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Archivio per la categoria ‘scuola’

Le olimpiadi e l’orticaria

18 novembre 2016

“Lo sport è bello perché non è sufficiente l’abito. Chiunque può provarci”.
(Pietro Mennea)

Le Olimpiadi Italiane di Informatica (OII) sono un evento organizzato da AICA, Associazione Italiana per l’Informatica ed il Calcolo Automatico, insieme al MIUR, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, nato con l’intento di promuovere nei giovani studenti delle scuole secondarie superiori italiane lo studio e la conoscenza delle discipline legate all’informatica attraverso la partecipazione a una competizione. Gli “atleti” sono chiamati a risolvere dei problemi mediante la definizione di algoritmi e la loro implementazione tramite lo sviluppo di programmi di calcolo. La manifestazione vale anche come selezione per la partecipazione alle Olimpiadi Internazionali di Informatica (International Olympiad in Informatics, IOI), che si tengono ogni anno, dal 1989, in una nazione diversa. Occasioni uniche, dunque, per far crescere i ragazzi a “pane e software”.

Come ogni olimpiade che si rispetti, ci aspettiamo che le regole seguano gli standard. Ve l’immaginate una gara di lancio del disco dove gli atleti usano dischi di forma e peso diversi? o una gara di canottaggio dove c’è chi rema e chi va a motore? Fuor di metafora: che tipo di strumenti vengono messi in mano agli “atleti” dell’informatica? Nella speranza che il software libero fosse al centro di competizioni come queste, siamo andati a vedere. E in generale non siamo stati delusi. Anzi, abbiamo visto cose molto interessanti. Con qualche caduta di stile.

Ma andiamo con ordine.

Il regolamento di gara è in genere lo stesso tutti gli anni: un docente-referente registra le sue credenziali (e-mail, nome utente e password) nell’apposito sito, a cui potrà accedere il giorno stabilito per reperire i file oggetto della prova. Nel regolamento dell’anno scorso era previsto testualmente “un servizio di emergenza via fax oppure e-mail per quelle scuole che riscontreranno problemi nel reperimento dei file. La segnalazione della eventuale inaccessibilità dovrà essere fatta personalmente dal Referente, che verrà identificato attraverso username e password e al quale verranno comunicati i recapiti da utilizzare”.

Lo confessiamo: l’idea che nel XXI secolo degli informatici comunichino con altri informatici via fax, scambiandosi nome utente e password su dei fogli di carta (o anche in chiaro nel testo di una e-mail) come niente fosse, è raccapricciante, e ci ha provocato un principio d’orticaria. L’orticaria è cominciata a passare solo quando abbiamo scoperto con sollievo che il regolamento di quest’anno non prevede l’utilizzo del fax; passerà del tutto forse il prossimo anno, quando magari non sarà più necessario dover scrivere una password dentro una mail.

Lo scorso anno il regolamento prevedeva anche che “la comunicazione dei dati degli atleti avverrà mediante la compilazione di un foglio in formato Excel opportunamente predisposto…”. Abbiamo avuto un altro attacco d’orticaria, anzi due, anzi tre: il primo perché Excel è un programma commerciale per la creazione di fogli di calcolo e NON un formato di file; il secondo perché alle Olimpiadi (quelle vere) i giudici usano il Sistema Internazionale per misurare le prestazioni degli atleti (il metro per misurare i salti e i lanci, il secondo per le corse, il chilogrammo per il sollevamento pesi…) e non si capisce perché per le OII si obblighino le scuole a comprare un metro apposta, fuori standard (leggi: un software proprietario per aprire e modificare un file non standard); il terzo perché in quell’opportunamente predisposto temiamo possa nascondersi una macro di cui nessuno, crediamo, sente il bisogno.

Il regolamento di quest’anno prevede pari pari la stessa procedura stile INVALSI e stesso “foglio in formato Excel opportunamente predisposto”, per cui l’orticaria non è ancora guarita. Speriamo che l’anno prossimo si decida di usare il metro per i salti, il secondo per le corse e il chilogrammo per il sollevamento pesi, anziché lo stadio, il centigiorno e l’oncia, e le scuole non debbano dotarsi di programmi proprietari per aprire formati di file proprietari.

