Archivio

Archivio per la categoria ‘LibreOffice’

Un volo tra le nuvole

8 luglio 2016

“Il Marketing è come il bikini: sembra che faccia vedere tutto,
ma nasconde le parti più importanti.”

Clouds

Sembra quasi di rivivere i tempi in cui Sony inventò, insieme al suo Walkman, il bisogno (indotto, giacché prima non lo si aveva, dall’abile Marketing Sony) di ascoltare musica per la strada. All’improvviso sembrò come se nessuno potesse più vivere senza quelle cuffie, perfino chi la musica, fino ad allora, l’ascoltava sì e no dallo stereo di casa. Il Cloud: ormai non si parla d’altro, almeno negli ambienti informatici. Considerato da molti (spesso sono gli stessi che la vendono, in verità) l’ultima frontiera, lo stato dell’arte della tecnologia, viene quasi da chiedersi come abbiamo potuto, fino ad ora, vivere senza.

Ma di che si tratta esattamente? Com’è usuale in questa rubrica, la facciamo semplice a costo di perdere qualcosa in precisione: tu hai un PC, ma i tuoi file e/o le tue applicazioni sono su un altro computer. In mezzo c’è Internet, che permette al tuo PC di accedere ai tuoi file e/o di eseguire le tue applicazioni “come se” fossero sul tuo PC. Dove siano esattamente non lo sappiamo: sotto un cavolo, in cielo, fra le nuvole, “in the clouds“, appunto.

La gran comodità di questa tecnologia è che puoi accedere ai tuoi dati e/o alle tue applicazioni – spesso attraverso un’interfaccia web, da un semplice browser – anche da un altro PC, o addirittura da un dispositivo diverso da un PC, come un tablet o uno smartphone. Ma si sa, le comodità hanno un prezzo da pagare:

  • l’assenza di una connessione Internet rende tutto molto più difficile, al limite impossibile. Se usate la posta elettronica solo in modalità webmail, attraverso il browser (la posta e il software per accedervi risiedono sul computer di un altro, quindi è un servizio “cloud”) sapete bene di cosa stiamo parlando;
  • siccome i tuoi file sono sul computer di un altro (il fornitore del servizio), devi compiere un atto di fede: devi fermamente credere che quell’altro non vada a ficcare il naso nei tuoi files, magari indicizzandone i contenuti e spifferandoli in giro al miglior offerente;
  • se si tratta di applicazioni, devi fermamente credere che il servizio funzioni sempre, o almeno funzioni quando ti serve. La cronaca recente mostra che si tratta sempre di fiducia ben riposta.

Qualche volta i servizi cloud mostrano dettagli e comportamenti a dir poco curiosi:

  • se usate Google Drive, il servizio di memorizzazione offerto dal colosso di Mountain View, certamente saprete che, oltre ad essere gratuito entro certi limiti di spazio, comprende anche la scansione per la ricerca di eventuali virus, dei files che state per scaricare sul vostro dispositivo locale. Peccato però che a quelli di Google interessino solo i file più piccoli di 25 MB! Se ad esempio state scaricando un archivio compresso da 30 MB zeppo di file infetti, verrete avvertiti che dovrete cavarvela da soli. Utente avvisato…

Google-Drive

  • Se usate Dropbox per tenere sincronizzati i vostri file su diversi dispositivi, e magari amate accedervi dalla comoda interfaccia web anziché utilizzare l’apposita applicazione, certamente avrete notato che Dropbox permette di visualizzare il contenuto di moltissimi tipi di file: immagini, video, ma anche file di testo, documenti, fogli di calcolo e presentazioni. Non solo: da qualche tempo il servizio comprende anche la possibilità di editare file avvalendosi dell’integrazione con Microsoft Office Online. Ufficialmente viene dichiarata la possibilità di editare i formati di Microsoft Office (.docx .xlsx .pptx), cosa peraltro alquanto ovvia; in realtà il software gestisce anche formati diversi, come i formati standard OpenDocument, ma questo non viene dichiarato, e la cosa è molto meno ovvia. Un dettaglio, certo. Tu chiamale, se vuoi…”distrazioni”.

Dropbox-768x304Per amor di cronaca segnaliamo anche di avere avuto qualche problema – non sappiamo se dovuto al browser o al codice di Dropbox – con il pulsante di apertura del file: dovrebbe presentare (sempre, crediamo, ma a volte non compariva) un menù a discesa da dove poter scegliere se aprire il nostro file .odt di prova con la nostra applicazione desktop predefinita (nella fattispecie LibreOffice) o con Microsoft Word Online di cui, se non altro per la sua insensata interfaccia utente, probabilmente continueremo a fare piacevolmente a meno.

