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L’oro di Napoli

14 ottobre 2016

apple-1592588_1920La notizia non è nuova, era stata già preannunciata all’inizio dell’anno e sottolineata dalla recente visita in Italia dell’AD Tim Cook: ha dunque ufficialmente aperto la sua iOS Developer Academy a , ospitata nelle strutture dell’Università di Federico II. Nonostante sulla natura di questo centro si sia detto veramente di tutto, si tratta sostanzialmente di una struttura dove ogni anno circa duecento studenti selezionati potranno imparare a sviluppare app per iOS – il sistema operativo di iPhone e iPad – direttamente da docenti formati da Apple. No, niente “600 posti di lavoro”, ma posti per studiare.

Secondo il Rettore Gaetano Manfredi, “Con questa iniziativa Federico II continua a rispondere alle esigenze formative legate alle nuove tecnologie, che devono rappresentare un complemento ai programmi tradizionali che la nostra Università continuerà ad offrire con lo stesso impegno e la stessa qualità di sempre”.

Sembra bello. E invece no.

Intendiamoci: non c’è davvero niente di male che un’azienda come Apple decida di investire per creare nuovi sviluppatori di applicativi per i suoi sistemi. Infatti quello è uno dei settori in cui l’azienda realizza dei profitti: pagano gli sviluppatori (ad Apple) una quota annuale per accedere all’Apple Store, prima ancora di aver non dico venduto, ma anche solo caricato un’app; pagano gli utenti (una parte va ad Apple: prima era il 30%, di recente ridotta al 15% dopo il primo anno, durante il quale continuerà ad essere il 30%) che scaricano le app a pagamento dall’Apple Store. Per chi non lo sapesse, si tratta di un giro d’affari di diversi miliardi di euro all’anno, che però se ne vanno quasi tutti oltreconfine, a quanto pare non proprio legalmente, visto il procedimento intentato da Agenzia delle Entrate contro Apple per una presunta evasione fiscale accertata da 879 milioni di euro (che in monete da 1 euro una sull’altra fanno una pila alta 2000 chilometri), poi diventati 318 milioni in sede di concordato; e non c’è niente di male se l’entità dello sconto avesse in qualche modo aiutato i vertici Apple a scegliere dove fondare una scuola di programmatori di app.

Non c’è niente di male nella comprovata passione del nostro Presidente del Consiglio (peraltro apertamente condivisa da molti, nei palazzi del potere) per i prodotti con la mela morsicata, anche se la sua continua ostentazione ha fatto storcere il naso a molti che, forse per invidia, hanno presentato esposto all’Antitrust per pubblicità occulta (occulta?)

Non c’è niente di male nella felicità che trapela dagli ambienti accademici partenopei (Siamo lieti – ha dichiarato il Rettore – che Apple ci abbia scelto come partner per creare la iOS Developer Academy e non vediamo l’ora di lavorare con l’azienda nella selezione di studenti e docenti per questo corso eccezionale”), sempre attenti a cogliere occasioni di partnership con i colossi informatici, tanto da offrire anche una bella vetrina al Free software per gli studenti della Federico II che però di “free” (come in “freedom”) non ha nulla, se non il prezzo “free” (come in “free beer”), trattandosi di licenze di prodotti Microsoft regalate agli studenti, con buona pace del software libero, che si usa e si insegna in tutte le università del resto del mondo ma evidentemente dev’essere considerato assai antiquato all’ombra del Vesuvio. “Diffondere la cultura digitaledice il Rettore – rappresenta una delle missioni che la Federico II sta perseguendo con determinazione”. Visti i modi, è un po’ come voler diffondere la cultura sportiva regalando copie della Gazzetta dello Sport, ma tant’è.

Non c’è niente di male se nella selezione dei docenti per i corsi dell’Academy finiscono nomi molto legati a membri della commissione esaminatrice. D’altronde se uno è bravo è bravo. Se poi i bravi sono due, come nei Promessi Sposi, è anche meglio no?