Al di là di queste cadute di stile c’è da dire che gli organizzatori hanno messo a disposizione delle scuole e degli studenti una nutrita serie di strumenti liberi: IDE, compilatori e addirittura l’intero ambiente di gara, ovvero una macchina virtuale, utilizzabile con VirtualBox, identica all’ambiente utilizzato per le gare, che è un sistema operativo Ubuntu Linux, che gli studenti possono scaricare liberamente e avviare per potersi allenare.

Che vinca il miglior software, dunque. Anche per la comunicazione dei dati.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/11/18/le-olimpiadi-lorticaria/

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Stairway to (Sea) Heaven

4 novembre 2016

“Io ho dato a Truman l’opportunità di vivere una vita normale. Il mondo – il posto in cui vivi tu – quello sì che è malato.
Seaheaven è come il mondo dovrebbe essere”.
(Christoph in The Truman Show, 1998)

 

children-593313_1920Si chiama Playground la nuova app free (cioè scaricabile gratuitamente dall’App store sui dispositivi Apple) con la quale i bambini (ma non solo) possono, giocando, imparare a programmare in Swift. Swift è il linguaggio appositamente creato da Apple per facilitare lo sviluppo di app per iOS, Mac, Apple TV e Apple Watch.

Dopo la dichiarazione d’amore di Microsoft, anche Apple dev’essersi “innamorato” del software libero, tant’è vero che da dicembre 2015 “Swift è gratuito e, grazie alla licenza open source Apache 2.0, possono usarlo ancora più sviluppatori, docenti e studenti. I dati binari per OS X e Linux permettono di scrivere codice per iOS, OS X, watchOS, tvOS e Linux” ci dicono da Cupertino.

Sembra bello. E invece no.

Partiamo da Swift: a prescindere dalle sue qualità, esso è dichiaratamente “pensato per integrarsi alla perfezione nel codice Objective-C già esistente”, cioè nasce come strumento per rendere più semplice ed agevole lo sviluppo di software per i sistemi della mela morsicata. Ne consegue che il rilascio del codice sorgente è una mera operazione di marketing volta ad allargare la base di sviluppatori potenziali, e quindi aumentare il numero di app per questi ambienti. Parliamo di sviluppatori “potenziali”, dal momento che per diventare sviluppatori “reali” c’è un iter tutt’altro che semplice (ed economico), che prevede sempre e comunque il passaggio per le forche caudine dell’app store, il solo e unico sistema da cui è possibile installare software su hardware Apple. Il fatto che Swift permetta di scrivere programmi per sistemi operativi diversi da quelli Apple (in realtà uno solo: Linux) è assai irrilevante, sia per la quota di mercato di Linux, sia per la disponibilità di alternative mature e collaudate disponibili sui sistemi operativi con il pinguino.

Veniamo all’app Swift Playground: per quanto detto prima si tratta dunque, al netto delle frasi ad effetto studiate dagli uffici marketing, di un gioco “educativo” dove utenti Apple imparano a programmare nel linguaggio Apple che serve a creare app per Apple.

Probabilmente all’utente tipo di Apple, abituato a vivere nella sua comoda prigione dorata dove quella che chiamano “esperienza utente” è in realtà la facoltà di fare cose previste dal creatore del software nell’unico modo previsto dal produttore dell’hardware, potrà sembrare molto, addirittura…tutto! Piccoli Apple developer crescono, novelli Truman Burbank (protagonista del film The Truman Show) nella loro Seaheaven, imparando con la loro app a fare nuove app. E magari vivendo una intera esistenza dentro il loro “iCoso”, illusi che non ci sia vita, là fuori.

È davvero questo il futuro che sogniamo per i nostri figli?