Word-Online-768x442

Abbiamo visto che i servizi offerti dalla “nuvola” possono essere strumenti utili in molte situazioni, ma non sono la Panacea descritta da molti uffici marketing: possono essere pieni di insidie, di rischiosi atti di fede da compiere e dettagli da non trascurare.

Utente avvisato…

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/07/08/un-volo-le-nuvole/

Share

Senza categoria

Diario della migrazione: giorno 5, definire il formato per lo scambio dei documenti

30 giugno 2016

usb-key-1212110_1920Parlare di openness e libertà digitale in PA significa non solo parlare di programmi open source, ma focalizzare l’attenzione sul concetto di formato aperto standard, che consente di eliminare il lock-in da fornitore e da software. É il caso per esempio del formato , Open Document Format, uno aperto basato su una versione XML pubblicamente accessibile ed implementabile, conforme alla ISO/IEC 26300 e dal 2007 divenuto italiano con la sigla UNI CEI ISO/IEC 26300. Adottato anche dal Regno Unito come dei documenti per la Pubblica Amministrazione, garantisce interoperabilità e leggibilità nel tempo del prezioso patrimonio documentale di cui dispone la PA. Ed è per queste ragioni che la Difesa italiana lo ha adottato come suo per lo scambio di documenti.

Con la pubblicazione di una direttiva interna la Difesa non ha solo spiegato le ragioni dell’adozione di tale formato, ma ha contestualmente definito alcune regole per la corretta produzione dei documenti da scambiare oltre che per la scelta del tipo di carattere, visto che non tutte le font sono libere da diritti (tanto per fare un esempio una delle più utilizzate in quanto font di default in Office, Calibri, si può usare soltanto se si è in possesso di una licenza del prodotto).

Quali le ragioni dell’adozione di uno standard aperto?

Nell’ottica di efficientamento dell’azione amministrativa e di ricerca di economie di scala – si legge nella parte introduttiva – la Difesa si sta orientando all’adozione, in alcuni settori, di software aperto, non legato a licenze proprietarie che comportano il pagamento di canoni fissi…In un’ottica di lungo periodo, l’importanza dell’utilizzo di formati aperti assume particolare rilevanza anche a fronte del processo di dematerializzazione attualmente in atto”.

Come a dire, visto che la maggior parte dei documenti oggi nasce (e forse non morirà neppure) digitale, è necessario utilizzare formati di salvataggio che ne consentano l’accesso senza vincoli nel lungo periodo. E quando si parla di vincoli, ci si riferisce al fornitore del software tramite il quale il documento è prodotto e al software deputato alla produzione (libero o proprietario che sia).

Questo concetto del resto è ripreso da una delle definizioni più chiare di formato aperto, ovvero quella di Bruce Perens, che fissa sei requisiti fondamentali per l’individuazione di uno standard aperto: disponibilità, massimizzazione della possibilità di scelta dell’utente finale, nessuna royalty da versare per l’implementazione dello standard, nessuna discriminazione verso gli operatori impegnati ad implementare lo standard, estensibilità o scomponibilità in sottoinsiemi, assenza di pratiche predatorie. Requisiti fondamentali se pensiamo all’importanza che oggi rivestono i documenti digitali.

L’obiettivo della presente direttiva – si legge nel documento – è quello di assicurare l’indipendenza dalle piattaforme tecnologiche, l’interoperabilità tra sistemi informatici, la durata nel tempo dei dati in termini di accesso e di leggibilità”. Semplice, efficace e molto di buon senso. Forse troppo visto che altre Pubbliche Amministrazioni non prendono neppure in considerazione il problema, spesso confondendo uno standard de facto con uno standard de jure.

Cosa si fa nel giorno quinto di migrazione?

Si definiscono i formati di scambio dei documenti.

Così come riportato nella direttiva della Difesa occorre stabilire i formati di salvataggio dei documenti in ingresso e in uscita. Nel caso specifico, la direttiva stabilisce che “documenti che non necessitano di essere modificati dall’utente (es. delibere, determine, bandi, regolamenti), dove è necessario preservare anche l’aspetto grafico e l’impaginazione” sono salvati nel formato PDF/A, idoneo anche all’archiviazione a lungo termine; “documenti che l’utente deve poter compilare ovvero modificare, ad esempio facsimili di dichiarazioni o moduli di domanda” e “documenti salvati nei formati previsti dalla precedente direttiva (.rtf)” dovranno essere salvati tutti in ODF.

E i documenti che arrivano dall’esterno? In questo caso la direttiva dice che nel caso di “documenti salvati in formati diversi da quanto normato, si dovrà procedere con la loro conversione digitale/digitale, ai sensi di quanto previsto dall’art. 23-bis del CAD, per il successivo utilizzo ed eventuale protocollazione e conservazione, avendo cura, ove previsto dalle norme in vigore, di preservare l’originale informatico”.