Non c’è niente di male se la ministra Giannini, presente all’inaugurazione del campus, ha assicurato tutto il suo appoggio, anche economico: “Ci sono 2,5 miliardi di euro a disposizione per i prossimi anni”. A disposizione di chi, o di cosa? Non lo sappiamo, o forse non siamo abbastanza avanti per capire. Ma non c’è niente di male: forse a Napoli c’è qualcuno che ce lo spiega, magari con un’app.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/10/14/napoli-diavolo-si-annida-nei-dettagli/

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Innovazione digitale tra grandi sogni e piccoli incubi

7 ottobre 2016

despair-513529_1920È di questi giorni la notizia della nomina a “Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale” di Diego Piacentini, attualmente “Senior Vice President International” di Amazon. Secondo le dichiarazioni ufficiali il numero due del colosso di Seattle dovrà “dare una mano al Governo nell’accelerazione della trasformazione digitale del Paese e a contribuire a semplificare la relazione tra la Pubblica Amministrazione, i cittadini e le imprese”.

Non è in questa sede che vogliamo giudicare questa scelta, peraltro non priva di lati oscuri, dubbi e possibili conflitti di interesse, come già emerso chiaramente da diverse parti. La trasformazione digitale del Paese è un grande sogno che non può più aspettare di essere realizzato.

E intanto? Si va avanti, più o meno come sempre. Ad esempio l’Agenzia per l’Italia Digitale () – nata per fare sostanzialmente quanto chiesto ora al Commissario Straordinario, quindi di fatto commissariata –  pubblica bandi, tra cui quello “per il conferimento di n. 15 incarichi di collaborazione coordinata e continuativa da impegnare sui progetti dell’Area “Architetture, standard e infrastrutture” e nel Piano Triennale dell’ICT nella P.A.”.

Nell’avviso in questione troviamo anche diversi allegati: due sono in formato .pdf, due in formato .doc.

schermata-2016-10-06-alle-09-49-29Il primo dei due file .pdf contiene l’intero testo dell’avviso, redatto verosimilmente con una qualche versione di Microsoft Word (dato che incorpora la serie di font Calibri) e quindi convertito in pdf con il software (libero) PDFCreator. L’altro file pdf contiene la determinazione, o meglio una scansione di bassa qualità della stampa cartacea della determinazione, probabilmente stampata apposta per essere firmata (a penna) dal direttore dell’AgID Samaritani. Ormai l’abbiamo imparato: per la Pubblica Amministrazione, anche nelle sue propaggini statutariamente votate alla modernizzazione digitale del Paese, il documento “è” il foglio, l’originale è il pezzo di carta – possibilmente con timbro e firma del dirigente di turno che ne sancisca l’originalità – anziché il contenuto. Per la cronaca il file ci dice anche che negli uffici dell’Agenzia usano delle Xerox WorkCentre 5875 (costo: circa 18.000 euro iva esclusa) per ottenere scansioni come quelle, che è un po’ come andare a far la spesa con la Ferrari.

Degli altri due file c’è ben poco da dire:

  • sono nel formato chiuso e proprietario creato da Microsoft e utilizzato come formato predefinito di Microsoft Word fino alla versione 2003. Da MS Office 2007 in poi fu sostituito da OOXML (estensione .docx per i file creati da Word), uno standard per modo di dire;
  • uno dei due non è altro che il file sorgente della stessa determinazione stampata, firmata, scansionata e convertita in pdf di cui abbiamo detto prima. Quello che per la PA è l’originale in realtà è una copia (o meglio una pessima fotografia autografa realizzata con una costosissima “macchina fotografica”) di questo file, che è letteralmente l’originale, alla quale hanno aggiunto a mano numero, data e firma;
  • l’altro è il modulo da compilare per presentare domanda di partecipazione al concorso in questione. Oltre ad usare un formato chiuso e proprietario, utilizza anche la font Calibri di cui abbiamo già parlato: vuol dire che può essere correttamente visualizzato sostanzialmente solo da utenti di Microsoft Word, che hanno preinstallata la font suddetta. D’altra parte “Se si desidera condividere file di Microsoft Office Word, PowerPoint o Excel con altri utenti, è necessario conoscere i tipi di carattere  nativi della versione di Office in uso. Se il tipo di carattere non è nativo, è necessario incorporarlo o distribuirlo insieme al file di Word, alla presentazione di PowerPoint o al foglio di calcolo di Excel. Questa operazione può a volte rivelarsi complessa perché numerosi tipi di carattere sono protetti da leggi sul copyright e alcuni contratti di licenza di tipi di carattere consentono di incorporare il carattere, ma impediscono ad altri utenti di modificare il file”. Non lo diciamo noi, lo dice Microsoft qui. Dunque gli utenti dei prodotti Microsoft, che hanno Office e la font Calibri installata, lo vedranno nella formattazione voluta dall’autore, mentre gli altri lo vedranno più o meno così:

schermata-2016-10-06-alle-09-51-10-768x422Non è tutto: i due documenti in formato .doc sono stati redatti usando versioni di Microsoft Word 2007 o successive, per le quali il formato di salvataggio dei file di dafault è OOXML. Sono stati quindi volutamente salvati in un formato chiuso, proprietario e obsoleto quale è il formato .doc. Il motivo davvero supera tutti i nostri più fantasiosi tentativi di comprensione.

Dite voi se è questa la condotta che vi aspettereste da un Ente espressamente creato per sovrintendere all’opera di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione; dite voi se questa è la che ci aspettiamo – che il resto del mondo si attende – da uno dei Paesi più industrializzati del mondo; dite voi se invece esiste un modo migliore, più coerente, aperto, inclusivo (e alla fine anche più economico) di fare le cose.

È vero: il comma 2 dell’Art.68 del CAD, che imponeva alle PA “l’interoperabilità e la cooperazione applicativa, secondo quanto previsto dal decreto legislativo 28 febbraio 2005, n. 42” e “la rappresentazione dei dati e documenti in più formati, di cui almeno uno di tipo aperto, salvo che ricorrano peculiari ed eccezionali esigenze” è sparito (perché?) nella revisione operata dal Decreto Legislativo n.179/2016, ma non per questo interoperabilità ed apertura, per quanto sgradite a qualcuno, sono diventate fuori legge.

In fin dei conti la nomina del Commissario Straordinario potrebbe addirittura non essere il maggiore dei problemi di questo Paese.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/10/07/innovazione-digitale-tra-grandi-sogni-e-piccoli-incubi/?platform=hootsuite

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FermoLUG News – Ottobre 2016 – Numero 11

1 ottobre 2016

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La ceralacca digitale

30 settembre 2016

seal-1463911_1280C’è gran fermento nella scuola italiana. O almeno così sembra. Da quando è stato varato il Piano Nazionale per la Scuola Digitale (PNSD) non c’è consiglio d’istituto dove non compaiano a verbale almeno una tra le parole “coding”, “innovazione”, “skills”, “framework” o “tecnologia”. E questo è indubbiamente un bene, segno che qualcosa si muove. A volte in modo maldestro e impacciato, ma si muove. D’altra parte per imparare a correre bisogna aver imparato prima a camminare e per imparare a camminare abbiamo prima imparato a gattonare.

Qualche giorno fa il ha pubblicato un bando per la realizzazione di Curricoli da parte delle istituzioni scolastiche ed educative statali, favorendo esperienze di progettazione partecipata, al fine di creare, sperimentare e mettere a disposizione di tutte le scuole nuovi Curricoli Didattici innovativi, strutturati, aperti e in grado di coinvolgere la comunità scolastica allargata, con uno stanziamento di oltre 4 milioni di euro di montepremi.

“L’Avviso che pubblichiamo oggi ha un contenuto altamente innovativo” ha prontamente dichiarato il ministro Giannini a commento dell’operazione che mira ad incentivare le scuole a produrre contenuti formativi – sia nella forma che nella sostanza – su temi come la cultura (ma anche arte, economia, imprenditorialità) digitale, STEM, big e open data e formazione all’uso dei media digitali.

Per maggiori informazioni sul “contenuto altamente innovativo” dell’avviso rimandiamo alla relativa pagina web del sito del MIUR. Ma più che dei contenuti, la nostra attenzione ai dettagli ci porta qui soprattutto a parlare della forma, ahimè abbastanza poco innovativa, in cui questo avviso è stato pubblicato. Si tratta infatti di un file in formato PDF che anziché contenere il testo contiene la scansione bitmap delle pagine del documento.