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/11/04/99651/

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L’oro di Napoli

14 ottobre 2016

apple-1592588_1920La notizia non è nuova, era stata già preannunciata all’inizio dell’anno e sottolineata dalla recente visita in Italia dell’AD Tim Cook: ha dunque ufficialmente aperto la sua iOS Developer Academy a , ospitata nelle strutture dell’Università di Federico II. Nonostante sulla natura di questo centro si sia detto veramente di tutto, si tratta sostanzialmente di una struttura dove ogni anno circa duecento studenti selezionati potranno imparare a sviluppare app per iOS – il sistema operativo di iPhone e iPad – direttamente da docenti formati da Apple. No, niente “600 posti di lavoro”, ma posti per studiare.

Secondo il Rettore Gaetano Manfredi, “Con questa iniziativa Federico II continua a rispondere alle esigenze formative legate alle nuove tecnologie, che devono rappresentare un complemento ai programmi tradizionali che la nostra Università continuerà ad offrire con lo stesso impegno e la stessa qualità di sempre”.

Sembra bello. E invece no.

Intendiamoci: non c’è davvero niente di male che un’azienda come Apple decida di investire per creare nuovi sviluppatori di applicativi per i suoi sistemi. Infatti quello è uno dei settori in cui l’azienda realizza dei profitti: pagano gli sviluppatori (ad Apple) una quota annuale per accedere all’Apple Store, prima ancora di aver non dico venduto, ma anche solo caricato un’app; pagano gli utenti (una parte va ad Apple: prima era il 30%, di recente ridotta al 15% dopo il primo anno, durante il quale continuerà ad essere il 30%) che scaricano le app a pagamento dall’Apple Store. Per chi non lo sapesse, si tratta di un giro d’affari di diversi miliardi di euro all’anno, che però se ne vanno quasi tutti oltreconfine, a quanto pare non proprio legalmente, visto il procedimento intentato da Agenzia delle Entrate contro Apple per una presunta evasione fiscale accertata da 879 milioni di euro (che in monete da 1 euro una sull’altra fanno una pila alta 2000 chilometri), poi diventati 318 milioni in sede di concordato; e non c’è niente di male se l’entità dello sconto avesse in qualche modo aiutato i vertici Apple a scegliere dove fondare una scuola di programmatori di app.

Non c’è niente di male nella comprovata passione del nostro Presidente del Consiglio (peraltro apertamente condivisa da molti, nei palazzi del potere) per i prodotti con la mela morsicata, anche se la sua continua ostentazione ha fatto storcere il naso a molti che, forse per invidia, hanno presentato esposto all’Antitrust per pubblicità occulta (occulta?)

Non c’è niente di male nella felicità che trapela dagli ambienti accademici partenopei (Siamo lieti – ha dichiarato il Rettore – che Apple ci abbia scelto come partner per creare la iOS Developer Academy e non vediamo l’ora di lavorare con l’azienda nella selezione di studenti e docenti per questo corso eccezionale”), sempre attenti a cogliere occasioni di partnership con i colossi informatici, tanto da offrire anche una bella vetrina al Free software per gli studenti della Federico II che però di “free” (come in “freedom”) non ha nulla, se non il prezzo “free” (come in “free beer”), trattandosi di licenze di prodotti Microsoft regalate agli studenti, con buona pace del software libero, che si usa e si insegna in tutte le università del resto del mondo ma evidentemente dev’essere considerato assai antiquato all’ombra del Vesuvio. “Diffondere la cultura digitaledice il Rettore – rappresenta una delle missioni che la Federico II sta perseguendo con determinazione”. Visti i modi, è un po’ come voler diffondere la cultura sportiva regalando copie della Gazzetta dello Sport, ma tant’è.

Non c’è niente di male se nella selezione dei docenti per i corsi dell’Academy finiscono nomi molto legati a membri della commissione esaminatrice. D’altronde se uno è bravo è bravo. Se poi i bravi sono due, come nei Promessi Sposi, è anche meglio no?