Insomma una direttiva da archiviare su cose buone fatte in PA per poterla riusare e non solo ammirare.

schemalibredifesaSonia Montegiove

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/30/diario-della-migrazione-giorno-5-definire-formato-standard-aperto-lo-scambio-documenti/

 

Share

Senza categoria

Scrivere la tesi: linee guida (dritte e storte)

10 giugno 2016

graduation-879941_1920La scrittura della tesi di laurea non sarà certo la prima esperienza di elaborazione digitale di testi, ma probabilmente è la più importante per molti studenti. Si comincia ormai fin dalla scuola primaria con ricerche e tesine individuali o di gruppo. Eppure, arrivati alla fatidica soglia, si arriva ben presto a chiedersi: come devo presentare la mia tesi? Come devo formattare la mia pagina? Che devo/posso usare? Che formato di file?

Almeno da questo punto di vista era tutto più semplice ai tempi della macchina da scrivere: gli unici parametri da definire erano il numero di caratteri per riga e il numero di righe per pagina e i rapporti tra tesista e erano regolati dallo scambio di copie cartacee. Non è molto, a dire il vero, per poter rimpiangere i “vecchi tempi”.

Gli strumenti informatici oggi a disposizione concedono grandi libertà di gestione del testo e di scelta della veste grafica ma soprattutto permettono lo scambio dei file e una gestione delle informazioni – nello spazio e nel tempo – impensabile nel secolo scorso.

Proprio per cercare di mettere un po’ d’ordine in tutti questi aspetti molti atenei propongono ai laureandi delle linee guida relative sia all’aspetto finale dell’elaborato, sia al formato di file per lo scambio con i docenti e con l’ateneo stesso.

Diciamolo subito: non sarebbe male se il MIUR emanasse delle linee guida sulle linee guida. In mancanza di specifiche generali ogni università si è data le sue regole, più o meno precise, più o meno stringenti, e anche più o meno facili da trovare all’interno dei rispettivi siti web istituzionali. Addirittura in alcune università le indicazioni variano da una facoltà all’altra: a Medicina la tua tesi dev’essere così, a Giurisprudenza dev’essere cosà, se fai Ingegneria sei pregato di contattare il docente…

Ciò detto, in questa sede abbiamo cercato piuttosto di chiederci: quanto sono “open” queste linee guida?

Da quanto premesso emerge l’impossibilità di una risposta univoca. Bisognerebbe piuttosto valutare caso per caso. Per questo abbiamo scelto solo due esempi che ci sembrano interessanti per almeno due motivi: il primo è che si tratta di due grandi università, il secondo è che si collocano agli antipodi rispetto all’utilizzo di software libero e aperti. Si tratta dell’Università di Roma La Sapienza e del Politecnico di Torino.

Sapienza Università di Roma

La pagina web contenente le informazioni in questione non è facile da trovare. Dal titolo sembra solo l’indicazione di “come applicare il logo sulla tesi”, ma in realtà contiene tutte le informazioni che servono, compresi file già pronti da scaricare per essere usati ed esempi di copertina e frontespizio. Peccato però che:

  • il logo è fornito come file vettoriale, ma in un formato proprietario, precisamente il formato .ai dei file di Adobe Illustrator;
  • i modelli di file da usare per redigere la tesi sono anch’essi in formato proprietario, precisamente il formato .doc dei file di Microsoft Word fino alla versione 2003. Dunque un formato proprietario, chiuso, obsoleto e, ad essere pignoli, anche improprio: infatti non si tratta di file modello, che per Microsoft Office sarebbe il formato .dot, ma di semplici documenti vuoti. La differenza non è abissale, ma siamo pur sempre in una delle più prestigiose università italiane, un po’ di precisione non guasterebbe;
  • Dulcis in fundo (letteralmente, essendo in fondo alla pagina) viene testualmente raccomandato: “i caratteri da utilizzare per l’interno della tesi sono Arial per i titoli e Palatino Lynotipe per i testi”. Entrambi sono font proprietari, generamente forniti con i prodotti Microsoft (sistemi operativi Windows, ma anche applicativi come Office).

Delle due l’una: o tacitamente si assume che tutti gli studenti dell’ateneo romano utilizzino computer con sistemi operativi Microsoft Windows e abbiano una licenza di Microsoft Office e addirittura di Adobe Illustrator, oppure i formati dei file proposti sono considerati come degli standard. Peraltro altrove sembrerebbe invece che l’università regali agli studenti l’accesso a prodotti Google. Nessuna di queste ipotesi ci entusiasma.