Qualcuno ha quindi scritto il testo con un elaboratore di testi, poi l’ha stampato su carta e inserito in una fotocopiatrice-scanner per ottenere questo risultato finale. Più verosimilmente si tratta di una procedura automatizzata comune anche ad altri Ministeri, dal momento che il PDF contiene in testa alla prima pagina elementi (stavolta testuali) di codifica del documento.

In ogni caso qualcuno, evidentemente non molto in linea con il suo “contenuto altamente innovativo”, è stato comunque tanto zelante da richiedere che il Direttore Generale Simona Montesarchio firmasse a mano (con la penna) in calce al documento, ma anche – non si sa mai, è più sicuro! – nell’angolo di ognuna delle altre sei pagine, come usava nel secolo della carta (no, niente timbro su ceralacca, presumibilmente troppo difficile da riprodurre in fotocopia).

pag1-2Evidentemente per qualcuno al Ministero, ancora oggi, nel 2016, il documento “è” il foglio, la sostanza è il pezzo di carta anziché il contenuto. Altrettanto evidentemente il Direttore Generale Montesarchio – classe 1978, laurea con lode in giurisprudenza e patente europea del computer ECDL – non avrà trovato nulla da eccepire sulla pubblicazione online di un documento ufficiale in questa forma: pesante quasi 4 MB (almeno cento volte più di un equivalente file PDF in modo testo) ed utile solo ad essere letto con gli occhi. Perché la certificazione ECDL dovrebbe abilitare a sapere che un PDF bitmap non può usarsi per fare ricerche di testo utilizzando le funzioni proprie di tutti i lettori di PDF (cosa vuoi cercare in un foglio che contiene un’immagine bitmap anziché parole?) e non può essere indicizzato; in un PDF bitmap non puoi cliccare sui link alle pagine web o sugli indirizzi e-mail; di un PDF bitmap non puoi utilizzare parti di testo da copiare e incollare nei tuoi documenti di testo, nei progetti, nei messaggi che docenti e animatori digitali si scambiano attraverso i social network.

Come possiamo realisticamente parlare di “scuola digitale”, “contenuti altamente innovativi”, “qualità, integrità e circolazione dell’informazione”, “lettura e scrittura in ambienti digitali e misti” (tutte espressioni di cui è pieno il PNSD) se non siamo capaci di mettere in rete un documento in modo appropriato? Che tipo di formazione all’uso delle tecnologie informatiche possiamo ragionevolmente aspettarci per i nostri figli da chi si mostra come minimo altrettanto bisognoso di formazione? Quale “pensiero computazionale” possiamo apprendere in un contesto che, nonostante gli sforzi d’intenzione (o di facciata) quotidianamente si dimostra – salvo rare eccezioni – ancorato a schemi mentali analogici e a formalismi burocratici di stampo medievale?

Il minimo che possiamo aspettarci, in questi casi, è che il livello qualitativo della base sia quantomeno allineato a quello dei vertici. A titolo di esempio basta fare un giro sul gruppo Facebook degli Animatori Digitali per rendersene conto di persona.

esperto-ms_cropMarco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/30/la-ceralacca-digitale/?platform=hootsuite

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C’era una volta Piero Calamandrei

26 settembre 2016

schermata-2016-09-19-alle-10-23-20 è uno dei Padri della Costituzione della Repubblica Italiana. Era un professore, e in quanto tale era molto attento ai problemi della scuola.

L’11 febbraio 1950, ovvero 66 anni or sono, Piero Calamandrei ha fatto un discorso a difesa della neutralità della scuola che è particolarmente attuale, alla luce di un recente annuncio da parte del .

Rileggiamo le parole di Piero Calamandrei:

La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’articolo 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti.

La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”.

E l’articolo 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”.

Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni […].

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta […].

La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito […].

Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.

Oggi, il problema non è rappresentato da una scuola che è espressione di un partito, ma di una scuola che rischia di diventare espressione di un’azienda e delle sue tecnologie (e purtroppo è già pericolosamente vicina a esserlo, con preoccupanti ripercussioni non solo sulla cultura digitale degli studenti ma anche sull’indipendenza tecnologia del nostro Paese).