Non c’è niente di male se la ministra Giannini, presente all’inaugurazione del campus, ha assicurato tutto il suo appoggio, anche economico: “Ci sono 2,5 miliardi di euro a disposizione per i prossimi anni”. A disposizione di chi, o di cosa? Non lo sappiamo, o forse non siamo abbastanza avanti per capire. Ma non c’è niente di male: forse a Napoli c’è qualcuno che ce lo spiega, magari con un’app.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/10/14/napoli-diavolo-si-annida-nei-dettagli/

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La ceralacca digitale

30 settembre 2016

seal-1463911_1280C’è gran fermento nella scuola italiana. O almeno così sembra. Da quando è stato varato il Piano Nazionale per la Scuola Digitale (PNSD) non c’è consiglio d’istituto dove non compaiano a verbale almeno una tra le parole “coding”, “innovazione”, “skills”, “framework” o “tecnologia”. E questo è indubbiamente un bene, segno che qualcosa si muove. A volte in modo maldestro e impacciato, ma si muove. D’altra parte per imparare a correre bisogna aver imparato prima a camminare e per imparare a camminare abbiamo prima imparato a gattonare.

Qualche giorno fa il ha pubblicato un bando per la realizzazione di Curricoli da parte delle istituzioni scolastiche ed educative statali, favorendo esperienze di progettazione partecipata, al fine di creare, sperimentare e mettere a disposizione di tutte le scuole nuovi Curricoli Didattici innovativi, strutturati, aperti e in grado di coinvolgere la comunità scolastica allargata, con uno stanziamento di oltre 4 milioni di euro di montepremi.

“L’Avviso che pubblichiamo oggi ha un contenuto altamente innovativo” ha prontamente dichiarato il ministro Giannini a commento dell’operazione che mira ad incentivare le scuole a produrre contenuti formativi – sia nella forma che nella sostanza – su temi come la cultura (ma anche arte, economia, imprenditorialità) digitale, STEM, big e open data e formazione all’uso dei media digitali.

Per maggiori informazioni sul “contenuto altamente innovativo” dell’avviso rimandiamo alla relativa pagina web del sito del MIUR. Ma più che dei contenuti, la nostra attenzione ai dettagli ci porta qui soprattutto a parlare della forma, ahimè abbastanza poco innovativa, in cui questo avviso è stato pubblicato. Si tratta infatti di un file in formato PDF che anziché contenere il testo contiene la scansione bitmap delle pagine del documento.

Qualcuno ha quindi scritto il testo con un elaboratore di testi, poi l’ha stampato su carta e inserito in una fotocopiatrice-scanner per ottenere questo risultato finale. Più verosimilmente si tratta di una procedura automatizzata comune anche ad altri Ministeri, dal momento che il PDF contiene in testa alla prima pagina elementi (stavolta testuali) di codifica del documento.

In ogni caso qualcuno, evidentemente non molto in linea con il suo “contenuto altamente innovativo”, è stato comunque tanto zelante da richiedere che il Direttore Generale Simona Montesarchio firmasse a mano (con la penna) in calce al documento, ma anche – non si sa mai, è più sicuro! – nell’angolo di ognuna delle altre sei pagine, come usava nel secolo della carta (no, niente timbro su ceralacca, presumibilmente troppo difficile da riprodurre in fotocopia).

pag1-2Evidentemente per qualcuno al Ministero, ancora oggi, nel 2016, il documento “è” il foglio, la sostanza è il pezzo di carta anziché il contenuto. Altrettanto evidentemente il Direttore Generale Montesarchio – classe 1978, laurea con lode in giurisprudenza e patente europea del computer ECDL – non avrà trovato nulla da eccepire sulla pubblicazione online di un documento ufficiale in questa forma: pesante quasi 4 MB (almeno cento volte più di un equivalente file PDF in modo testo) ed utile solo ad essere letto con gli occhi. Perché la certificazione ECDL dovrebbe abilitare a sapere che un PDF bitmap non può usarsi per fare ricerche di testo utilizzando le funzioni proprie di tutti i lettori di PDF (cosa vuoi cercare in un foglio che contiene un’immagine bitmap anziché parole?) e non può essere indicizzato; in un PDF bitmap non puoi cliccare sui link alle pagine web o sugli indirizzi e-mail; di un PDF bitmap non puoi utilizzare parti di testo da copiare e incollare nei tuoi documenti di testo, nei progetti, nei messaggi che docenti e animatori digitali si scambiano attraverso i social network.