Politecnico di Torino

Dal sito dell’ateneo, navigando attraverso il menù “didattica e studenti”, “servizi per gli studenti”, “proposte tesi” si trova la voce “saper comunicare”, da dove è possibile scaricare un interessante e completo manuale in formato PDF che introduce alla scrittura tecnico-scientifica trattandola in tutti i suoi aspetti. In particolare il capitolo 4 è interamente dedicato agli aspetti più tecnico-grafici, a partire dalla scelta dei programmi di scrittura. Da subito viene spiegato che “Indicare qui uno o più programmi per la composizione della tesi sembra voler fare réclame a questo o a quel programma, ma non è così; il problema è correlato ad un elemento del tutto nuovo rispetto al passato. Questo elemento del tutto nuovo è costituito dall’archiviazione elettronica”. La ratio del testo è che all’università interessa che la tesi venga consegnata in formato PDF/A, standard ISO pensato per l’archiviazione a lungo termine dei documenti, indipendentemente dagli strumenti utilizzati per ottenerlo, dei quali – sia comerciali che liberi – peraltro viene dato un elenco molto esauriente. Inoltre si specifica che “se non è detto diversamente nella precedente descrizione, vuol dire che il programma citato è disponibile per tutte le principali piattaforme di elaborazione, in particolare con i vari sistemi operativi della MicroSoft, con i sistemi Mac OS X, e con le varie incarnazioni dei sistemi Linux”. Della serie: usate ciò che volete, basta che ci date un file PDF/A.

Quello che deve essere chiaro al tesista è che “la tesi […] non può essere consegnata al momento di iscrizione all’esame di laurea in un formato qualsiasi, sia esso DOC, ODT, PS, RTF, o altri formati più o meno esoterici liberi o proprietari; nemmeno il formato PDF di per sé ha il formato giusto, se manca delle altre piccole modifiche e aggiunte a cui si accennava sopra. Anche il formato PDF deve essere scritto con la versione PDF-1.4 e non sono accettabili né versioni precedenti né versioni successive, perché così prescrive la norma ISO”. Della serie: lo standard prima di tutto, siamo o non siamo un politecnico?

Il testo, che merita di essere letto integralmente, eccelle per l’attenzione alla neutralità rispetto agli strumenti utilizzati e l’attenzione al rispetto degli standard aperti: chi lo legge ha la netta sensazione di poter scegliere liberamente la strada da percorrere per raggiungere l’obiettivo finale, definito comunque in maniera molto precisa e dettagliata.

Della serie: la libertà prima di tutto.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/10/scrivere-la-tesi-linee-guida-dritte-storte/

Share

Senza categoria

Le macro di Office: un male necessario?

3 giugno 2016

keyboard-932370_1280Alzi la mano chi usa abitualmente per lavoro o per diletto. Tra questi, alzi la mano chi ha usato almeno una volta una . Chi non sa rispondere a quest’ultima domanda, e magari non ha idea di cosa sia una , è probabile che non ne abbia mai vista una, e molto probabile che non ne abbia mai usate a sua insaputa.

In pillole: una macro è una porzione di codice che viene eseguita in corrispondenza di certe condizioni (per esempio la pressione di un pulsante) per fare qualcosa (generare un file di testo, o una pagina html, o fare dei calcoli e molto altro). Per maggiori informazioni potete chiedere, ad esempio, a Wikipedia: se optate per la pagina in italiano, constaterete che il concetto di “macro” diventa quasi subito coincidente con quello di “macro di Office”, e sembra tutto molto bello ed utile; nella pagina in inglese, invece, il tema è trattato in maniera molto più generale e più completa, e troviamo persino un capitolo a parte, intitolato Macro virus, dove viene detto testualmente che VBA, il linguaggio di programmazione delle macro di Office, è facilmente utilizzabile per creare dei virus informatici, a causa della sua possibilità di accedere alla maggior parte delle chiamate di sistema di Microsoft Windows, cosa che può avvenire alla semplice apertura di un documento (che è appunto una tipica chiamata di sistema). Ad esempio scaricando sul vostro computer un bel CryptoLocker.

Le macro, come qualsiasi strumento, non sono né buone né cattive. Sotto certe condizioni, però, possono rivelarsi uno strumento pericoloso. Il fatto che le macro di MS Office siano uno strumento molto pericoloso non è un’invenzione di quei quattro rosiconi che sostengono il software libero, e nemmeno degli autori inglesi di Wikipedia. Lo dichiara Microsoft in questo articolo, dove già nel dicembre 2014 veniva constatato un aumento del numero delle minacce informatiche veicolate attraverso macro inserite in file di MS Office allegati ad email e si raccomandava la massima attenzione. Lo stesso concetto viene ribadito da Microsoft in quest’altro articolo del 22 marzo scorso:

“Il malware basato sulle macro è in aumento e ci rendiamo conto che sia un’esperienza frustrante per tutti. Per aiutare a combattere questa minaccia stiamo rilasciando una nuova funzionalità di Office 2016 che blocca le macro in alcuni scenari ad alto rischio”.

