonamento annuale di cinque o sei cifre, possiamo capire che il fornitore non sarà interessato ad aiutarci a passare ad un suo concorrente.

Ricordo in proposito che il nostro CAD (Codice dell’Amministrazione Digitale) era noto per essere uno dei migliori d’Europa, includendo clausole preferenziali per il software libero e requisiti di interoperabilità per ogni acquisizione informatica da parte della PA.

Purtroppo lo era, ma non lo è più.  In gennaio è circolata, sotto silenzio, una bozza di revisione del CAD in cui sono scomparsi gli articoli relativi all’interoperabilità.  Si tratta(va) di una buona salvaguardia contro le pratiche di lock-in. Un sistema è interoperabile quando è possibile accedere ai dati o fruire dei servizi da altri sistemi, per esempio usando formati di dati “aperti” per la gestione documentale. La modifica del CAD va a colpire il punto più critico per i monopolisti, perché in pratica la preferenzialità per il software libero viene facilmente elusa.

Non credo sia un caso che, sempre a gennaio, il Governo abbia “stretto un patto con Cisco per la digitalizzazione del Paese”: l’azienda investe 100 milioni di Euro nella scuola, nella ricerca e nelle “start-up”, senza più nessuna richiesta di interoperabilità.  Questi investimenti “senza oneri per l’Amministrazione”, in particolare quelli nella scuola, normalmente consistono in regalie di apparecchiature e software, rubricati come spese in detrazione dal reddito anche se il costo per l’azienda è sempre inferiore, ma per il software è addirittura zero.  L’investitore, in pratica, pastura nelle scuole, in esenzione fiscale (“senza oneri per l’Azienda”), per poi pescare una frotta di clienti fedeli e paganti nel prossimo futuro.

In realtà da circa un anno gli investimenti non si limitano a facili regalie: il Ministero dell’Istruzione tramite l’iniziativa “Protocolli In Rete” sotto cui ricade la parte “scuola” dell’intesa con Cisco può firmare accordi quadro con le aziende, che tra l’altro possono mandare i loro tecnici in aula per svolgere attività di “formazione”.  Quindi è possibile svolgere attività di addestramento attivo dei ragazzi sulle tecnologie specifiche dell’investitore, e ci sono già vari accordi di questo genere in vigore. Senza più requisiti di interoperabilità.

In realtà, oltre all’interoperabilità ci sarebbe un’altra difesa contro il lock-in nelle scelte commerciali: la valutazione dei costi di uscita.  Al momento della sottoscrizione di un contratto, l’analisi comparativa della PA dovrebbe includere il costo di uscita: la spesa e lo sforzo necessari per cambiare fornitore.  Purtroppo il nostro CAD, redatto anche in base al lavoro della commissione Meo del 2003, è sempre stato in difetto su questo argomento. La commissione aveva ben delineato nella sua relazione finale la questione dei costi di uscita, ma le relative pagine sono state stralciate da ignoti prima della pubblicazione. Temo sia successo lo stesso in altre situazioni.

La tecnologia è una grande risorsa, ma va usata con cautela. Può essere uno strumento di progresso ma anche di colonizzazione culturale ed economica.  Spero che riusciremo, prima o poi, a diradare l’alone di sacralità che circonda la tecnologia e permette ai ai governi di ogni colore di essere indotti a scelte miopi e castranti.  In realtà il software e la tecnologia sono solo conoscenza e cultura; realtà che potrebbero e quindi dovrebbero essere accessibili a tutti ma che i poteri forti, da sempre, vogliono rendere artificialmente scarse; basti pensare agli scribi dell’antichità o al controllo sulla divulgazione dei libri nel medioevo.

Oggi si parla tanto della necessità di colmare il “divario digitale”, tra chi è avvezzo agli strumenti moderni e chi fatica ad avvicinarsi.  Purtroppo, però, le scelte politiche sbagliate, quelle pilotate dai falsi “senza onere”, fanno crescere la dipendenza dagli strumenti senza acquisirne il vero controllo.  Ironicamente, le aziende più potenti sono proprio quelle che usano massicciamente software libero al loro interno, ma riescono così bene a tenerlo nascosto ai loro utenti/sudditi che quando devono assumere nuovi tecnici faticano a trovare persone competenti in materia.

Qualcosa comunque si muove nella direzione giusta: la Commissione Europea nel 2012 incentiva all’uso di standard aperti (cioè interoperabili), stimando un relativo risparmio nel settore pubblico di un miliardo di Euro all’anno; in una successiva Comunicazione del 2013 delinea la questione del lock-in e suggerisce come affrontarla.  È perciò possibile andare avanti, smussando i problemi insiti nella tecnologica per valorizzarne meglio i lati positivi; non è pertanto accettabile che la nostra politica nazionale faccia scelte retrograde svendendo il Paese e i suoi potenziali.

Forse in certi casi è un bene che i cervelli fuggano: qualcuno cresciuto fuori dalla colonizzazione culturale potrà tornare e aiutare il Paese a ripigliarsi, sempre che non torni in veste aziendale “senza oneri per l’Amministrazione”.

Alessandro Rubini

Fonte: https://blogs.fsfe.org/rubini/2016/02/18/il-nuovo-che-arretra/

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