Un paio di esempi, per evitare di essere accusato di catastrofismo:

1. All’interno del progetto LibreOffice, la comunità italiana – rappresentata da Associazione LibreItalia – è di gran lunga la più numerosa e la più attiva, ma è anche quella che esprime il minor numero di sviluppatori (perché si parla di sviluppo basato su strumenti open source, che non sembrano essere molto popolari tra gli studenti italiani).

In Turchia, un gruppo di studenti dell’Università di Ankara non solo contribuisce regolarmente allo sviluppo di LibreOffice, ma sta addirittura pensando alla creazione di una startup focalizzata sullo sviluppo di software open source. E questo è solo un esempio di quello che può succedere quando gli studenti hanno un approccio “neutrale” alle tecnologie.

2. La maggior parte degli acquisti di software proprietario in Italia vengono fatturati in Irlanda, perché le centrali di distribuzione dei grandi vendor sono tutte in quel Paese in virtù di un regime fiscale estremamente favorevole. In questo modo, solo una minima percentuale del costo del software – quella che equivale alle commissioni di vendita – rimane in Italia, mentre tutto il resto va all’Estero (a finanziare acquisizioni come quella di LinkedIn, che non portano nemmeno un centesimo in Italia).

Al contrario, qualsiasi installazione di software open source – comprese quelle in cui è previsto l’acquisto di un “abbonamento” al servizio – lascia una percentuale superiore al 50% del fatturato nel Paese di origine in quanto la maggior parte dei servizi viene erogata da aziende locali.

Eppure, stando ai commenti, l‘accordo siglato dal MIUR con è del tutto normale, probabilmente perché la maggior parte degli utenti è talmente “diseducata” da avere una percezione del tutto distorta del suo significato. E’ come se la definizione dei programmi scolastici di scienze della nutrizione venisse affidata a McDonald’s, e ho detto tutto…

Italo Vignoli

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/26/cera-volta-piero-calamandrei/?platform=hootsuite

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La giustizia civile in duplice copia (cartacea)

23 settembre 2016

Che mi si prenda per una scimmia” pensava il giudice col fiato corto
“non è possibile, questo è sicuro”. Il seguito prova che aveva torto.

(Il Gorilla, G. Brassens, adattamento italiano di F. De André in Volume III, 1968)

schermata-2016-09-21-alle-15-50-50L’altro giorno incrocio Mario (nome di fantasia), che fa l’avvocato civilista. Camminava a passo svelto, scuro in volto.

Dove vai?

Devo andare in cancelleria a fare delle copie da depositare in cancelleria.

Non sono sicuro di aver capito: ma il Processo Civile Telematico?

Vieni con me, ti racconto tutto. Nel secolo scorso, più esattamente nel 1997, venne promossa ed iscritta una procedura esecutiva immobiliare nei confronti di tre debitori, che chiameremo Tizio, Caio e Sempronio. La procedura restò per anni in attesa di fissazione della prima udienza, e verrà istruita solo a partire da questo secolo, più esattamente nel 2014.

Una giustizia lampo, insomma.

Questo è niente! Due anni dopo, nel 2016, il Giudice dell’Esecuzione rileva che i beni pignorati a Tizio risultano in comproprietà con la moglie.

Un problema, immagino.

Esatto. Non potendosi procedere alla separazione in natura e non avendo la comproprietaria manifestato interesse all’acquisto della quota pignorata, il Giudice dell’Esecuzione dispone – correttamente – che si proceda alla divisione degli immobili pignorati a Tizio, sospendendo la procedura esecutiva solo con riguardo a Tizio stesso, e disponendo la sua prosecuzione con riguardo a Caio e Sempronio.

Che si fa in questi casi?

Procedere a una divisione presuppone che si iscriva un procedimento nelle forme del rito ordinario in una cancelleria – quella del contenzioso ordinario – diversa da quella ove è aperto il fascicolo dell’esecuzione (cancelleria delle esecuzioni immobiliari). Due procedimenti che tuttavia si svolgono in concreto dinanzi allo stesso giudice, il Giudice dell’esecuzione funzionalmente competente anche per la divisione ex art. 181 disp att cpc.