A parte la stranezza del fatto che i virus legati a macro di MS Office siano in aumento da anni ma nella pagina italiana di Wikipedia dedicata alle macro, che parla esclusivamente di macro di MS Office, non compaia mai la parola “virus” o un suo qualche sinonimo, il concetto sembra chiaro: le macro di Office sono uno strumento pericoloso, talmente pericoloso che non basta aver disabilitato l’esecuzione automatica delle macro come impostazione predefinita (ebbene sì: per molto tempo l’installazione di MS Office prevedeva come impostazione predefinita che una macro contenuta in un qualsiasi documento venisse eseguita automaticamente alla sua apertura, a prescindere), ma è risultato necessario inserire in Office 2016 uno strumento che conferisca all’amministratore del sistema il potere di impedire – in parte o del tutto – ad un utente di eseguire macro contenute in documenti di Office.

A dire il vero in molti ci avevano già pensato da soli.

Schermata-2016-06-02-alle-18.22.29

Se ancora qualcuno avesse dubbi sulla pericolosità delle macro di Office e sulle possibilità di intrusione che offrono, può dare un’occhiata qui per rendersi conto del grado di sofisticazione raggiunto dagli attacchi informatici a mezzo macro, soprattutto in relazione alla capacità di assumere le sembianze di documenti innocui e di sviluppare strumenti per eludere i controlli da parte degli esperti di sicurezza informatica.

La domanda finale da porsi è: davvero ci serve una macro in un documento di testo o in un foglio di calcolo? Esistono delle alternative, magari addirittura migliori, certamente più sicure, e sicuramente più libere, perché indipendenti dal programma e dal sistema operativo utilizzato?

A chi avesse risposto  alla prima domanda suggeriamo la lettura di questo articolo, e ricordiamo a tutti, compreso chi afferma che il formato OOXML è uno standard ISO, che un file OOXML contenente una macro sicuramente non è né standard, né sicuro.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/06/03/le-macro-office-un-male-necessario/

Share

Senza categoria

Bolzano sceglie Office365 per lavorare “nella cloud”: e la banda?

18 aprile 2016

clouds-747254_1920In principio era l’open source e l’open source era a . Poi venne “l’ufficio a cielo aperto” e lo “smart Pesaro 3.0” con Office 365 al quale Bolzano gettò uno sguardo, rinnegando così il progetto di migrazione a LibreOffice annunciato nel giugno 2013 e rinunciando a sostenere quel risparmio di 600mila euro in licenze per 7.000 PC che tanto avevano portato a vantare la migrazione. Del resto, come spiegava il responsabile dei servizi informativi Kurth Pöhl in questo video, il software libero aveva la buona caratteristica di essere gratuito. Tra obblighi di legge e spending review, Bolzano camminava spedita sulla strada dell’open source, tanto da citarlo espressamente (per 500mila euro) nell’accordo sulle misure di contenimento delle spese correnti della Provincia, nel settembre 2013. Niente era cambiato nel 2014 con l’avvento della nuova Giunta che, prontamente, aveva sposato la teoria del risparmio e l’adozione di software libero al fine di stimolare l’innovazione sul territorio e instaurare una condivisione di soluzioni tra PA e aziende. Dal 2014 però il progetto sembrava essersi fermato (nonostante lo stanziamento di 100mila euro per il progetto avvenuto la scorsa estate) tanto che, nel dicembre 2015, il consigliere Paul Köllensperger aveva presentato un ordine del giorno in cui chiedeva lumi su come procedere scrivendo: “Peccato che a oggi tale migrazione sia soltanto abbozzata, mentre in Trentino ormai due terzi dei PC risultano migrati a LibreOffice. Riteniamo che alla decisione della Provincia di migrare…con la quale la Giunta Provinciale si impegnava a ridurre le spese dell’amministrazione pubblica con un risparmio previsto di 1.000.000 euro/anno, sia doveroso dare seguito”.