Come possiamo realisticamente parlare di “scuola digitale”, “contenuti altamente innovativi”, “qualità, integrità e circolazione dell’informazione”, “lettura e scrittura in ambienti digitali e misti” (tutte espressioni di cui è pieno il PNSD) se non siamo capaci di mettere in rete un documento in modo appropriato? Che tipo di formazione all’uso delle tecnologie informatiche possiamo ragionevolmente aspettarci per i nostri figli da chi si mostra come minimo altrettanto bisognoso di formazione? Quale “pensiero computazionale” possiamo apprendere in un contesto che, nonostante gli sforzi d’intenzione (o di facciata) quotidianamente si dimostra – salvo rare eccezioni – ancorato a schemi mentali analogici e a formalismi burocratici di stampo medievale?

Il minimo che possiamo aspettarci, in questi casi, è che il livello qualitativo della base sia quantomeno allineato a quello dei vertici. A titolo di esempio basta fare un giro sul gruppo Facebook degli Animatori Digitali per rendersene conto di persona.

esperto-ms_cropMarco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/30/la-ceralacca-digitale/?platform=hootsuite

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C’era una volta Piero Calamandrei

26 settembre 2016

schermata-2016-09-19-alle-10-23-20 è uno dei Padri della Costituzione della Repubblica Italiana. Era un professore, e in quanto tale era molto attento ai problemi della scuola.

L’11 febbraio 1950, ovvero 66 anni or sono, Piero Calamandrei ha fatto un discorso a difesa della neutralità della scuola che è particolarmente attuale, alla luce di un recente annuncio da parte del .

Rileggiamo le parole di Piero Calamandrei:

La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’articolo 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti.

La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”.

E l’articolo 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni […].

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta […].

La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito […].

Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.

Oggi, il problema non è rappresentato da una scuola che è espressione di un partito, ma di una scuola che rischia di diventare espressione di un’azienda e delle sue tecnologie (e purtroppo è già pericolosamente vicina a esserlo, con preoccupanti ripercussioni non solo sulla cultura digitale degli studenti ma anche sull’indipendenza tecnologia del nostro Paese).

Un paio di esempi, per evitare di essere accusato di catastrofismo:

1. All’interno del progetto LibreOffice, la comunità italiana – rappresentata da Associazione LibreItalia – è di gran lunga la più numerosa e la più attiva, ma è anche quella che esprime il minor numero di sviluppatori (perché si parla di sviluppo basato su strumenti open source, che non sembrano essere molto popolari tra gli studenti italiani).

In Turchia, un gruppo di studenti dell’Università di Ankara non solo contribuisce regolarmente allo sviluppo di LibreOffice, ma sta addirittura pensando alla creazione di una startup focalizzata sullo sviluppo di software open source. E questo è solo un esempio di quello che può succedere quando gli studenti hanno un approccio “neutrale” alle tecnologie.

2. La maggior parte degli acquisti di software proprietario in Italia vengono fatturati in Irlanda, perché le centrali di distribuzione dei grandi vendor sono tutte in quel Paese in virtù di un regime fiscale estremamente favorevole. In questo modo, solo una minima percentuale del costo del software – quella che equivale alle commissioni di vendita – rimane in Italia, mentre tutto il resto va all’Estero (a finanziare acquisizioni come quella di LinkedIn, che non portano nemmeno un centesimo in Italia).

Al contrario, qualsiasi installazione di software open source – comprese quelle in cui è previsto l’acquisto di un “abbonamento” al servizio – lascia una percentuale superiore al 50% del fatturato nel Paese di origine in quanto la maggior parte dei servizi viene erogata da aziende locali.