Per carità, lascia stare gli articoli, credo di aver capito: altro procedimento, stesso giudice. E poi?

Il Giudice dell’esecuzione rinvia dunque il processo esecutivo all’udienza del 17.03.2017 ore 11.30 per gli adempimenti riguardanti Caio e Sempronio e contestualmente fissa per la comparizione dinanzi a sé, in veste di giudice istruttore della divisione dei beni di Tizio, l’udienza del 17.03.17 ore 12 (stesso giorno, una di seguito all’altra), invitando la parte più diligente “all’iscrizione a ruolo civile contenzioso della causa di divisione (attività da compiere presso la cancelleria civile) […] mediante deposito della copia notificata della presente ordinanza e di copia dell’atto di pignoramento” e al “deposito, nel fascicolo della causa di divisione, di copia dell’istanza di vendita, della documentazione ipotecaria e catastale depositata nel fascicolo della procedura esecutiva e della relazione di stima dell’esperto effettuata nella procedura esecutiva”.

Eh? Praticamente chiede a te di depositare in una cartella una copia dei documenti che tiene lui nell’altra cartella!

Più o meno. Un autentico paradosso all’epoca del .

Ecco, io avrei usato un altro termine.

Sebbene il Giudice dell’Esecuzione andrà a trattare lo stesso giorno in orario consecutivo di mezz’ora i due fascicoli, quello dell’esecuzione immobiliare e quello della divisione, una delle parti si dovrà prendere l’impegno di depositare nel fascicolo della divisione una corposa documentazione da estrarre dal fascicolo dell’esecuzione. Trattandosi peraltro di documentazione ovviamente prodotta in cartaceo nel fascicolo dell’esecuzione aperto nel 1997, e dunque non presente nel suo fascicolo telematico ( era, rimane), l’estrazione dovrà necessariamente avvenire a mezzo di fotocopiatura, con oneri per la parte, ma anche per la cancelleria.

Soldi del contribuente, quindi. Spesi per fare delle fotocopie di documenti che stanno in un fascicolo, da mettere in un altro fascicolo solo perché si archiviano in due stanze diverse. Fascicoli che poi, lo stesso giorno, usciranno ognuno dalla sua stanza per andare in mano allo stesso giudice, uno sopra l’altro sulla stessa scrivania.

D’altra parte, dopo aver richiesto e ritirato tanta carta, può escludersi che l’avvocato vada ad iscrivere la procedura di divisione in modalità telematica, presupponendo il deposito di tali documenti una lunga e complessa scansione delle fotocopie.

Ma non si potrebbe richiedere una copia digitale della documentazione cartacea?

Eh?

Dicevo: dal momento che si devono fare delle copie, non si potrebbero avere in PDF anziché su carta? No, perché sulla fotocopiatrice si preme sempre lo stesso tasto, solo che…

Eh?

No, niente.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/23/la-giustizia-civile-in-duplice-copia-cartacea/

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Libero e salvo a sua insaputa

16 settembre 2016

schermata-2016-09-13-alle-15-49-24Qualche giorno fa Mario (nome di fantasia) porta il suo computer in assistenza. Lui non sa niente di computer: lo usa per internet, per scrivere, per la posta. “Quando lo accendo mi fa lo schermo nero, con delle scritte” cerca di spiegare preoccupato a Daniele, il tecnico che ha preso in carico la sua macchina.

Effettivamente la sua spiegazione non fa una piega.

schermata-2016-09-13-alle-15-22-59-1024x545Daniele conosce Mario, gli aveva venduto il computer calibrando la scelta di hardware e software sulle sue esigenze basilari, capisce subito che si tratta di un classico attacco da ransomware. D’altra parte la schermata spiega esattamente cosa è successo: il “virus”, probabilmente un programmino allegato a qualche messaggio di posta ed inavvertitamente eseguito dall’utente stesso, ha cifrato i file presenti nell’hard disk (tutti o alcuni, a seconda della variante del ) e viene richiesto un riscatto per la loro decrittazione. Resta solo da capire di quale variante di virus si tratta, ma anche questo non è difficile: basta fare una rapida ricerca in rete per scoprire trattarsi di Zepto ransomware.