In verità, da metà novembre 2015 fino a febbraio 2016 (la tenacia è una delle nostre caratteristiche, ndr), abbiamo tentato di intervistare sul progetto di migrazione l’assessore con delega all’informatica Waltraud Deeg, che si era dichiarata disponibile fin da subito per poi chiedere qualche giorno per rispondere (concesso ovviamente), chiedere qualche altro giorno per informarsi su alcuni dati che non aveva a disposizione, per concludere, a febbraio 2016, con una richiesta ulteriore di attesa di qualche giorno ancora “a causa dell’assenza del collaboratore specializzato nella tematica d’interesse per motivi di malattia”. Che nel frattempo siamo sicuri si sia ripreso ma che non ci ha fatto avere risposta a quelle domande. Che forse si sarebbero rivelate scomode vista la decisione probabilmente in grembo di abbandonare il software libero a favore di altre soluzioni non propriamente libere (e neppure gratis).

La storia insomma si conclude con la pubblicazione della delibera 388 del 12/4/16 con cui la Provincia sancisce la “migrazione nella cloud con MS Office 365”.

Cloud vs software libero?

Nella premessa della delibera si afferma che il focus dei software di office automation passa da un modello di “personal productivity” verso un modello di “group collaboration”, tale per cui è richiesto un servizio che consenta a più persone di lavorare insieme su uno stesso documento. “La flessibilità di collaborare in tempo reale secondo il contesto con attori differenti, di svolgere i propri compiti anche fuori dalla propria sede o a casa propria è garantita dal cloud”. Un po’ come al comune di Pesaro con i suoi dipendenti che lavoravano dalla piazza, almeno nella giornata di presentazione della città smart organizzata da Microsoft. Non abbiamo notizie sulla loro collocazione attuale e non possiamo chiedere al sindaco Matteo Ricci dal quale stiamo ancora aspettando risposte (per la pazienza e tenacia di cui sopra).

Detto questo, cosa fare allora? Un po’ come a Pesaro si commissiona uno studio di fattibilità a un soggetto “indipendente” (l’indipendenza dello studio di Pesaro realizzato da Netics, Microsoft e l’azienda che aveva venduto le licenze l’abbiamo già commentata qui). Bolzano si rivolge alla ditta Alpin sulla cui indipendenza non ci si può esprimere ma che si può notare dal sito web propone soluzioni Microsoft Sharepoint e quando seleziona personale chiede “Buona conoscenza di sistemi operativi server e client (in particolare Microsoft)”. Una ditta che probabilmente conosce bene l’ecosistema Microsoft e che produce uno studio disponibile solo in lingua tedesca. La delibera afferma che “senza ombra di dubbio la Office Suite di Libre Office non copre le suddette funzionalità (Collaboration, Email/Calendar, Authoring, Document sharing, Audio/Telephony e social media, ndr) e che Libre Office Online è da considerarsi al massimo una pre-versione anticipata, se non addirittura un “early prototype”, e non presenta una reale alternativa rispetto a soluzioni software già disponibili. Quindi, né “Libre Office ” né “Libre Office Online” sono dei possibili canditati”. Scartato LibreOffice lo studio mette a raffronto Google App For Work e .

Perché uno studio per la comparazione delle soluzioni? E perché la ditta Alpin?

In occasione del rinnovo delle licenze server e s.o. per i posti di lavoro – affema Kurt Pöhl, direttore di ripartizione informatica – abbiamo commissionato alla ditta Alpin di Bolzano uno studio sulla migrazione in cloud di alcuni servizi. Non si è mai trattato di una contrapposizione tra software open source vs. software proprietario, ma di una esternalizzazione di servizi in cloud. La ditta Alpin è stata scelta per la loro posizione super partes e loro grande competenza in ambienti open source e proprietari”.

E la valutazione comparativa a norma dell’art. 68 del CAD che non compare in delibera?

Pöhl afferma che “come esposto nella delibera si parte dalle funzionalità richieste come previsto in CAD e si evince che ci siano solo due soluzioni fattibili in cloud”. Forse la valutazione è quella di Alpin? O forse si metterà nella determinazione visto che la valutazione dovrebbe farla l’Ente e non un’azienda esterna? E la valutazione dovrebbe essere anche in italiano oppure no?

Se siete curiosi di sapere la comparazione a cosa ha portato, si può leggere nella stessa delibera che “Premesso che Microsoft Office 365 è una soluzione più ricca di funzionalità di Google Apps, è da preferire perché può essere usata e installata sia online che offline e si integra in modo ottimale con la piattaforma di comunicazione (Exchange e Lync/Skype4Business) già in uso presso l’amministrazione provinciale”.

Bolzano quindi “nella cloud”?