Eppure, stando ai commenti, l‘accordo siglato dal MIUR con è del tutto normale, probabilmente perché la maggior parte degli utenti è talmente “diseducata” da avere una percezione del tutto distorta del suo significato. E’ come se la definizione dei programmi scolastici di scienze della nutrizione venisse affidata a McDonald’s, e ho detto tutto…

Italo Vignoli

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/26/cera-volta-piero-calamandrei/?platform=hootsuite

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Tranquilli, ci pensa Word

5 agosto 2016

Ma alla fine m’assetto papale
mi sbottono e mi leggo ‘o giornal
mi consiglio con don Raffae’
mi spiega che penso e bevimm’ò cafè.

(F. De André, M. Bubola, M. Pagani, Don Raffae’, 1990)

keyboardLe novità di in uscita a luglio sono state presentate in un post apparso il 26 (beh, tecnicamente siamo in tempo) sul blog ufficiale dedicato alla suite da ufficio di casa Microsoft. Tra queste troviamo alcune nuove funzioni per la gestione delle email in Outlook:

  • la funzione Focused Inbox, con cui se tu informi Outlook che alcuni tipi di email sono importanti, poi lui ti dirà che alcuni tipi di email sono importanti. “C’era già”, diranno i meglio informati. Infatti. Ma solo sulle versioni “mobile” iOS e Android (cioè praticamente per tutti tranne gli utenti di Microsoft Windows). Adesso è stata portata anche sulle versioni per Windows, per MacOS e sulla versione web, così almeno la gestione risulterà univoca e coerente sui diversi sistemi usati contemporaneamente. No, prima non lo era, evidentemente;
  • la funzione @mentions, con cui puoi complicare un po’ il testo della mail, aggiungendo il nome di qualcuno che vuoi aggiungere ai destinatari della mail. Tu nomini qualcuno, Outlook lo aggiunge ai destinatari. Ci sfugge il motivo per cui sarebbe più pratico che scrivere direttamente il suo indirizzo nel campo giusto della mail, ma è un problema nostro. “C’era già”, diranno i bene informati di prima. Infatti. Ma solo sulla versione web. Adesso l’avranno anche gli utenti Android, iOS. E pure gli utenti di Windows 10, che evidentemente sono sempre gli ultimi a sapere le cose.

Anche PowerPoint introduce una nuova funzione, denominata Zoom. Si tratta di una sorta di nuovo gestore delle transizioni che permetterà di passare da una slide all’altra in modo dinamico, fluido (hardware permettendo) e interattivo come se la platea stesse assistendo a un filmato. Tutto aiuta, anche se è noto che le transizioni non sono lo strumento più importante per rendere interessante una presentazione multimediale. I bene informati sanno che questa funzione non c’era già; e per ora sarà disponibile solo per i sottoscrittori del programma Office Insider, cioè i beta-tester volontari di Microsoft, che lo troveranno nella loro versione di Office 2016 per Windows. Tutti gli altri aspettino fino a nuovo post.

Le due novità più eclatanti, tuttavia, riguardano MS :

  • Researcher è uno strumento che permette di fare ricerche sul web utilizzando il motore di Bing senza uscire dall’applicazione, e di copiare e incollare automaticamente i risultati. Nessuno sbattimento né per la verifica della fondatezza dei contenuti, o del valore e dell’autorevolezza delle fonti: ci pensa Bing: l’ha detto Bing, dunque è vero. Zero preoccupazioni anche per la formattazione del testo e per la creazione della nota con il riferimento al link da cui è presa l’informazione inserita: ci pensa Word;
  • Editor (un nome originale: è come chiamare tuo figlio “bambino”) finisce, nelle intenzioni dei suoi inventori, il lavoro che Researcher ha iniziato, “vi assiste con i ritocchi finali”, recita l’articolo, suggerendo l’uso di parole più appropriate, correggendo la forma delle frasi “sulla base di funzioni di auto-apprendimento automatico e di elaborazione del linguaggio naturale, mescolate con input provenienti dal nostro team di linguisti”. Dunque intelligenza artificiale come se piovesse. In realtà l’ultima dimostrazione data da Microsoft in materia non pare abbia avuto grandissimo successo: Tay ha imparato soprattutto parolacce, per cui è il caso di consolarsi con Cortana che, se anche sbaglierà qualche risposta, almeno pare abbia imparato nuove barzellette.