“C’è una notizia buona e una cattiva. – spiega Daniele al suo sfortunato cliente. – La notizia cattiva è che non è stato ancora trovato il modo di decifrare i file cifrati senza pagare il riscatto e pagare, oltre che essere solo un modo per alimentare la diffusione della truffa, non garantisce affatto di ricevere la chiave per decifrare i file e riportarli ad essere di nuovo leggibili. In sostanza: i file cifrati, se non hai una copia di backup, sono da considerare perduti.”

“E… la notizia buona?” chiede Mario, bianco in volto, con un filo di voce, pensando che sì, le sue poche foto e qualche video sono ancora nella macchina fotografica, ma i documenti? E la posta?

La notizia buona – continua Daniele, con fare deciso e sguardo sereno – è che Zepto ransomware non cifra tutti i file, ma solo alcune tipologie ben precise, tra cui ci sono le fotografie (file .jpg, .png, i .psd di Photoshop…), la musica e i filmati (file .mp3, mp4, .mkv, mpeg…) i documenti di MS Office (file .doc, .docx, .xls, .xlsx, .ppt, .pptx…) ed altri.”

E che buona notizia sarebbe? – grida Mario, sentendosi un po’ preso in giro – Io non ho mai fatto copie della posta e dei documenti, che sono i più importanti: dunque non c’è verso di riaverli indietro?”

Daniele lo guarda dritto negli occhi ed esclama: “la tua posta e i tuoi documenti sono tutti salvi.”

“Com’è possibile?!?”

Già, com’è possibile? Per quanto riguarda la posta, l’account era stato configurato come IMAP, per cui la posta era ancora tutta nel server del gestore: una volta riformattato il disco e reinstallato il sistema operativo, sarebbe bastato reinstallare il programma e riconfigurare l’account per rivedere tutta la posta al suo posto.

Per quanto riguarda i documenti era ancora più facile. Quando il nostro Mario andò da Daniele a comprare un computer voleva anche “un programma per scrivere le cose” e Daniele gli aveva installato LibreOffice. Quando Mario era venuto a ritirarlo, Daniele gli aveva spiegato brevemente le funzionalità dei vari programmi. Mario, da utente poco esperto, non aveva fatto domande e Daniele non aveva dato troppe spiegazioni che avrebbero solo generato confusione.

Dunque Mario, a sua insaputa, aveva usato da sempre , peraltro trovandosi benissimo, per creare i suoi documenti in formato ODF, un formato standard aperto di ottima qualità, il formato predefinito in LibreOffice. Senza saperlo, questa scelta aveva messo i suoi documenti al riparo dai danni provocati dal malware che aveva reso praticamente inutilizzabile il suo computer. Restando nella metafora medica, nonostante il suo computer fosse stato devastato da un virus, i suoi documenti si sono salvati perché erano vaccinati.

Intendiamoci, non c’è nessuna particolare merito di LibreOffice o del formato in questo caso. Ma è un dato di fatto che molti ransomware in circolazione – e Zepto tra questi – attaccano selettivamente alcuni tipi di file e tra questi quasi sempre ci sono i formati di Microsoft Office e quasi mai il formato OpenDocument. Ed è dunque un dato di fatto che usare LibreOffice – che è un ottima suite per la produttività individuale – e il formato mette i nostri documenti potenzialmente al riparo da attacchi di questo tipo.

È bastato quindi salvare i documenti di Mario su un supporto esterno, bonificare la macchina reinstallando il sistema operativo e rimettere i documenti al loro posto per ripristinare l’utilizzo del computer limitando i danni

Certo, se Daniele avesse osato di più, installando un sistema operativo Linux sulla macchina di Mario, certamente non avrebbe subito attacchi di questo tipo, dato che Linux è incompatibile con quasi tutti i malware in circolazione, Zepto compreso. Ma questa è un’altra storia.

Marco Alici

Fonte: http://www.techeconomy.it/2016/09/16/libero-salvo-sua-insaputa

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