La stessa delibera giustifica la scelta a Office365 al posto di Google App for Work così: “Il passaggio brusco dalla attuale installazione di Office su ogni singola postazione di lavoro dei nostri collaboratori allo scenario online Google Apps for Work porterebbe ad un radicale passaggio da una modalità offline ad una soluzione puramente online nella cloud. Non è pensabile pretendere questo dai nostri utenti (anche perché le funzionalità online non coprono tutte le funzionalità della soluzione stand -alone attuale) e non sarebbe neanche possibile tenendo conto della larghezza di banda disponibile nelle varie sedi”. Ma quindi si sceglie il cloud sapendo fin da ora che ci sono problemi di banda che non consentono di lavorare? Sì. E lo conferma Kurt Pöhl dicendo solo che “il problema sarà risolto definitivamente con la messa in rete con fibra ottica, prevista entro il 2020”. Ma da qui al 2020 di strada se ne farà e magari la comparazione si sarebbe potuta fare a problemi di banda risolti? E se non si passa da subito “nella cloud” e si installano licenze stand alone allora parliamo di un servizio e non di licenze? Sul quante postazioni lavoreranno on line da subito e entro quanto tempo tutte voleranno “nella cloud” non abbiamo avuto risposta. Ma vista l’analisi puntuale svolta immaginiamo che ci sia un piano dettagliato con tempi e costi di adeguamento.

Ma allora a quanto ammonta l’investimento dell’Amministrazione per il passaggio a Office365?

I numeri – risponde Pöhl – si evincono dallo studio (che è in solo tedesco ma magari a breve ce lo faremo tradurre, ndr). L’adozione di Office365 è in ottica di servizio e non di licenze. Viene acquistato un servizio facilmente modellabile sulle reali esigenze della Provincia Autonoma di Bolzano, senza le limitazioni delle licenze pure”.

Cosa dire quindi del costo dell’operazione? Poco o niente. Solo che la delibera afferma che “Da una prima stima dei costi per un contratto Enterprise-Agreement che copre lo scenario misto citato prevede una maggiorazione dei costi relativamente bassa rispetto ai costi dei contratti attivia già oggi. Questa maggiorazione ammonta al 15%”. Comparazione con soluzione libera non c’è perché ci dicono che si tratta di un servizio e non di un software. Ma un software non assolve a un servizio forse? E davvero si possono separare le due cose in modo così netto?

Quali i formati documentali previsti? Come sarà garantita interoperabilità?

I formati – rassicura Pöhl – saranno liberi. Sarà presa una decisione in questo senso”.

Perché, dopo un annuncio di attenzione particolare al software libero da parte della Giunta, si fa una scelta come questa?

Tutta la tematica cloud – conclude Pöhl – ha avuto un fortissimo sviluppo tecnologico e commerciale negli ultimi anni. Senza l’esistenza dell’open source, aziende come Microsoft, Google o altre non avrebbero investito ingenti somme nella creazione di nuovi servizi e modelli commerciali. La Provincia Autonoma di Bolzano ha l’obbligo di cogliere questi vantaggi”.

E mentre la Provincia valuta Office365 e Google App for Work, infatti, altre opportunità nascono, come quella di #open365, tanto per citarne una.

Altre domande sorgono spontanee in attesa di tradurre lo studio della Alpin: quali i problemi di sicurezza? E di tutela dei dati? Perché citare il caso Pesaro 3.0 nello studio e non citare la best practice del Ministero della Difesa che migra 150.000 postazioni a LibreOffice? Quali i costi di “riconversione” del personale che era stato formato e abituato a lavorare con LibreOffice? Quale la durata del contratto per il servizio cloud? Cosa succederà a fine contratto e quanto costerà uscire (se si volesse uscire) e riprendere i dati prodotti di proprietà della Provincia?

Anche in questo caso, come per Pesaro, la conclusione potrebbe essere proprio che “la risposta è dentro di te. Ma è quella sbagliata”.

Sonia Montegiove

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/04/18/bolzano-sceglie-office365-lavorare-nella-cloud-la-banda/

Share

Senza categoria

Nantes o Caserta?

8 aprile 2016

0o1a9274-2800-minDai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno.
Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita
(Proverbio cinese)

Nantes, 290 mila abitanti, sesta città della Francia, ad aprile 2016 avrà ufficialmente completato la migrazione di tutti i computer della Pubblica Amministrazione da Microsoft Office a . Più o meno contemporaneamente il comune (attualmente commissariato) di Caserta, 76 mila abitanti, settantunesima città dell’Italia, avrà completato l’acquisizione di 37 licenze per l’uso di Microsoft Office 2016 Standard.

Detta così, la notizia è già abbastanza sconvolgente: Eric Ficheux, responsabile del progetto di migrazione francese, ha dichiarato che semplicemente “Libreoffice adesso è la norma” a Nantes, punto. Ma la vera sorpresa, almeno per chi è abituato a ragionare solo in termini contabili, è che Nantes alla fine spenderà più di Caserta: il capoluogo della Loira ha infatti stanziato 200.000 euro, mentre Caserta ne spenderà poco meno di 10.000. Ma i numeri, da soli, dicono poco, dicono il prezzo ma non il valore: tutti sappiamo dire se costa più una berlina di lusso o un’utilitaria, ma sappiamo stabilirne il valore?