Questi due nuovi strumenti, dunque, si occuperanno di cosa scrivere e come scriverlo. D’ora in poi ci pensa (letteralmente) Word. Qui dicono che “l’obiettivo [di Microsoft] è diventare leader dell’apprendimento e dell’e-learning” per farci “diventare scrittori migliori”.

Uno strumento che consiglia cosa e da dove copiare (le fonti più autorevoli, oppure gli inserzionisti più generosi?) per prendere un bel voto a scuola, un altro che cambia le parole consigliandoci come dobbiamo parlare, ad un tempo correttore ortografico, sintattico e semantico, lo stesso per tutti. Voialtri, che ancora credete che per scrivere di qualcosa bisogna studiare, documentarsi e conoscere; voialtri che ancora pensate che la lingua sia un arte da coltivare per tutta una vita; voialtri che sapete riconoscere l’autore di un pezzo dallo stile, dal lessico e dalle sue personalissime licenze grammaticali, rassegnatevi al progresso e andate a sentirvi l’ultima barzelletta di Cortana. Ammesso che ci sia ancora qualcosa da ridere.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/08/05/tranquilli-ci-pensa-word/

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Apartheid digitale a scuola

22 luglio 2016

board-1514165_1920La nostra vision sulla scuola è ormai nota da tempo: sogniamo una dove la tecnologia è un potente strumento al servizio della didattica, e quindi della conoscenza, utilizzato da docenti preparati e motivati e da studenti liberi e consapevoli delle possibilità e dei rischi connessi all’uso del . Preparazione, motivazione, libertà e consapevolezza fondate sull’utilizzo di software libero di qualità, perché qualsiasi alternativa finisce per mutilare uno di questi quattro pilastri. Sogniamo una intera generazione cresciuta a pane e software libero. E sappiamo che si può fare, perché sono molte le scuole in cui questo sogno è già realtà.

Per questo restiamo sempre assai contrariati (per usare un eufemismo) ogni volta che una scuola si muove in direzione ostinata e contraria.

Accade in un tranquillo pomeriggio d’estate come tanti, quando sul sito web di una scuola del centro Italia come tante compare l’avviso di una gara d’appalto come tante, nella fattispecie un progetto – cofinanziato tramite fondi strutturali europei nell’ambito del Programma Operativo Nazionale (PON) 2014-2020 – per l’ampliamento delle infrastrutture di rete dell’Istituto. Sembrerebbe davvero una come tante, se non fosse per le clausole contenute in uno degli allegati, precisamente nel capitolato tecnico.

A pagina 15 del documento, tra le caratteristiche tecniche minime degli apparati attivi, per ben due volte, in corrispondenza delle voci “Controller di rete” e “Firewall (Rack Mount)”, viene testualmente dichiarato che non sono accettate Appliance su mini/micro-computer e software Opensource installati come Pf-Sense e similari (pena esclusione).

Di fatto una fetta di mercato viene deliberatamente esclusa non sulla base delle caratteristiche tecniche dei prodotti, bensì sulla base delle caratteristiche della licenza d’uso. Non importa quanto buono possa essere un software, se la licenza d’uso non si paga non lo vogliono; e se è possibile accedere al codice sorgente, non lo vogliono. E se è l’ottimo pfsense, non lo vogliono.

In questa scuola come tante vogliono espressamente pagare la licenza d’uso di un software, non importa se peggiore di un software libero (il capitolato non dice nulla sulla qualità); in questa scuola come tante non vogliono vedere nemmeno una riga del suo codice sorgente; in questa scuola come tante non importa se esiste una legge che impone un’analisi comparativa di tipo tecnico ed economico (non una scelta a priori, dunque) tra diverse tipologie di soluzioni, tra cui anche software libero o a codice sorgente aperto.

Viene facile pensare che in questa scuola come tante, dove sanno benissimo cosa NON volere, forse hanno già scelto cosa volere.

Davvero a qualcuno piace una scuola così?

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/07/22/apartheid-digitale-scuola/

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riflessioni, scuola, software

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