Caserta ha deciso – dando per scontata, senza averla vista, l’analisi comparativa delle soluzioni a norma di legge – di spendere i suoi soldi per farsi concedere da Microsoft il diritto di utilizzare un prodotto software commerciale per la produzione documentale dei suoi uffici. E nient’altro. Nantes, invece, secondo le informazioni riportate su Joinup, ha scelto di investire i duecentomila euro per contribuire attivamente allo sviluppo di LibreOffice collaborando alla correzione di bug e allo sviluppo di nuove funzionalità che verranno condivise e quindi eventualmente implementate nella versione ufficiale di LibreOffice. La nota non lo dice ma, trattandosi di un progetto di migrazione a regola d’arte, ulteriori risorse si suppone che siano state dedicate alla comunicazione, alla formazione del personale e alla soluzione di eventuali problemi di compatibilità. Alla fine del processo, quindi, Nantes si ritroverà ad aver innescato processi virtuosi di collaborazione, di crescita umana e professionale del personale, di acquisizione e condivisione di consapevolezza e conoscenze, di utilizzo di formati standard aperti per la produzione e la pubblicazione di documenti, processi che avranno effetti positivi tangibili sulla qualità del servizio che la sua Pubblica Amministrazione offre alla collettività; Caserta, invece, nonostante gli slogan pubblicitari associati alla vendita di nuovi prodotti software, avrà semplicemente… comprato licenze d’uso. Nantes avrà un sistema amministrativo complessivamente migliore di quello che aveva prima, evoluto e in grado di utilizzare gli strumenti (liberi) a disposizione; Caserta avrà soltanto una nuova versione della suite da ufficio. Niente formazione, niente collaborazione, niente condivisione, niente utilizzo di formati aperti.

Eppure, a giudicare dalla qualità dei documenti prodotti, viene da pensare che anche nella città della Reggia ci sarebbe bisogno di un po’ di formazione, e anche della revisione di qualche procedura: infatti stampare su carta una determina, aggiungere a mano numeri di protocollo, date e firme, scansionare il foglio per produrre file PDF raster da pubblicare nell’albo pretorio online non ci sembra l’ultimo grido in fatto di tecnologia. Viene anche da sperare che i diecimila euro di licenze non servano solo per produrre (male) quel genere di documenti: anziché comprare del pesce, non sarebbe stato più utile investire per imparare a pescare?

 

(esempio di documento creato a Caserta con strumenti “evoluti”)

casertaMarco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/04/08/nantes-o-caserta/

Share

Senza categoria

Marina Latini è la Presidentessa di The Document Foundation e guiderà il consiglio direttivo della fondazione fino al 2018

19 febbraio 2016

TDF_Logo_WikiBerlino, 19 febbraio 2016 – The Document Foundation (TDF) annuncia i membri del nuovo Board of Directors, in carica dal 18 febbraio 2016 al 17 febbraio 2018: Marina Latini (Studio Storti), Michael Meeks (Collabora), Thorsten Behrens (CIB), Jan Holesovsky (Collabora), Osvaldo Gervasi (Università di Perugia), Simon Phipps (indipendente) ed Eike Rathke (Red Hat). I membri supplenti sono: Norbert Thiebaud (indipendente), Bjoern Michaelsen (Canonical) e Andreas Mantke (indipendente).

Il consiglio ha eletto Marina Latini come Presidentessa e Michael Meeks come Vice Presidente. Accettando l’incarico, Marina Latini ha dichiarato: “Il nuovo consiglio direttivo fornisce allo stesso tempo continuità con il passato e nuove energie per il futuro del progetto. In soli quattro anni, The Document Foundation si è affermata come uno dei progetti di software libero di maggior successo nella storia dell’industria. I prossimi due anni sono importanti, perché abbiamo l’opportunità di consolidare la crescita della nostra comunità per migliorare la conoscenza di LibreOffice e degli standard aperti per i documenti, in tutte le aree geografiche”.

membermapAlla data del 1° gennaio 2016, The Document Foundation ha oltre 200 membriche rappresentano 50 Paesi o comunità linguistiche, in tutti i continenti abitati (la mappa è allegata) – e migliaia di volontari. Per maggiori informazioni, visitate il sito: http://www.documentfoundation.org.

Italo Vignoli

Fonte: http://www.libreitalia.it/marina-latini-e-la-presidentessa-di-the-document-foundation-e-guidera-il-consiglio-direttivo-della-fondazione-fino-al-2018/

Share

Senza categoria

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi